Formicaleone

SCRIVO, VI RIGUARDA? – di Renato Minore

Intervista di Renato Minore a Gesualdo Bufalino
pubblicata su “Il Messaggero”, 29 marzo 1981

©Fotografia di Giuseppe Leone
(Bufalino con Sciascia, Piero Guccione, Nunzio Digiacomo. Immagine gentilmente concessa da Giuseppe Digiacomo, presidente della Fondazione Gesualdo Bufalino Onlus)

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Comiso.
Nella piazza principale c’è il ristagno tutto maschile delle piazze nei paesi del Sud. E le donne? Oggi è sabato, mi viene detto. Le ragazze stanno tutte a passeggiare lungo il corso, dall’altra parte.

Un manifesto promette esibizioni sessuali delle più disinibite e qualcuno sguscia velocemente verso l’ombra del cinema principale. Accanto, c’è il palazzo del circolo culturale, di cui giustamente gli intellettuali di Comiso sono orgogliosi. Biblioteca, discoteca, sale per proiezioni e dibattiti, il tutto si estende su due piani, in uno spazio ampissimo, impensato. Proprio qui Gesualdo Bufalino ha concesso l’intervista di due domeniche fa che ora è gelosamente conservata nel videonastro, a futura memoria. Ha parlato di sé, di Comiso, della mafia ai dodici milioni di distratto pubblico della festa televisiva. Quelle parole, involontariamente, sono state la legittimazione di uno status, il necessario riconoscimento audiovisivo: ora è lui il caso letterario dell’anno, il «nuovo Lampedusa». Prima c’era stata l’intervista e l’anticipazione sull’«Espresso», la folgorante indicazione da parte di Leonardo Sciascia del suo primo romanzo, Diceria dell’untore, pubblicato da un piccolo e raffinalo editore di provincia, Sellerio.

Da allora l’ingordigia frettolosa dei nostri circuiti di informazione non ha più risparmiato questo sessantenne ex-professore siciliano, finora completamente ignoto. Tutti lo vogliono interrogare e spesso sui massimi sistemi (il femminismo, il caso d’Urso) mettendo a dura prova i suoi «nervi e coronarie di cartavelina». Anch’io, ingordo, mi sono precipitato in questo lembo estremo della Sicilia orientale, con il suo barocco luminoso, razionale, prosciugato, davvero memorabile. Trovo un interlocutore amabile, aggiornatissimo, un cultore di jazz, di cinema muto, di stampe e fotografie antiche. Su di un fondo di immobilità contemplativa, di scetticismo, con un «cupio dissolvi», più forte di ogni altra pulsione. Ed è qui, forse, la ragione del suo tardivo esordio narrativo con un romanzo che, praticamente, gli è stato strappato dal cassetto grazie alle sollecitudini di Sciascia, dei Sellerio, di Siciliano. E non solo in altri motivi (la ripugnanza per la ricerca di un editore o il «rifiuto del palcoscenico») che Bufalino si è appuntato in un promemoria preparato per la mia intervista e che, un po’ candidamente, mi ripete…

«Lei ricorderà il diario di Renard: sì, proprio l’autore di Pel di carota. Ad un certo punto, vi si legge, pressapoco: cammino in mezzo ai campi, alzo gli occhi al cielo, poi li abbasso a terra, penso a quello che farò domani, a ieri, a oggi, e mi chiedo: e poi? Il problema è tutto qui. Questo e poi è un’autodomanda, la più agghiacciante che si possa fare. Se anche lei, che si è scapicollato fin qui, si fosse detto: va bene, vado a fare questa intervista a Bufalino, e poi?».

Vuol dire che pubblicare un libro non serve a nulla, come non serve a nulla questa intervista?
«Ma, vede, trovo equivoca la gloria, figuriamoci poi la notorietà. Io, nel migliore dei casi, mi potevo aspettare la notorietà, e mi sembrano sentimenti equivoci, ingannevoli, proprio fraudolenti.
Nel senso che da moltissimi anni frequento la lettura, diciamo così, dei cataloghi di antiquariato librario. Ogni volta è come entrare in camposanto. Che sensazione d’effimero dinnanzi a schede di libri mai letti, che non leggerò mai, libri del Seicento, del Settecento… camposanti delle glorie di ieri, eloquentissime cripte dei cappuccini: sa, quei luoghi deputati del barocco funebre. Opere polverose, morte, che da oggi aspettano anche me…».

Lei, insomma, non è stato immune dal fascino dell’inedito?
«Sì, ho sempre pensato all’opera anonima e segreta come all’approdo più puro di un cammino creativo, l’unica che possa fregiarsi di questa sepsi suprema: il silenzio. Pubblicare significa disseminarti, polverizzarti. La stampa, come la copula e gli specchi di cui parla Borges, ha questa sinistra funzione moltiplicatoria. L’opera vive finché è inedita, aperta, variabile ad libitum, come la vita. Pubblicare significa consegnarsi a una lapide, al marchio del ne varietur. Ricorda la frase di quel libertino francese: “Ti amo, ti riguarda forse?”».

Scrivere è allora un vizio solitario…
«Certo, quando si scrive per sé soli, ci si può abbandonare ai propri vizi più cari senza timore, farsi cannibali fantastici di se stessi e mangiarsi con appetito. Ma c’è di più… ».

Cioè?
«L’arte per me è un fatto privato, soliloquio, preghiera, esorcismo, passatempo da carcerato, bozza per un delitto o uno scasso. La parola ne è il grimaldello: non tanto nel suo valore orfico quanto in quello medicinale e ludico. Io scrivo per giocattolo e medicina fisica e morale. L’arte è come un arto. È la protesi di una vita non vissuta».

Alla scrittura lei attribuisce, insomma, una funzione di estrema gravità?
«Scrivendo ci si allontana dall’esecuzione, nel senso criminologico del termine. Ho letto che l’uomo di Neanderthal è morto perché non sapeva parlare. Avrebbe dunque ragione Blanchot: si parla, si scrive per non morire. Del resto, io stesso penso che chi racconta cerca solo, come Sherazade, di rinviare un’esecuzione, di corrompere il carnefice. Ma la parola non vale solo come ultima sigaretta del condannato. Può essere sesamo salvifico, pedaggio da pagare al “barcaiolo” per ottenere udienza dall’ombra, per riscattarti dall’ostaggio della vita».

Lei dice che, se scrivere è un’esigenza vitale, pubblicare è una gogna. Perché esporsi al rischio della ribalta? Ci vuole faccia tosta, fiducia di sé, un certo cinismo… Eppure «Diceria dell’untore» è in libreria da quasi un mese. Come spiega questa contraddizione?
«Lei si chiede: perché questo cedimento non tanto alla pubblicazione, che è avvenuta veramente dopo resistenze infinite, ma alle altre, e più frivole, sirene dei veicoli pubblicitari, tv, giornali?  Ecco, sono stato travolto: ho cominciato con il dire di sì per naturale mansuetudine, una prima volta. Poi non mi sono più potuto fermare. Mi sembrava che, accettato il gioco, fosse sleale o presuntuoso recitare la parte del cavernicolo ritroso».

Ha paura che la macchina della notorietà la stritoli, ha paura di non essere pronto a difendersene?
«Indubbiamente si tratta di uno sconcerto in una vita che è organizzata secondo alcuni ritmi ormai canonici, per uno, poi, che soffre d’insonnia. È una prospettiva piuttosto preoccupante quella che mi si apre. La mia vita è sconvolta, troppo tardi; assumerà non so quali direzioni, probabilmente più dolorose e tormentose di quanto non pensassi. Si aprono orizzonti di collaborazioni, di impegni, di telefonate. Ed io non so mai dire di no al telefono. Dico di sì a qualunque cosa. Lei può chiedermi anche di ammazzare un tizio ed io parto, come fossi teleguidato o ipnotizzato».

Vorrei che mi parlasse ora del romanzo…
«Sì, ma mi ascolti con diffidenza. L’autore è quasi sempre un poco attendibile testimone di sé. Io, poi, sono un testimone infedele per vocazione, “falsa testimonianza” s’intitolava, del resto, un mio quaderno di versi giovanili».

Mi interessa comunque sapere se davvero lo ha scritto in polemica con modelli del neorealismo.
«Innanzitutto solo alcune pagine sono state scritte nell’immediato dopoguerra, dopo la malattia. Tutto l’impianto è posteriore, del 1970 e del 1971. Certo, la mia scelta lessicale-stilistica di quel tempo, che ho in seguito ripreso, era così lontana dai modelli canonici del tempo. Era la loro moda che, in qualche maniera, mi urtava. E anche il fatto che fosse messa nel lebbrosario tutta la tradizione colta e aulica: anche sul piano linguistico era stato espunto in quel momento il registro “alto” nelle scelte. Ora io non ho nulla contro il registro “basso”, ma penso che fosse allora esercitato un po’ lo stesso sopruso che nei secoli precedenti era stato esercitato nei confronti del registro “basso”».

Questi dubbi hanno ritardato in parte la stesura?
«Certo, nulla mi incoraggiava. D’altro canto, è vero che si può scrivere senza pensare ai modelli trionfanti, anzi in polemica con essi. Ed io, poi, l’ho fatto, ma allora non mi sentivo ancora maturo per un’opera totale. C’era, poi, in me stesso un dubbio creativo, diciamo. Mi chiedevo se questi effetti di liberty funereo che io andavo conferendo alle mie parole, questo senso di sazietà, di tristezza, e, insieme, di calligrafia, non fossero un errore. E il problema lo risolvevo rimandando al dopo».

Ma come definisce in breve la sua «Diceria dell’untore»?
«Si tratta certamente di un libro non naturalistico, ho immerso i miei personaggi in un’atmosfera a metà tra la fiaba e l’orrore. É un sontuoso arazzo mortuario, un’ikebana di parole… Però con uno strazio serio, sotto. Ho cercato di far quadrare il difficile cerchio (come le dicevo prima) calligrafiainfelicità.
Ho adoperato la scrittura per frode e per seduzione. La mia arabica impostura era però destinata a un credulo unico, a un complice compiacente. E questo l’assolva».

E c’è sempre nella sua scrittura, nei suoi personaggi un che di parodico, di falsetto…
«Mi sarebbe piaciuto intercalare, se l’avessi trovato, un couplet di Offenbach, inserirlo nel testo. In effetti, Orfeo e magari un Orfeo da operetta, è il segreto mitopoieuta del libro: un Orfeo vigliacco, che non si volta a bella posta, che ha bisogno del sacrificio di lei per salvarsi. Un Orfeo che civetta con l’Ade e lo visita en turiste».

Tutto ciò al di là o al di qua della storia.
«Nel romanzo, Marta incontra la “storia” nella forma di una processione di contadini che va a occupare le terre. E lei dice che qualsiasi avvenimento del passato, del presente, del futuro, non conta nulla in confronto a una goccia del suo sangue e a un minuto della sua vita. In sostanza, abiura la storia per rifugiarsi in questa specie di narcisistico culto di sé, che poi, per lei che è malata, è una forma immediata di sopravvivenza. un soprassalto di vitalismo… In verità, quando si ha questa specie di visione, questo nichilismo, questa stanchezza, è chiaro che non si può partecipare con molto entusiasmo allo sviluppo delle vicende storiche. Anche perché lo sguardo disincantato con cui contemplo i cataloghi di antiquariato librario, è lo stesso con cui sfoglio le pagine della storia, che è tutto un catalogo di fossili archeologici e di fossili storici. Tutta una serie di “verità” di presunte verità che sono gli errori».

Per lei non c’è nessuna talpa che scava?
«Semmai è una talpa che scava per distruggere l’universo. È l’universo che si autodistrugge e va verso il nulla finale».

È quasi sera e già primavera. Bufalino passeggia con me per Comiso, saluta amici, parla, sorride con un po’ di tristezza. Mi dice che questo triangolino di Sicilia è assolutamente immune dal contagio mafioso. C’è un fiumicello a due passi, si chiama Ippari ed è il confine della mafia Al di là comincia la mafia, al di qua non c’è più mafia, miracolosamente.

Ma ne è proprio sicuro?
«Almeno fino a due anni fa. Non potrei e non vorrei calunniare la mia terra, ma temo che qualche infiltrazione, qualche goccia del diluvio universale cominci a cadere anche qui. O forse, pensando alla Peste di Camus, qualche topo comincia a morire. Una notte sono stato svegliato da uno scoppio, una macchina è saltala in aria. Forse l’Ippari, che ora è completamente asciutto (ma nella mia infanzia scorreva ancora acqua) è stato attraversato. Ma ancora da avanguardie tenuissime. Poi non s’è sentito più nulla. Una macchina: mah, sarà stata una vendetta, può essere di un marito tradito».

Ora siamo nel corso cittadino. I giovani rumoreggiano con i motorini, contrattano tra loro la serata. Sembra di stare nel caos di una qualsiasi periferia urbana. Penso a quanto ho appena letto nelle pagine in cui Bufalino commenta antiche immagini di Comiso, in un libro di fotografie di cui ha curato (sempre per Sellerio) l’introduzione: il conflitto tra padri e figli, tra generazioni che ricordano e quelle che sperano in un «non sapersi, da parte degli uni, rassegnare alla presunzione degli altri che il passato sia un enorme massa damnationis che, come il cadavere della commedia di Jonesco, si moltiplica, imputridisce, non si sa come liberarsene».

Bufalino mi ricorda la vita comunitaria d’un tempo, i mestieri scomparsi (U’ luppinaro, u’ lampionario…) il suo museo d’ombre proustiano a cui tiene tanto. Ha già scritto qualcosa «come minuscoli poemetti in prosa», come mimi alla Teocrito. Poi si scusa ma deve tornare a casa: lo attendono i genitori novantenni con cui vive. All’improvviso sento tutta la irraggiungibile tristezza e stanchezza di quest’uomo che si allontana, chiuso nel cappottino grigio ancora invernale, mentre intorno i motorini fanno la solita grancassa.

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Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di prima, Le bugie dei poeti, Nella notte impenetrabile, O caro pensiero (Premio Viareggio).
Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello).
Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense).
Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”.
È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

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