Formicaleone

Buco nero di Alessandra Capio

Li vedevamo spesso insieme, lei smunta, alla ricerca di qualcosa invisibile agli altri, lui pronto a vedere. Erano circa due mesi che Tossica girava con questo ragazzo. Che poi, ragazzo, non si sarebbe potuto dire con certezza, di quegli eterni ragazzi, magari un po’ vecchi e già grigi, eppure freschi da lontano o rugosi solo da vicino. Qualcuno lo chiamò subito Gobbo per la montagnetta sulle scapole, assecondata dal cappotto. Ma non aveva nulla di triste e non c’era niente da stare allegri: solo un po’ di malinconia negli occhi che guardavano oltre.

Li abbiamo trovati lungo la scala del binario 8, quello più esterno. Lei gli passava il rotolo di scotch tra spalla e scapola, premeva bene, ma il sangue colava ancora sulla schiena nuda. Gobbo aveva ossa sporgenti e il colorito, di un bianco spento cera eppure incandescente. Lei non ci ha chiesto aiuto, ma aveva certi occhi che, sono notti che non ci dormo a ripensarci, da soli ti dicevano “Vieni” e dopo “adesso scappo”. Rimase ferma ad aspettare.

La carne era tranciata in un buco, quasi avessero scarnificato l’osso; non si disossano i polli in quella maniera?

– Adesso il sangue si ferma -, ci disse – potete andare; so quello che faccio: ero un’infermiera-.

Proprio tu, Tossica, che vivi da sei anni in questa stazione, vorresti raccontare che eri una normale, che è mai possibile ridursi in questo stato per cercare una dose, scampo, la consolazione da un buco che ti scorreva nella vita e che non hai saputo mai accettare?

Gobbo non ha parlato nemmeno prima di cadere. Alla fine è stata lei a parlare.

– Se l’è tagliata per me. Ha fatto a cambio con due dosi e un pacco di soldi. Domani ci compreremo dei panini. Vi piace il salame? – Quando sorrideva aveva il nero in bocca.

L’altro l’abbiamo fermato nel parco di Piazza S. Caterina con una specie di poncho poggiato sulle due spalle, una più grossa, l’altra tutta uno spigolo.

Scappava, ma si è lasciato prendere subito. Giusto qualche calcio. Il sangue sui vestiti non era il suo.

– Che hai fatto! – gridavamo tutti, poi gli abbiamo tolto il poncho. Gli avevano cucito quella roba nel punto esatto dove Gobbo aveva il buco, con punti spessi e neri; un lavoro da macellai, ma efficace. Riusciva anche a muoverla un po’, a ritirarla per farla stare comoda sulla schiena.

Ci sorrideva.

Diceva: – È lui che ha voluto darmela, non gli serviva più. Doveva pensare a lei, a custodirla nel mondo dei vivi, perché il cielo era diventato un’illusione e il paradiso non si apre a chi ha il nero fra i denti. A me serviva, invece. Me l’ha cucita lei. Anche smezzato avrei potuto volare. –

L’abbiamo portato via. Siamo arrivati in centrale coprendogli la schiena e poi giù in fondo allo stanzino. Potete chiamarlo pestaggio, ma gli ci voleva una lezione vera; non perché avesse spacciato né per l’estorsione di un’ala.

È la pretesa del volo che non si può perdonare.


ALESSANDRA CAPIO è maestra elementare e scrittrice. Vive e lavora in Abruzzo e nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo “Il taxi dei destini incompiuti”, edito da Lupi Editore.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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