Formicaleone

I SUPERFLUI di Dante Arfelli

Nell’ultima pagina del romanzo I SUPERFLUI di Dante Arfelli c’è la parola FINE. Le lettere sono in maiuscoletto, ben distanziate le une dalle altre e di un corpo inferiore al testo del romanzo. L’usanza di scrivere la parola FINE appartiene a un’epoca lontana, quando anche nei film l’ultima schermata era riservata alla riccioluta scritta The End. Soltanto allora lo spettatore si alzava dalla scomoda poltrona di legno, usciva dal cinema e se ne andava a passeggio o a mangiare un gelato.

Ma torniamo all’inizio di questa storia: chi è Dante Arfelli? Una domanda che in molti si porranno e che io stessa mi sono fatta quando qualche anno fa lessi un articolo sulla rivista Pangea a firma di Davide Brullo: Dante Arfelli, nel 1949, quasi settant’anni fa, pubblica per Rizzoli un libro, per così dire, ‘generazionale’, dal titolo bellissimo, I superflui. Il libro nasce già nell’onda della leggenda: l’autore, piuttosto giovane, ha 28 anni, dice di averlo scritto in una settimana e mezza”.

Dante Arfelli è uno scrittore italiano sconosciuto ai più, un po’ per sua volontà, un po’ perché l’editoria italiana, con il totale disinteresse per le sue opere, ne ha decretato l’oblio.
L’articolo di Brullo mi incuriosì. Le poche e costose copie del romanzo si trovavano soltanto in librerie di volumi rari e fuori catalogo. Ho aspettato due anni per acquistare la mia copia de I SUPERFLUI nella prima edizione del 1949 edita dalla Rizzoli.

Ho letto il romanzo in due giorni come se avessi sete e ciò che stavo leggendo dovesse dissetarmi in qualche modo. Il libro è un piccolo spaccato dell’Italia del dopoguerra: la miseria, la fame, la politica rappresentano il nostro Paese in quegli anni. Eppure, certe questioni sociali sono rimaste invariate. Oggi, come allora, c’è chi fatica a trovare il suo posto nella gerarchia sociale, chi si affanna per cercare un lavoro, guadagnare il giusto per tirare avanti.

L’incipit del romanzo è la descrizione di un viaggio in treno. Luca, il personaggio principale, guarda ciò che lo circonda, osserva la donna che gli siede di fronte e ascolta, senza interesse, le chiacchiere degli altri occupanti dello scompartimento.

«Si era fissato in quelle parole spiccanti lucide e nere sullo smalto di due targhette fra le quali stava un pezzo di ferro movibile: Kalt (freddo)… Warm (caldo). Nella sua testa quelle due parole andavano e venivano come il sedile di un’altalena: Kalt… Warm; Kalt… Warm. Erano due parole che si adattavano bene al rumore delle ruote e pareva anzi che segnassero il ritmo fra le ruote e le congiunture dei binari. E il rumore delle ruote era dolce e caldo, quantunque formato dall’incontrarsi dell’acciaio con l’acciaio, e portava lontano la mente, svuotava la testa. Poi lo sguardo di Luca si abbassò e incontrò la fronte della ragazza seduta innanzi. Erano bei capelli che sorgevano rigogliosi, quasi con superbia, giù per le spalle. In una tempia v’era una spilla, d’un colore giallo scuro, a forma di fiore. Nei petali brillavano minuscole pietre azzurre ma alcuni petali mancavano della pietrina e mostravano un piccolo buco annerito. Quindi la ragazza alzò gli occhi: Luca si vergognò e guardò fuori dal finestrino»

Ecco, ad Arfelli basta un piccolo buco annerito, una pietrina mancante da un fermaglio per mostrare al lettore, senza inutili descrizioni, la condizione di quella ragazza. Luca è l’occhio di chi legge e come in un piano sequenza lo scrittore sposta l’attenzione dal buco del fermaglio agli occupanti dello scompartimento. Poi lentamente cambia inquadratura e ritorna su Luca e il motivo del suo viaggio: dalla campagna alla grande città, la città dei commendatori. Fugge dalla precarietà, dal nulla del suo piccolo paesello, anche se in fondo non sa davvero da cosa o da chi sta scappando. Luca ha in tasca una lettera di raccomandazione del prete del suo paese e qualche soldo, spera di trovare un’occupazione, un lavoro qualsiasi. È un ragazzo senza pretese, senza grandi ambizioni.

«Si accorse per la prima volta che sono le cose piccole che contano, non le grandi. Le grandi sono il risultato di migliaia e migliaia di minuzie che ora per ora, giorno per giorno, lavorano tenaci accanite e peparono il colpo finale.
Ed ecco si trovava lì, con una valigia in mano, sotto la stazione, proprio da cartolina illustrata. Alcuni biglietti da mille in tasca e la gioventù in mano. Era stato don Aldo a dir così, poco prima della partenza: la gioventù in mano! Gli sembrava di vederla, questa gioventù, impugnata come una rivoltella contro la città.»

Arrivato nella stazione della grande città con la gioventù in una mano e nell’altra tutta l’insicurezza e lo smarrimento. Viene abbordato da Lidia, una giovane prostituta che gli offre compagnia invitandolo a casa sua. Luca la segue senza convinzione. Non ha un posto dove dormire, è tardi e pensa che a casa della prostituta avrà almeno un letto dove passare quella prima notte.
Il giorno dopo prende in affitto una camera nella stessa casa dove lo aveva condotto la prostituta. Si accontenta di quella sistemazione perché vitto e alloggio sono a un buon prezzo. Tra Luca e Lidia nascerà un’intesa, amicizia e amore si confondono, ma di sicuro si riconoscono come figli dello stesso inesorabile destino.

La lettera di raccomandazione, a cui Luca aveva affidato la sua flebile speranza, non dà i frutti sperati. Va da un prelato, da un commendatore, infine da un avvocato, ma tutti gli ripetono la stessa cosa: “Lo farei se potessi… se dipendesse da me… se io fossi libero…”. Grazie a Lidia e a un suo amico-cliente, trova lavoro come impiegato in una ditta di costruzioni, un lavoro a termine. Eppure Luca, nonostante il lavoro, si sente costantemente provvisorio e fuori posto, come se quella non fosse la sua vita ma quella di qualcun altro e non fa nulla per cambiarla, se ne sta immobile, in attesa degli eventi.

«Che importava se sarebbe stata sempre una vita da impiegato, senza possibilità di uscire, di elevarsi? Pur che il domani fosse sicuro, pur che alla fine del mese ci fosse quella data somma in tasca, anche se scarsa, sicura. Così si diceva Luca. Altre volte pensava invece alla condanna di trascinarsi dietro per tutta la vita un tavolino, una penna. Guardava gli impiegati anziani, i fissi, di ruolo nell’azienda. Era una cosa pietosa. Sempre lo stesso vestito scuro, con le maniche avvolte da soprammaniche per non logorare i gomiti, sempre i soliti discorsi sul padrone, sulla ditta, le solite discussioni di politica, sempre gli stessi argomenti ripetuti all’infinito, come se ogni giorno fossero nuovi. Forse appunto per questo era stata inventata la politica: per dar materia agli uomini di parlare; forse per questo esistevano le guerre: per variare la vita a qualsiasi costo, per l’attrazione verso l’abisso che sentono gli esseri fiacchi e deboli. Non malignavano; anzi Luca aveva pensato che avrebbe trovato più malignità e più pettegolezzo. Erano buoni diavoli, gente che a casa aveva moglie ai fornelli, i bambini a giocare sulle scale o seduti nei banchi della scuola, che quando si pungeva con la penna correva a disinfettarsi nella farmacia della piazzetta e per una puntura di spillo al polpastrello tornava su con il dito tutto nero di tintura di jodio. Se si chiedeva loro un po’ di denaro in prestito lo davano senza farsi pregare, conoscendo le condizioni degli altri dalle proprie. Per il denaro avevano un gran rispetto. Forse avevano più rispetto delle somme modeste che delle somme enormi. […]
“Anche loro”, si diceva Luca, “alla mia età dovevano pensare quello che penso io, poi col tempo sono diventati così. Anche io diventerei come loro e non sentirei la tristezza di questa condizione”»

Arfelli porta sulla pagina un mondo di gente pigra e indolente, disillusa fin dalla nascita perché certa che per loro le cose non cambieranno mai, che ci saranno sempre quelli più fortunati che non patiscono la miseria e la sofferenza. Anche sperare diventa un lusso, una concessione per pochi sfrontati, e l’amore, quando c’è, si trasforma in un sentimento complicato e irraggiungibile. Costa amarsi, come costa vivere nella “miserabile Europa di impiegati e falliti”.

«‘Le generazioni degli uomini sono come foglie’.
Chi l’avrebbe detto, quando studiava questo verso, che gli sarebbe tornato alla mente quella notte? Era proprio così, come le foglie: una generazione appassisce e cade e già un’altra verdeggia. Così da tempi immemorabili, così anche altri tempi infiniti. Così erano caduti anche il padre e la madre, ma prima del tempo, uccisi dagli uomini, non dalla morte. A che cosa valeva il passaggio di una generazione se non preparava una vita migliore per la seguente? In questo avvicendarsi e in questo preparare e sacrificarsi l’uno per l’altro era il senso segreto della vita. Forse un modo era migliore dell’altro, forse la vita seguita da lui non era la giusta. Poteva anche essere, ma era pur sempre qualcosa per preparare una nuova vita. Della sua, che poteva farsene oramai?
‘Le generazioni degli uomini sono come le foglie
Che la selva germoglia al tempo della primavera’

La scrittura ha qualche inciampo stilistico, parole ripetute più volte nella stessa frase, a tratti lo stile cambia totalmente. Arfelli utilizza un linguaggio parlato come se a narrare la storia, o meglio le storie dei superflui, non fosse più il narratore ma, di volta in volta, la coscienza dei vari personaggi.
E da lettrice l’ho sentita tutta, la rassegnazione, l’abbandono di Luca e Lidia davanti alle avversità, e non sono sufficienti le piccole ambizioni per riscattare la propria condizione. Attendono l’evento che cambia le cose, che dia loro una possibilità, una qualsiasi.

«Sono già due volte che spero nell’anno nuovo», disse Lidia. «Voglio dire due volte che spero di arrivare a un risultato. Prima, da ragazza, speravo negli anni nuovi, ma così, senza sapere niente di preciso. Speravo che nell’anno nuovo sarebbe capitato qualcosa che non era mai capitato, non sapevo neppure io che cosa. E nemmeno cercavo di saperlo. Poi mi dimenticavo, e alla fine dell’anno non me la prendevo tanto che non fosse successo niente. Così tornavo a sperare nell’anno dopo. Ma adesso è diverso. Adesso so che cosa deve avvenire e alla fine dell’anno, quando mi trovo senza, è un anno perduto».

Le cose avvengono quando devono avvenire, pensa Luca, e il destino è già scritto per ognuno e quel destino è impossibile da modificare, perché bisognerebbe, prima di tutto, modificare ciò che si è. Dante Arfelli denuda i suoi superflui, li mostra al mondo come degli inetti figuranti, senza mai sottrarre loro la dignità. La dignità è l’abito buono, quello che indosseranno fino alla fine.

«Ora non aveva più l’impiego e viveva con un po’ di soldi che aveva risparmiato nella previsione che sarebbe venuto questo momento; li aveva tutti in tasca e fra poco sarebbero finiti. Ma non se ne dava affatto pensiero. Era stato molto più preoccupato l’estate precedente, quando sembrava prossimo il licenziamento. Ora non gliene importava gran che, non pensava più al domani: qualche cosa sarebbe pur avvenuto.
Estrasse una sigaretta e l’accese. Il fiammifero era di legno e con la punta annerita egli si pulì le unghie. Anche questa di pulirsi le unghie era una cosa inutile».

Le descrizioni, sia degli esterni che degli interni, sono tocchi di colore. Che siano case decrepite o lussuosi salotti Arfelli non fa una sostanziale differenza, la variazione è minima perché lui punta sull’atmosfera, sulla sensazione di estraneità totale dei personaggi e del lettore.

«Ora Luca era a spasso e poteva permettersi di andare in giro. Non sapeva mai dove andare. Andare in un caffè o al cinema ci volevano dei soldi. Non ne spendeva neppure per comprare il giornale e aveva preso l’abitudine alla mattina di andare in centro a leggere i giornali esposti negli albi al pubblico, a cura dei giornalai stessi. Un altro modo per passare il tempo era quello di leggere tutti i manifesti, di stare a guardare i tram, di entrare nei negozi dall’ingresso libero e farsi portar via dai “tapis roulants”. O di stare disteso sul letto a guardare le macchie di umidità nel soffitto e a immaginare in quelle macchie le più diverse figure. Ora gli sembrava di vedere un uomo con un mantello, ora un uomo con un bambino, ora animali o altre cose. E nelle ore del primo pomeriggio, che il sole batteva pesante sulla via, passava il tempo a guardare le immagini che entrando per le griglie della persiana chiusa si riflettevano capovolte nella parete. Egli poteva vedere in quelle ombre rovesciate quello che accadeva in strada, come in un film. Aveva imparato a distinguere un uomo in bicicletta, una automobile, una carrozza, e seguiva quelle immagini che sorgevano fluttuando dalla penombra, nell’angolo del muro, diventavano più nitide e corporee passando per il centro, poi si dirigevano rapidamente dall’altra parte della parete, verso la penombra dall’altro angolo, ove si smarrivano e svanivano».

«[…] “Di fame nessuno muore”, dicevano al paese di Luca. Di fame certo non era mai morto nessuno: Luca non aveva mai saputo che uno fosse cascato per terra morto di fame. Anche il più disperato, il più misero, di fame non moriva, no, ma moriva di altro accidente, di un’altra malattia. Ed invece era stata la fame a roderlo, piano, un po’ alla volta, senza farsi vedere, ma ogni giorno sgocciolando un po’ di morte dentro il corpo, finché un girono da un soffio qualsiasi quel corpo era stato disfatto. E la fame fuggiva subito lontano, non si faceva vedere dalla gente che dava la colpa a un’altra cosa: a un sacco che pesava di più, a un sudore agghiacciato, a un colpo d’aria, al vino bevuto, a tante altre cose. Alla fame no. La fame è già scappata via, nessuno la vede, è già corsa da un altro, gli si è attaccata addosso come una peste, come una rogna. E l’affamato cammina fra la gente proprio come il rognoso. Rognoso lo vedono gli altri, rognoso si sente lui.
E non c’era bisogno di avere il vestito rotto, i calzoni a brandelli, per essere rognosi di fame. Ci sono anche dei rognosi di fame che girano con le scarpe lucidate, con la piega nei calzoni, con il fazzolettino all’occhiello e sorridendo.
E non c’era nemmeno bisogno di avere a tavola solo un piatto di fagioli e basta, di avere per letto della paglia e basta. Si poteva essere rognosi di fame e di miseria anche con il materasso nel letto, anche con la minestra sulla tavola, per il semplice fatto che non si vive con il solo pane. Migliaia di gente avevano fame del resto, che è indispensabile con il pane, più del pane. Ed era questo resto che non c’era, a rodere il cuore, a togliere il respiro.
E guai ad alzare un dito, guai a dire: “Sono così”. Bisognava stare ben nascosti, nascondere questa peste, lamentarsi sì, ma non troppo, per non far capire di avere la rogna addosso. Non fare un urlo, non alzare la mano; solo, uno era libero di buttarsi sotto il treno o dentro un fiume, questo sì lo poteva fare. Ma dopo morto tutti ne avevano ribrezzo e dicevano che quello non era stato coraggio, ma paura, e dicevano che era una cosa snaturata, come se fosse naturale vivere con la rogna addosso. Così non si poteva fare neppure questo. Che cosa si doveva fare? Ammazzare gli altri perché ci fosse più posto da stare al mondo? Ma già a milioni ne erano morti e il posto era come prima. Un’altra guerra per portare via un altro po’ di milioni? Ma dopo i feti sarebbero germinati nei ventri a milioni e non ci sarebbe stato più posto ancora. Buttare tutto per aria e gettarsi allo sbaraglio? Dividersi i bocconi di pane e contarli: “Uno a te e uno a me”? Aveva ragione Luigi quando diceva che si era in troppi, troppa gente in più, troppi esseri superflui».

FINE.

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