Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Emanuele Pettener

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Emanuele Pettener
Non so gli altri, signor Bufalino, ma qualche sospetto sulle ragioni della sua scrittura ce l’ho. La risposta sta nello scintillio verbale che segue la sua domanda, nel piacere evidente della composizione. Anzi, ho l’impressione che la sua domanda sia solo un pretesto per un po’ di razzle-dazzle, il gusto d’ipnotizzare il lettore ingenuo con qualche trucchetto magico. Ecco, si scrive (anche) per vanità – per soddisfare il desiderio forse più potente e disperato che esista: quello di essere ammirati.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Emanuele Pettener
Sono uno che scrive, non sono uno scrittore: non mi mantengo scrivendo. Quanto si scriva o si pubblichi non m’interessa. Da lettore, sono felice che Agatha Christie e William Somerset Maugham abbiano scritto e pubblicato tanto. Qui e altrove, ho la sensazione che quando uno scrittore si lamenta che si pubblica troppo,  stia parlando non di se stesso ma dei suoi colleghi. E che li chiami confrères pubblicamente dopo averli chiamati in tanti altri modi privatamente. La sua scelta lessicale per dir “collega” a me, Italiano, conduce naturalmente a pensare alle confraternite, esistenti da sempre ma che purtroppo la rete ha reso pubbliche: scambi simmetrici di recensioni iperboliche, elogi talmente incondizionati con uso di paragoni e paroloni talmente spudorati che vien da pensare siano ironici, che (come nei quadri rinascimentali) il vero pensiero dell’autore vada individuato in certi dettagli nascosti, magari capovolgendo il significato delle sue stesse parole. La cosa che infatti più stupisce è la mancanza di finezza – o di finesse, come direbbe lei – e quello che prima si faceva con sotterranea vergogna e pudica ipocrisia, ora, grazie al potere disinibente di Internet, si fa senza ritegno, smargiassamente, sistematicamente, senza temere il ridicolo. Guardi, faccio una proposta alternativa: ciascuno scriva e pubblichi quello che vuole e quanto vuole, ma, per amor di dignità,rinunci a scrivere dei libri dei confrères. 

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Emanuele Pettener
Associo l’estasi alla bellezza femminile e al calcio. Uno sguardo di fanciulla, un gol di Van Basten. Se l’estasi è quel rapinoso uscir da noi stessi, la lettura per me è stata il contrario: esser presente a me stesso, capirmi meglio, accettarmi e di conseguenza capire meglio e accettare il mondo. Ho imparato molto su me e sugli altri grazie a Paperino, Philip Marlowe, Don Chisciotte, Gatsby e via dicendo. L’estasi, beh un po’ di estasi ci vuole, ma il dominio di istinto e sentimento a discapito della ragione è pericoloso (le cose più stupide le facciamo quando “siamo fuori di noi”) – questo per esempio me l’ha insegnato Dante. Da giovanissimo, quando la mia mente era tenera e suscettibile alle influenze, almeno due libri (L’insostenibile leggerezza dell’essere, Le relazioni pericolose) mi stregarono al punto da determinare azioni e parole e pensieri del mio quotidiano, e ci vollero anni per liberarmi dal loro venefico incantesimo. Ora leggo per piacere, un piacere che va dall’intrattenimento a – raramente – una situazione di eccitabilità, come se mi pizzicassero nervi sottili, una sorta di caffeina mentale: il nitore di un dettaglio, l’elettricità di una frase,  la fantasia di una similitudine mi producono un’agitazione fisica per cui so di trovarmi di fronte a un’opera d’arte. Talora addirittura si manifesta in lacrime: per questo quando leggo non voglio nessuno attorno. La lettura è legata indissolubilmente alla solitudine, ha sempre qualcosa di monasteriale.

Oggi invece – sempre a causa del palcoscenico tecnologico – leggere è diventata una forma di autodistinzione. Blog, gruppi di lettura, pagine Facebook. Mi sembra che molti leggano non per il piacere di leggere ma per esibire d’aver letto: con un senso di alterigia e disprezzo nei confronti di coloro che non leggono. La cosa, in occasione della Giornata Mondiale del Libro, mi ha ispirato una riflessione in versi: Se di tuo sei un po’ imbecille/ la lettura ti aiuterà/ Resterai un imbecille / ma con un senso/ di superiorità.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Emanuele Pettener
Beh, qui sfonda una porta aperta. Non ho scusanti, sono un ficcanaso,  un guardone – va bene va bene: voyeur. Non riesco ad affezionarmi alla prosa di Hemingway, ma alla sua vita! Nella sua casa di Key West torno sempre a guardare la monetina incastonata nel cemento accanto alla piscina e a farmi raccontare dalla guida cubana la storia a riguardo (apocrifa, fra l’altro). E il cappotto verde tutto toppe di Foscolo che si aggira furioso per le calli di Venezia, povero ma sexy, e il povero Leopardi che s’ingozza di gelati! Da vecchia pettegola quale sono, amo anche il gossip: le ciarle sublimi di Capote, la Woolf che vomita cattiverie su Joyce, Nabokov che passeggia con Vera attorno al lago e nel frattempo stronca acidamente Dostoevskij (stronca tutti, del resto). Ah, signor Bufalino, come mi piacerebbe starmene all’ombra di una veranda palermitana a sorbire una granita alla menta e sentirla sparlare dei suoi confrères!

***

Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana ed è writer in residence a Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida), dove nel 2004 ho conseguito un Ph.D in letteratura comparata. Ho scritto numerosi articoli e racconti su riviste italiane e straniere, e pubblicato i romanzi È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo (Corbo, 2009), Proust per bagnanti (Meligrana, 2013), e Arancio (Priamo/Meligrana, 2014); il saggio Nel nome del padre del figlio e dell’umorismo. I romanzi di John Fante (Cesati, 2010); in inglese, la raccolta di short-stories A Season in Florida  (Bordighera Press, 2014, traduzione di Thomas de Angelis). Ha curato il cinquantesimo numero della rivista “Nuova Prosa” (Essere o non essere Italoamericani, Greco&Greco, 2009).

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