Formicaleone

Il giusto peso di Valentina Di Cesare

La mia prima paziente si chiamava Caterina, me la ricordo ancora, aveva il viso tondo come una matrioska e le gote rossicce, pari al riflesso sfocato di due grosse fragole. Aveva fissato l’appuntamento per le dieci, ma quel mattino arrivò con un po’ di anticipo. Marilena, la mia segretaria, la incontrò per le scale della palazzina e non si salutarono: d’altronde prima di allora non si erano mai viste, avevano parlato solo per telefono. Nonostante ciò, non ci volle molto a capire che si trattava proprio della signora Lavari. Era lì ferma, a riprendere fiato sul pianerottolo, col suo quintale e mezzo di pastosa cordialità, il fiato spezzato e una diffusa timidezza, il tutto avviluppato da un piacevole profumo di violetta. L’unico studiolo a un prezzo ragionevole che avevo trovato nel centro di Peceneghi era questo: luminoso, ristrutturato, spazioso ma senza ascensore. I miei pazienti ci sarebbero rimasti male, pensai dopo aver firmato il contratto col proprietario, così mentre tornavamo a casa esternai quel dubbio a mio padre, che subito mi rispose:

– Filippo, pensaci un po’: tre rampe di scale prima di ogni visita uniti alle diete che prescriverai! Più educativo ed esemplare di così, cosa vuoi?

Tacqui, per la solita indulgenza, e andai in salotto ad appendere il giaccone.

Inaugurammo lo studio dopo qualche giorno. Peceneghi era una distesa di ghiaccio e i nostri cappotti infeltriti sembravano spazzolati dal vento. Trascorse qualche settimana e iniziarono ad arrivare le prime telefonate: il primo appuntamento fu proprio quello con Caterina Lavari. A quel tempo la sala d’attesa era ancora scarna, c’era soltanto qualche rivista di salute recuperata in casa di mia zia, e in alto, sulla parete destra, il quadro che mio padre mi aveva regalato dopo aver acquistato lo studio. Era la riproduzione della “Ballerina alla barra” di Fernando Botero, un’imitazione pregiata e di buona qualità. Quando nel ringraziarlo per il pensiero, provai a dirgli che forse non era proprio l’immagine più adatta da esporre nello studio di un dietologo, mio padre mi rispose che non era vero, che dovevo essere più maturo e meno moralista e infine sentenziò:

– Filippo, pensaci un po’: i tuoi pazienti verranno qui perché desiderano perdere peso, no? Beh, quel quadro gli ricorderà a cosa andranno incontro se non rispetteranno la tua dieta!

Tacqui per la solita indulgenza, e mi misi a guardare fuori dalla finestra. L’inverno di Peceneghi odora di torte all’anice stellato e di neve, ma a me la neve non piace.

Il giorno in cui Caterina arrivò in studio la neve eccome se scendeva, aveva ricoperto le strade e i davanzali e si era seduta sui tetti e sulle statue ad aspettare di diventare poltiglia. Caterina, aperta la porta dello studio, si precipitò sulla poltroncina verde più vicina affondando d’un botto le sue carni polpute nel ristoro del cuscino di piume. Annaspando e col fiatone, tirò fuori dal borsello un piccolo ventaglio di carta e cominciò ad agitarselo vicino al collo. Si era surriscaldata, erano state le rampe di scale a farla sudare, e mi sentivo in colpa per la mia fissazione di prendere uno studio in centro senza ascensore. La osservavo dalla mia porta semichiusa, costretta e bella, grandemente bella, infilata a forza nel suo pastrano rosso. Non la immaginavo altrettanto bella una volta dimagrita. Si era appena messa in bocca una caramella gommosa a forma di ruota quando Marilena la chiamò e le disse che era arrivato il suo turno. La accolsi con fare garbato. Le sue cosce fecero fatica ad infilarsi sotto la scrivania.

– Benvenuta signora Lavari! – E le strinsi la mano, una mano attaccaticcia come mollica rafferma.

Mi sorrise. Il foulard di farfalle le fasciava il collo, il rossetto era perfettamente in tinta col pastrano e il profumo di violetta ora lo sentivo bene, aveva impregnato tutta la stanza. Parlammo della neve, mi disse che la detestava perché da piccola era scivolata mentre correva nel cortile della scuola, e da quel giorno, ogni volta che nevicava aveva sempre il terrore di cadere; era dispiaciuta di non essere nata su un’isola tropicale. Precisò subito di essere disposta a fare qualche sacrificio ma, per favore, di non prepararle una dieta traumatica, ché per lei il cibo era come il sole per le piante, come il mare per un surfista, come il francobollo per una cartolina e che avrebbe potuto fare a meno di tutto tranne che di caramelle, le sue immancabili caramelle gommose. Rimise la mano nella borsetta, afferrò un’altra caramella e mi confessò di consumarne più di tre confezioni al giorno, quello era l’unico espediente per non pensare al cibo di ben più grossa consistenza. Eppure, ci tenne a sottolinearlo, lei non aveva mai avuto problemi sentimentali, gli uomini glielo facevano capire in ogni modo che la desideravano, e lei ci stava sempre. Le rotondità e le chiare morbidezze del suo corpo non avevano mai intralciato la sua libidine e la voluttà più intima, più segreta, me lo aveva ribadito più di una volta, in maniera poco velata, mentre col dito indice si toglieva i pezzetti di caramelle rimasti incastrati tra i denti. Poi sentenziò:

– Dottore, io mi sento proprio come la ballerina di Botero appesa in sala d’attesa. Come lei, tradisco tutte le aspettative. Voglio dire, uno teoricamente non penserebbe mai che una donna grassa possa essere leggiadra, avere fascino, essere ammiccante, carnale, piacevole, persino attraente. Voi di certo avete contributo a creare questa falsa credenza. – Prese un’altra caramella dalla borsa, questa era a forma di orsetto, dal colore doveva essere al gusto arancia.

– Noi chi? – chiesi.

– Voi dietologi. Per non tradirvi, mettendo tutto sul piano dei canoni estetici vigenti, avete tirato in mezzo la questione della salute, e bla bla bla, trigliceridi, infarti e via dicendo e siamo d’accordo. Ma non è sempre così, questi inconvenienti capitano anche ai magri. Ermelinda Failla, la mia amica del liceo, ha avuto un ictus a soli trentaquattro anni, ed era magra come un fuscello, avessimo avuto la bora qui a Peceneghi, sarebbe potuta morire la mattina presto andando a scuola. Dipende, mi capisce? La questione è che voi medici non credete al destino, è questo non è ,mai un bene. E poi, passando a un discorso puramente estetico, chi lo ha stabilito che una donna in carne debba per forza risultare ridicola? Vedesse come ballo lieve e come mi muovo agile sotto le lenzuola. Lei ignora del tutto il grado della mia sensualità – mi confessò, con lo sguardo rivolto all’esterno, oltre la finestra, in cerca di luce. Si infilò un dito in bocca, poi lo stesso dito lo passò tra i due seni e mi domandò:

– Lei, dottore, di preciso, cos’ha contro le persone grasse?

Mi ero voltato verso la finestra e stavo per risponderle, ma in un lampo dalla camicetta della signora Lavari trasbordarono le sue grosse mammelle, profumate di cipria e irradiate dal bianco della neve che risplendeva sulla sua pelle. Balzai sulla scrivania e come un acrobata mi ritrovai avvinghiato alle sue grosse cosce; la porta era chiusa e avevo le mani sudate.

La sera tornai a casa e a cena raccontai a mio padre della mia conversazione con la signorina Lavari, esternandogli le perplessità che quella chiacchierata insolita e accogliente mi aveva trasmesso. Mentre parlavo lui ascoltava in silenzio, per la solita indulgenza e tenerezza, con la testa chinata sul piatto e gli occhiali appannati dal brodo, poi tutto d’un tratto alzò il viso e mi guardò fisso negli occhi dicendo:

– Filippo, riflettici, con onestà: quel quadro di Botero, non è stata proprio una cattiva idea, eh?

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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