Formicaleone

Poesie di Giuseppe Cavaleri

PAPPAGALLINI DEL PARCO RESISTENZA
Il parco della Resistenza è a Milano,
Ma potrebbe essere ovunque.
Delimitato da case a Est, a Ovest
trova una biblioteca e un asilo.
Nei giorni di nebbia, l’area giochi
sembra un tempio, un simulacro nascosto
dove le madri pregano i Lari
e i bambini si azzuffano come Baccanti,
tra lampi di sneakers intermittenti.
Il parco della Resistenza ex-Baravalle
a novembre suscita incanto,
un non so che di funereo e surreale.
Fu infatti cimitero: un pluriomicida, lì,
riposava accanto a un mistico.
Poi, però, l’urbanizzazione…
dove c’erano le bare, le catapecchie,
i box sgraziati dei terroni,
la città che divora la città;
ma poi finalmente il verde
e l’ailanto, un albero imponente
che secerne un odore sgradevole,
odore di rovina e tumefazione.
Altri alberi hanno aggiunto, e storie.
Oggi però solo i cani le sentono,
le scorie di quel passato
ormai rappreso nell’odore.
Alla base dell’albero più alto,
Un giorno come un altro,
(Che solo per caso era ieri,
ma poteva essere oggi)
delle scarpe di cuoio nere,
allineate con cura, in pendant
con la terra scura e le radici:
nove metri più sopra un corpo.
nove metri non sono molti,
un secondo piano qualunque.
Eppure quel corpo li avrà scalati,
a tentoni, di notte, con i calzini bianchi
appena scalfiti e sfilati.
Tra il tronco e il ramo più alto un borsello,
premurosamente annodato.
Sul ramo una cinta regge un albanese di 35 anni,
e un bracciale che riluce
innocente tra i fanali dei Vigili.
Il parco della Resistenza ex Baravalle
è pieno di animaletti,
di pappagallini dal canto sensuale.
Così una mattina un padrone,
mentre la bestiola pisciava, li cercava.
Fu solo per caso che lo vide,
quel povero Giuda, dimenticato
tra rami sperduti, lontani dai giorni.
-Non fosse stato per gli uccellini… –
La voce affannata del passante si perdeva;
I frantumi della luce violata dagli alberi,
gli stessi delle sue vocali incerte.
Non fosse stato per gli uccellini
Gli avremmo passeggiato accanto.
Inconsapevoli come le stagioni,
Prima di soccombere alle altre stagioni;
Ignari come cani, portati a spasso
da non si sa che padroni.

SUBLIMINE
Hay human en mi bosque,
y no se que puedo hacer.
Ci sono gli uomini e le donne,
i piccoli e i nani.
Ci sono i cattivi e i buoni,
gli egoisti e i gentili,
i pigri e gli idioti.
Portano gonne e stivali,
jeans, magliette e bracciali.
Hay uman en mi bosque,
y no se que puedo hacer.
C’è mia madre e mio padre,
mio figlio e mia figlia,
il mio più grande amico,
la mia più grande intesa.
Ci sono i corpi e le dita,
Ci sono le cose che non si conoscono:
il dolore e l’amore
il singhiozzo, le foglie.
ci sono i culi, i seni, i peni,
le vene, le pene, le vitamine,
le tossine, le bollicine, la bilirubina;
tutte le altre, tutte in fila, tulle le -ina.
Hay human en mi bosque
Y no se que puedo hacer.
Ci sei tu nel mio bosco,
ci sono anche io nel mio bosco,
noi, tutti, pure lei e voi, noi.
ci sono le parole, le sillabe,
i fonemi e i foni; i gemelli,
i fratelli, le amanti e le sorelle.
Hay human en mi bosque,
y no se que puedo hacer.
Ci sono i morti nel mio bosco,
ci sono loro: mi pensano e li temo.
Gli infarti, i cancri, i noduli,
le macchie, gli italiani, gli spagnoli.
No hay human en mi bosque
Y no se que puedo hacer.
Non ci fosse nessuno nel mio bosco,
io non saprei che farei.
Ci sono, quindi, tante cose nel mio bosco
e con loro mi incontro e mi scontro,
insomma mi trovo, mi scaglio
nel bosco che è il mondo,
nel bosco che è il mondo.


Giuseppe Cavaleri (1994) è laureato in Filologia moderna presso l’Università degli studi di Catania. Ha insegnato all’istituto tecnico “Einaudi” di Pistoia e attualmente vive in Spagna, dove insegna italiano in una scuola per stranieri. Coltiva sin da giovanissimo la passione per la poesia e per la scrittura. Alcuni suoi articoli sul rapporto tra filosofia e poesia sono stati pubblicati su riviste di settore.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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