Formicaleone

L’epica quotidiana nelle poesie di Diego Caiazzo

A dircelo è la nostra più antica tradizione letteraria: la poesia epica è la narrazione in versi di gesta leggendarie di un popolo e dei suoi eroi. Vi si raccontano battaglie, avventure e imprese di personaggi ricchi di forza e astuzia, che con coraggio affrontano viaggi straordinari, imprevisti e peripezie, imbattendosi il più delle volte in vicende pericolose e in incontri non sempre piacevoli. Nonostante non abbia come oggetto le antiche prodezze di alcun popolo estinto, la poesia di Diego Caiazzo si impone all’attenzione del lettore proprio per quel tono e per quel ritmo del verso che assumono le vesti un evento mitico, pur narrando brevi, brevissimi momenti della più impercettibile quotidianità.

La macchina del sistema nervoso
perde colpi, picchia in testa, gratta,
pattina, rimane a secco di benzina
troppo spesso;
si alternano gli specialisti:
il meccanico dice che sono
le pasticche dei freni,
vanno cambiate;
per l’elettrauto è la batteria;
il carrozziere scuote la testa;
il gommista neanche mi degna
di uno sguardo e cambia
tutt’e quattro le ruote,
ma ancora non va;
la revisione è stata fatta
l’anno scorso, c’è tempo;
do un’occhiata al libretto,
all’assicurazione,
al foglio complementare;
sembra tutto a posto,
per la legge posso circolare liberamente,
ma sento dei rumorini strani.
Forse ne comprerò una nuova.

La voce di Caiazzo si muove lenta tra le stanze e alita sulle pareti, tra piccole paure, ricordi, impressioni oggetti familiari: azioni ripetute e silenti che si fanno poesia e che si innestano nella realtà con naturalezza, imponendosi sulla corporeità dell’esistenza con forza muta e potente. Il linguaggio semplice e apparentemente immediato dei versi di Caiazzo, inganna il lettore alla ricerca del vocabolo desueto e della maniera: il fantastico prende corpo sulla consuetudine delle cose, rendendole impalpabili eppure visibilmente reali, e un’atmosfera mitica si fa spazio tra le parole, avvolgendole di un sottilissimo e soffuso stupore. Uno stupore, una magia -quasi- che non offuscano il richiamo dei suoi versi, il filo saldo che li conduce, ma che al contrario incorniciano meglio la realtà, la avvicinano più attentamente, quasi fungessero da lente di ingrandimento, conciliando così la materia al senso. In questa seconda raccolta poetica, che arriva a distanza di quattro anni dall’esordio, nel Sistema Solare Caiazzo si avvicina ancora di più alla Terra, può osservare meglio le frenesia delle sue luci e delle sue ombre, può esaminarne i limiti, scoprire – senza dirlo- che tutte le soluzioni più semplici e più gridate sono le meno possibili , le meno vere.

Le mie notti ormai hanno
una navigazione incerta
e se il letto è il mare
ed io sono la nave
mi sento come un vascello
fantasma pronto a scomparire
improvvisamente dalla vista
di altri malcapitati marinai
per dar modo a loro di raccontare
l’ennesima avventura incredibile.

La vita con le sue brevi gioie, i sentimenti che ne costellano i giorni e i ricordi non è uno spazio idilliaco ma neanche una landa da maledire.C’è nella poesia di Caiazzo, un accordo con le manifestazioni più ancestrali dell’esistenza, un ossequio naturale -senza inchini- nei confronti dei grandi segreti che Essa sguaina da sempre, quali la morte, il tempo, l’amore .Così una riservatezza limpida domina i suoi versi, a loro volta governati da un impeto vero, vivo e sempre contenuto. Dal suo punto indicibile di osservazione, il poeta può scorgere meglio la vita, vederla compiersi, scorgere l’eterna fissità del suo movimento: Caiazzo non ha l’ambizione di spiegarla né di capirla per tutti, non desidera convintamente nemmeno raccontarla, forse vuol solo sfiorarla da lontano, testimoniare di averla vista , fosse solo per un attimo.

Viene l’ora di cancellare
un numero
alleggerire il telefono
del peso di un nome
e gettarlo nel pozzo
della noncuranza
come un codice di spie
decrittato dal nemico
ormai inservibile.

Anche in questa seconda prova poetica, il pensiero così come la poesia di Caiazzo, rimangono fortemente avvolti da una marcata sensibilità, una sensibilità rigorosa però, che non ha tempo per vezzi e leziosità, e che si fa sentire nel silenzio della sua limpidezza.

Vedo gli occhiali di mio padre
e quelli di mia madre
riposare insieme
nello stesso cassetto;
per una innominabile inerzia
so che si guardano, si cercano,
incuranti della morte;
pare siano rimasti qui
ad assicurarmi sui loro sguardi,
il loro modo di rendere
l’amore immortale.

Fare rotta intorno alla vita, veleggiare attorno all’idea che la rende concepibile e vera, pur senza voler a tutti i costi scoperchiare il mistero che la avvolge. Ammirarla sì invece, e poi proseguire, azzardare, rinunciare, contemplare e ricominciare – in silenzio- , per trovare sotto la forma l’infinito, dietro l’amore la morte, davanti la verità la menzogna, sopra la strada il destino.

(In copertina: foto di Raffaele Autieri)

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