Formicaleone

Ippocrate e i segreti dell’arte medica

Tutto mi conquistava di un fascino azzardato, imprudente.

Probabilmente si tratta di una suggestione, una delle tante,  ma mi piace credere che alcuni libri ci chiamino in un momento preciso e non casuale. Li lasciamo in un angolo per un po’, ripromettendoci di leggerli al più presto, senza sapere che non ne stiamo rimandando la lettura per mancanza di tempo o perché siamo presi da altre occupazioni, bensì perché non era ancora giunta l’occasione appropriata. La clausura forzata pro Covid 19 non ha esercitato su tutti lo stesso effetto: tra coloro che amano la lettura, in  questo periodo sono emerse reazioni opposte. C’è chi si è rifugiato ancora di più nei libri e chi invece , vittima di un inspiegabile blocco, non è riuscito per un bel pezzo a sfogliare  neanche una pagina. “Il segreto di Ippocrate di Isabella Bignozzi, edito da La Lepre mi ha riconciliato con la lettura, facendo io parte della seconda categoria sopra elencata. Questa biografia romanzata che ripercorre le tappe esistenziali del più celebre medico dell’antichità  è in grado sì di regalare una ricostruzione piuttosto fedele  della vita di Ippocrate, considerato il padre della medicina occidentale, ma anche di suscitare riflessioni importanti che rimandano alla contemporaneità,  alla vita e al tempo che viviamo.  Nel caso specifico, un libro che scava a ritroso nella vita di un uomo che sceglie di intraprendere il mestiere di medico, non può non generare una serie di domande sui principi e i valori che ancora governano la pratica professionale della medicina, tanto più in un periodo attraversato da un’enorme crisi sanitaria.

Quanti medici conoscono il cuore della loro arte? 

La domanda più impellente non tarda ad arrivare, è in copertina,  ma ci si rende conto con lo scorrere delle pagine che la risposta all’interrogativo è tutt’altro che facile e scontata ancora oggi. Scienziato e clinico assai noto sin dall’antichità, di Ippocrate “uomo” si conosce con certezza ben poco e, innanzitutto, il libro della Bignozzi tenta in qualche modo di colmare questo vuoto, lasciandoci intravedere quale e quanta sorprendente modernità di pensiero e di abitudini abitassero in lui. Se la chiarezza del linguaggio , la limpidezza delle atmosfere e il ritmo illuminante dei dialoghi riportano ad una dimensione classica della narrazione, quasi si trattasse di un’avvolgente favola antica, questo libro compie una serie di piccole rivoluzioni (consapevoli o meno) che conferiscono al testo un’aura di bellezza e di forza non comuni. Soffiano su queste pagine, come colpi lievi di vento, pensieri e illuminazioni centrali che si intrecciano alle vicende narrate e fanno emergere questioni morali per nulla sorpassate, temi che ci riguardano  da vicino ma che sono stati volutamente accantonati negli anni, definiti ormai grossolanamente come attempati o addirittura noiosi. 

La narrazione della storia parte a ritroso: l’ormai vecchio Ippocrate si racconta al suo discepolo Pòlybos e ripercorre la propria vita, non senza indugi e momenti in cui preferirebbe non proseguire più con le parole e relegare i suoi ricordi al silenzio. Ma il discorso si apre e non si arresta, prende il via dalla giovinezza, dai primi timori e dalle incertezze per arrivare alla’età adulta, quella della consapevolezza e delle esperienze più significative che lo consacreranno medico.

Di giorno in giorno, quanto più apprendevo, tanto più la mia curiosità cresceva. Desideravo sapere il perchè di certe affezioni, se vi era predisposizione in qualche qualità del corpo, se sul malato avevano influenza l’ambiente , le arie, le acque dei luoghi dove viveva oppure l’andamento delle stagioni. 

Centrali sin dalle prime pagine appaiono gli incontri e particolarmente piacevole risulta la costruzione della storia, ricca di personaggi,  di apparizioni e di exempla che fanno luce sul valore dell’ incontro come esperienza,  come occasione di conoscenza di se stessi oltre che degli altri. Il pathos si fa particolarmente vivido nella narrazione degli anni giovanili , periodo in cui le domande che Ippocrate  pone a se stesso fanno eco alle sue paure più reconditi, paure  che con gli anni aumenteranno e cresceranno di pari passo alla consapevolezza di voler intraprendere la strada del padre,  medico molto stimato che incute nel ragazzo un benevolo timore. Ecco un’altra piccola rivoluzione di questo romanzo: nell’età che non vuole maestri, che li offende e ne disdegna il peso e ruolo, Isabella Bignozzi “osa “ricordare quanto sia invece fondamentale e significativa, in ogni vita umana,  la presenza esemplare del “magister” (consapevole o meno) , di una guida che sappia ispirarci e indicare la strada da seguire, un faro che riesca a correggerci con rispetto e incoraggiarci con oculatezza e benevolenza. Si può essere rivoluzionari guardando al passato, senza retoriche nè falsate nostalgie ma semplicemente andando indietro a riprendere il necessario, l’essenziale per andare avanti.

Forse la peculiarità maggiore richiesta a un medico era la grandezza d’animo

“Il segreto di Ippocrate” non è soltanto la restituzione di un’esistenza eccezionale ma è anche una riflessione sulle numerose componenti che interessano la professione medica e, più in generale, tutte quelle occupazioni che vedono nella cura dell’altro il proprio fondamento. La medicina, sembra volerci ricordare questo libro, pur essendo una professione fondata sulle conoscenze scientifiche,  più di ogni altra richiede una fondazione filosofica perchè il suo oggetto di studio e di azione è l’essere umano e spesso, l’essere umano in condizione di sofferenza, l’essere umano che rischia di perdere la vita. Dinanzi a questi temi non c’è scienza pura nè scienza empirica che tengano, serve altro, serve continuamente ricorrere ad approcci che tengano conto della conoscenza e della coscienza dell’umano. 

Altro pregio del libro è ricordarci quanto numerose siano le opere di arte medica che Ippocrate ha lasciato in eredità ai posteri: dapprima tramandate oralmente nei secoli e poi finalmente trascritte, i suoi studi sono giunti sino all’età contemporanea resistendo al buio di certi periodi storici assai turbolenti. Con Ippocrate nasce inoltre il diario clinico, l’abitudine di appuntarsi i singoli casi che seguiva e le reazioni di ogni paziente alle sue cure ed è a questi appunti che la Bignozzi ha attinto per cercare di ricostruire (col contributo prezioso della fantasia ) la figura del medico per eccellenza. Rivoluzionario in qualche modo anch’egli, come appare per certi versi la sua autrice,  Ippocrate sovverte gli schemi sino ad allora in uso nella pratica medica, facendo della medicina una professione razionale, meno influenzata dalla sfera del divino e ispirata al contrario da un approccio proto-scientifico, basato sull’osservazione dei fenomeni. Il suggerimento più importante che giunge dalla lettura di questo libro è quello di non perdere di vista, nemmeno in una società plurale (ma soggettivista) come la nostra, neanche nel pieno del più esasperato relativismo postmoderno, anche soltanto l’ombra di un qualche valore condiviso. 

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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