Formicaleone

Quest’estate si potrà andare al mare di MARILINA GIAQUINTA

Per primo assale il silenzio.Un silenzio materico che inghiotte il paesaggio che un tempo era domestico e che di colpo diviene estraneo, severo, inanimato, uguale. Un silenzio che si vede, che si posa addosso, sui gesti, sui passi, come neve. Un silenzio pieno delle stesse cose di prima etuttaviamancante, diminuito. Un silenzio sottratto. No, non un silenzio d’attesa, che tiene dentro tutto quello che sta per accadere. No, è il silenzio della rinuncia, della vita che capita e che sia, in qualunque modo, purché sia. E non importa amare, adesso, che il telegiornale avverte se lo cerchi lontano, anche se ti vuole, è punibile con la multa che va da quattrocento fino a tremila euro. 

Silenzio rotto dal martello minaccioso degli elicotteri, che ingoia tutto, che non lascia niente, che non perdona più niente. Suono dentuto, cattivo, introppicante, che angina il cielo e il vento non se lo prende. Silenzio sgomento, straziato dal tronare perciante degli elicotteri che vigilano su questo starsene come le piante, interrati dentro un vaso. Gli elicotteri mi ricordano il Vietnam di Apocalipse Now, eppure non siamo in guerra, anche se tutti dicono che lo sia, questa contro il virus: “una guerra contro un nemico invisibile”, così la chiamano. Nelle guerre, ci sono vincitori e vinti: qui saremo tutti sconfitti, lo siamo già. Il virus ci ha sbattuto addosso tutta la nostra caducità, la nostra debolezza, contro ogni delirio di onnipotenza cui la scienza ci aveva abituati. Quella stessa scienza che adesso rimane nuda, come il re, e incerta come questa primavera che non riscalda abbastanza.

Vivi nella zona in cui è esploso il contagio. Mi è presa la paura che non ci saremmo più visti. Ridi. Negli ultimi tempi, mi ripeti: l’importante è che io riesca a farti ridere. A me manca la tua, di risata. Ti si forma una specie di fossetta, una sola, sulla guancia destra e non tiri mai fuori i denti, come faccio io. Forse per via di quell’incisivo che non si è mai allineato con gli altri, che non vuoi mostrare, e che rende il tuo sorriso scaltro, guascone, spertoncello. Dalle mie parti, si direbbe “cunnuteddru”, le corna in questo caso sono quelle del diavolo. Stai nel cuore della zona rossa. “E chi m’ammazza a me!” e ridi e mi mandi le foto delle mascherine che lavi a sessanta gradi con il bicarbonato e centrifughi, le mascherine che salvano, per quanto tempo nessuno lo sa, ma a me sanno di colori che gli occhi non se li ricordano più.

Qualcuno, dal palazzo accanto, canta a squarciagola, “Perdere un amore”, con un grido gioioso e innamorato, con cui sembra liberarsi di tutta l’aria che aveva ingoiato fino a quel momento, trattenuta fino al ritornello, e poi esplosa, incontenuta, sovrana, assoluta, stonata, che lacera un silenzio che si è stanziato cupo e sembra calato sul quartiere come una coperta, quando si usa per spegnere un fuoco. L’abbiamo visto fare quest’estate, ti ricordi? Era un pomeriggio di luglio, eravamo a mare, fermi in acqua fino al collo, a farci allisciare dal solletico delle onduzze. A te piace stare a mollo, “vieni, si sta benissimo!” dici sempre a me che invece rabbrividisco e allora mi abbracci. A te piace stare in acqua, non usciresti più, come se volessi fare le scorte di mare per l’inverno. Ma il mare non basta mai e neanche il suo ricordo. E a te manca sempre, anche quando c’è. E poi la mia isola non è fatta di terra, la mia isola è alliccata d’infinito. E noi di quello abbiamo bisogno, per non morire come capita. A un certo punto vedemmo in lontananza, su un promontorio che sembrava pieno di erbacce e sterpi, alzarsi una nuvola di fumo e, subito dopo, man mano che la nuvola si contorceva verso il cielo, scorgemmo anche le fiamme che arrossicavano l’aria, in quella danza tipica del fuoco, sinuosa, che mentre si scioglie lento e si annaca in ancheggiamenti da odalisca, divora e ingoia la vita di tutto quello che vi si frappone e si fa strada, rapido, fulmineo, mai sazio. Aliato dal vento, avanza imperterrito, indifferente alla distruzione, fino a quando non rimarrà più nulla, solo il nero della morte. Quel nero che non è un colore, no. I colori sono vivi, sono il nostro sguardo e non gli bastano mai, i colori sono nostri, ce li prendiamo ogni giorno, senza mai restituirli, sono la forma della nostra vita, sono la nostra memoria, sono i nostri affetti, sono tutto quello che ci appartiene, compreso il nero, quello del buio, del sonno, del bacio, dell’amore della notte. Dovetti insistere al telefono, quando li chiamai per segnalare l’incendio: in spiaggia, tutti continuavano a fare le cose che avevano iniziato, mentre io urlavo per convincerli che non era uno scherzo e, dall’altro capo del telefono, una voce maschile mi faceva un interrogatorio minuzioso su chi fossi e su cosa ci facessi lì. Alla fine, arrivarono, te lo ricordi? Erano in due. Nessun’autobotte. Scesero dalla macchina e per un po’ stettero fermi, a guardare fissi le fiamme ipnotiche. Li osservavamo dal mare, curiosi di sapere come avrebbero spento le fiamme e li vedemmo sbatterci sopra una coperta, più e più volte. Ci misero del tempo, ma alla fine ci riuscirono. Il rogo si estinse, fumacchiando qua e là, in piccoli rivoli, come di sigaretta. E noi ci baciammo.

Sta finendo lenta questa primavera, o forse non è mai cominciata, o non me ne sono accorta. Dicono che un canale televisivo ripeta sempre la data, perché nessuno ricorda più che giorno è. Ha un cielo grigio, carico di nuvole incerte, con la pioggia impinta nella gola. Il cielo è sempre uguale. Come la vita. Resiste, di mattina, alle nuvole che trattengono luce e pioggia. Un chiarore abbagliante, che non può liberarsi e splendere.

Dicono: “Meglio che il tempo sia brutto! Così non pesa stare a casa!” No, non è quello che pesa! Non pesa stare a casa! Pesano le morti, pesa il bilancio fatto di numeri a cui abbiamo ridotto le nostre vite, pesa la fame di chi non può lavorare ed è costretto a ricorrere alla carità, pesano le colpe di questi trentamilatrecentonovantacinque morti che non sono mai state ammesse, pesano le polemiche vuote dei politici che perdono consenso e urlano perché non hanno niente da dire, pesa la negazione del futuro ai nostri figli, pesa la bruta cancellazione della scuola, pesa un sistema economico di consumo che distrugge tutto e non riconosce la sua incapacità, pesano i divieti tuonati come soluzioni che invece mentiscono, pesano le false politiche protezionistiche, pesa l’impreparazione e la mediocrità di chi è preposto a salvaguardare la salute pubblica, pesano i centocinquantadue medici morti per aver cercato di curare i propri malati, pesano gli amori e gli amici lontani a cui non riesci più a telefonare perché puoi opporre solo silenzio.

Il nostro primo bacio, caduto in mezzo a noi e alla strada, piena di gente e di tempo, adesso lo sento dentro la bocca. Fui io a girarmi, mentre mi camminavi accanto, ricordi? fui io che ti invasi la vista con la mia faccia. Ma tu forse sapevi già che in quel momento lo avrei fatto, o meditavi anche tu di farlo, perché quasi sincrono, mi prendesti la mano e mi portasti verso il muro vicino, quello che delimitava l’incrocio della strada, e mi baciasti con tutta la voglia che tenevi inficcata dentro un’attesa lunga di mesi. Non ti ho mai detto che è stato il bacio più bello di tutta una vita, delicato e famelico, rappreso di un sonno fermo in un abbraccio lungo una notte, occhi chiusi, le tue mani sulla mia schiena e io appesa al tuo collo. Ci staccammo, non ricordo quando. Ricordo che ti venne voglia di castagne, tirasti fuori dalla tasca una manciata di euro e ne comprasti un cartoccio da uno dei caldarrostai bangladesi di cui Roma è piena, d’inverno, seduto all’angolo opposto.

“Imparo a vedere”, diceva il poeta. La mattina, appena sveglia, sul balcone di casa, nel silenzio fermo di tutto ciò che vive, sento garrire le rondini che riempiono il cielo con un volo senza direzione, un canto forsennato, inquieto, un richiamo frenetico come il battito d’ali che non ha suono. Volano radenti, sfiorando i tetti e i terrazzi dei palazzi e virano, all’ultimo momento, per evitare lo schianto, come tentiamo di fare noi, adesso, dentro questa vita chiusa. Il trillo acuto delle rondini sega l’aria, interrotto dal tubare greve dei piccioni e dal loro volo cupo, raro, stanco. Preferiscono poggiarsi in fila, uno accanto all’altro, sui fili elettrici, muovere a scatto il capino a destra e a sinistra e riposare. Il loro volo serve solo a raggiungere la finestra vicina o il balcone poco più in alto. E viceversa. Andata e ritorno da rifugi noti. Un flap flap che si regge appena nell’aria, che gira in basso in mezzo alle case, uno sparo di ali quando non si partono soli, grigi, cinerini e si confondono col colore dei muri che separano i condomini, spenti e dilavati dalle piogge e dai gas delle auto. Poi, man mano che il mattino avanza, le rondini scompaiono, a poco a poco, il cielo smette le sue macchie nere e diventa così trasparente di luce che non riesco a guardarlo, mi fa rabbia che sia così bello, di una bellezza spavalda, inconsapevole, indifferente al dolore che ormai pervade tutto, senza lo scampo del volo.

La primavera è questa sinfonia di trilli, gridi, svolazzi garruli, lo strazio miagolante dei gatti in calore nel cortile del palazzo. In siciliano, diciamo “canazza” e ho sempre pensato che nessun termine sappia indicare così bene questi gatti distesi sull’erba che osservo mentre stendo il bucato. Il pigro dolce ozioso indolente abbandono al tepore del sole, che non è sonno, no! è un dondolio della ragione, una perdita di sensi, un bilico, una trascendenza, un confine mai violato tra l’allerta vigile e lo slentamento di tutte le difese. Sento anche le gazze grattugiarsi la gola ed erompere con qualche solitario “cracra” che spegne di colpo il ciciulìo delle rondini. Già, come si chiama il verso delle gazze. Lo cerco. Lo definiscono “un suono aspro e sgradevole”, che emette tutto l’anno, ma, durante la stagione degli amori, si fanno più intensi e sono i maschi a lanciarli nell’aria, che adesso è fatta solo di luce, per attirare le femmine. Le gazze appartengono alla famiglia dei corvi, quindi gracchiano: un verbo onomatopeico che deriva proprio da quel suono, ruvido, rauco, arrabbiato, che ingozza il becco prima di essere sputato fuori come un allarme, un grido di guerra, un assalto.

La primavera è la stagione degli amori, dicono. Si risveglia la natura, un rigoglio fiorito e carnoso. E si risvegliano i sensi, la voglia forte di amare. Perché manca l’aria a stare così. Il virus se l’è presa tutta.

Dovrò ancora aspettare a lungo prima di rivederti. Tu mi hai abituata. Siamo sempre stati lontani e mancanti in questi anni. E non mi basta poterti pensare e non mi basta avere solo ricordi. Ti avevo scritto “ti amo tutto”. Questo me lo ricordo. Di solito ti schermisci con qualche battuta. Sei rimasto un po’ picciriddru. Scherzi sempre su tutto, usi emoticon per dire l’amore, metti alla berlina le debolezze e le ossessioni, scovi sardonico le incoerenze e le illogicità, con l’aria di un demiurgo, perché non c’è niente che non si possa calcolare e quindi niente che non si possa fare. Tranne della tua vita, che non riesci a cambiare. “Ti amo tutto”, come deve suonarti strano, chissà a cosa pensi quando qualcuno ti dice “tutto”. Esiste per te “tutto”?, in quel modo pieno, denso, che non ammette che si possa aggiungere altro? Come quando sento di amarti? Esiste un insieme vuoto, mi opporresti, l’insieme che non contiene nessun elemento. Esistono insiemi che, invece, contengono un numero infinito di elementi. Non esiste un solo infinito, una volta mi hai spiegato, mentre io pensavo che noi, che all’infinito aspiriamo per tutta la vita in ogni modo, noi che abbiamo un inizio e una fine, noi non possiamo nemmeno pensarlo, perché, appena cominciamo a pensarlo, smette di essere infinito. I numeri non sono d’accordo però e dimostrano il contrario. “Ti amo tutto”, avevo scritto, senza pensare agli insiemi, forse perché noi non lo siamo mai stati un insieme. Una volta, hai opposto nel tuo solito modo, un po’ irriverente e un po’ provocatorio, che comunque qualche soddisfazione me l’avevi data. E quindi, per me, era utile amarti, volevi dirmi? “Imparo a ricordare”, risponderei al poeta. È emerso alla memoria, il mio ginnasio, quando la professoressa d’inglese ci fece studiare una delle più belle poesie d’amore di tutti i tempi. “If thou must love me, let it be for nought”. Se devi amarmi amami per nulla, tranne che per l’amore stesso. Except for love’s sake only. Allora, tentati di spiegarti quello che mi accade ogni volta che io vengo da te o tu vieni da me, quando salgo nella tua macchina. È come se prendessi fiato dopo una lunga apnea, come se il mio corpo e la mia mente, che fino a quel momento erano rimasti tesi come la corda di un arco prima che scagli la freccia, cedessero di colpo, come quando, da piccola, si bucava il mio salvagente e il collo del cigno bianco, in cima, s’afflosciava piano. E qualunque cosa accada in quel momento non è più importante. Persino l’agio del silenzio che si insinua tra l’intreccio delle nostre mani. “Ti amo tutto”, avevo scritto. Di solito mi mandi un cuore rosso, intermittente, che simula il battito, un cuore che sembra palpitare, su whatsapp. E invece niente. Non mi hai risposto. Ho pensato che stessi già dormendo. Ho aspettato. Il giorno dopo non è arrivato neanche il tuo “buongiorno”, in cui non dimentichi mai di scrivermi se fa caldo o piove. Quando c’è il sole, sei contento perché le passeggiate ormai sono consentite, e tu non vedi l’ora di inforcare la bici e andartene in giro per la campagna a fotografare alberi e fiori e aironi che puntualmente condividi con me. Non riuscivo a smettere di controllare il telefono. Allora ti ho chiamato. A quell’ora di solito sei al lavoro. Se sei impegnato, richiami. Cellulare spento o non raggiungibile: ho ascoltato la voce ripetermelo anche in inglese. Non ricordo più quante volte l’ho sentita quella voce, non ricordo più quanti giorni ho passato a sentire quella voce. Qualcuno ha scritto che l’amore ha il colore degli uomini e non dei luoghi. I luoghi, per me, rimangono dell’amore, invece, e tornano a vivere nel modo in cui sono stati, ogni volta uguali fermi fissi nel momento in cui erano ancora geografia dell’amore. Dicono che quest’estate si potrà andare al mare. Io so dove aspettarti.


MARILINA GIAQUINTA è nata e vive a Catania, dove è dirigente superiore della Polizia di Stato in quiescenza. Il suo primo libro esce nel 2014 ed è una silloge di poesie, “Il passo svelto dell’amore”, Il Girasole edizioni. Nel giugno del 2015 pubblica per la Melino Nerella edizioni una raccolta di racconti dal titolo “L’amore non sta in piedi”. Il 14 febbraio 2017 dà alle stampe un’altra raccolta di racconti dal titolo “Malanotte” per la Coazinzola Press. Il libro è stato inserito nella classifica di qualità 2017 de “La lettura” del Corriere della Sera. Negli ultimi tre anni, e fino alla sua ultima uscita, ha scritto sulla rivista “Sicilia in Rosa”. Ha condotto programmi radiofonici quali “Scusi, le piace Brahms”, interviste impossibili ad artiste internazionali e una trasmissione tutta dedicata alla letteratura su “Radio Delfino”, storica emittente del catanese. Ha partecipato ad antologie sia di poesia, quale “Umana Troppo Umana”, Nino Aragno Editore, curata da Alessandro Fo, e sia di narrativa, “Lettere a Maria Occhipinti”, edizioni Arianna e “Undici, undici racconti per undici opere d’arte”, per la casa editrice Frame – Ars et Artes di Napoli . Nel corso di questi ultimi anni ha girato l’Italia con le sue poesie, leggendo a Roma (al Poetitaly), Napoli (con Bruno Galluccio), Genova (con Genova voci e Nanni Balestrini), Milano (Mudec), Torino (Salone Off, a cura di Giardino Forbito, reading di poesie al Jazz Club di Torino dal titolo “Il futuro è straniero”). Sue poesie sono state pubblicate su “Dedalus”, su Achab e sulla rivista “Frequenze Poetiche” . “Malanotte” è stato tradotto e pubblicato dalla casa editrice tedesca Launenweber di Colonia ed è stato presentato alla Fiera del libro di Francoforte. Il volume inoltre è stato nominato “Libro del giorno “ dalla radio tedesca “Radio Brema, e ha ricevuto numerose recensioni dai principali media tedeschi. Il 29 marzo 2019, Malanotte Stimmen in der Nacht, nella sua traduzione tedesca, è stato presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia. Il 4 ottobre 2018, è uscita, con la Manni Edizioni, una nuova raccolta di poesie dal titolo “Addimora”. Nel febbraio 2019 è stato inserito al 13 esimo posto della classifica di qualità de L’indiscreto. Alcune delle poesie della raccolta sono state performate, con musicisti italiani, a Randazzo, a Torino, a Piediluco, a Stroncone, a Salsomaggiore. Il 1° febbraio scorso è stata co- curatrice della mostra fotografica “People” presso la Galleria catanese “Koart – Unconventional place”, di cui si è occupata La Lettura del Corsera. Dodici poesie inedite sono state pubblicate nel numero di giugno de la rivista “il Verri”. Sua poesia è stata pubblicata nella rubrica “La bottega della poesia” del quotidiano “la Repubblica”. Fa parte del Comitato Organizzativo del Premio Nazionale Elio Pagliarani.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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