Formicaleone

Tutta la grande letteratura è un avvenimento: intervista a Vincenzo Gambardella

Elegante, leggiadra, colta, visionaria: la scrittura di Vincenzo Gambardella possiede una bellezza temeraria che non è solo puramente estetica nè si può dire si fermi soltanto al ritmo narrativo o alla cura attenta delle parole.  La sua è una scrittura folgorante, libera, aderente alla vita ma mai invadente, la sua parola è funambolica e sa sempre trasmettere e trovare inaspettate e sorprendenti connessioni tra le cose del mondo. I suoi personaggi poi li si rintraccia di frequente al di là di ogni prevedibile consuetudine; loro fuggono, quasi sempre senza saperlo, dai ruoli imposti dalla società, cercando a tentoni una salvezza e una verità al di fuori dei sentieri più probabili, sulla scia di deviazioni tanto imprevedibili quanto più profondamente umane. Con il romanzo “Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo di Sarajevo” uscito per Il Seme Bianco nella collana Magnolia nel gennaio del 2019, l’autore ha narrato la storia di un giovane prodigio della chitarra, che giunge a Napoli in fuga dalla guerra che ha distrutto Sarajevo. Nella città partenopea Ivan inizia a suonare postegge d’amore con altri musicisti di strada e si lascia trasportare giorno e notte dalla passione per la musica che  comprometterà il suo affido ad una famiglia napoletana, la quale alla fine rifiuterà il ragazzo. Ivan giungerà così a Milano e  incontrerà un professore di musica che lo inizierà a Django Reinhardt, il celebre chitarrista zingaro del quale sarà il degno erede ma il giovane bosniaco non saprà mai dimenticare di essere un musicista di strada e tenderà a ricongiungersi all’unico mondo che sente suo.

Ivan Muthiac è un musicista talentuoso ma è anche un giovane ragazzo che fugge dalla guerra di Bosnia. Cosa accade al ragazzo, una volta giunto in Italia dalla sua famiglia affidataria?

Accade, hai detto bene, perché è proprio un avvenimento. Tutta la grande letteratura è un avvenimento, ha la forza di un avvenimento, ha  la forza di ciò che accade, di ciò che non si conosce (nonostante prenda spunto dalla tradizione), e rappresenta un imprevisto, o, meglio, s’incarna in qualcosa di impensawbile: il talento di Ivan,
intendo dire, la scoperta del suo rapporto con la musica.

Ancora una volta, come in altri tuoi scritti, c’è un adolescente come  protagonista.  Sapresti provare a individuare i motivi di questa scelta, che pure credo sia dettata dall’ispirazione e quindi non programmata?

Io non scelgo, mi sento scelto; i miei libri, i personaggi che racconto, mi cercano, tengo a cuore la loro compagnia, mi sento felice. Attraverso loro ho la sensazione di toccare un principio di grazia.

Ivan è radicalmente libero e in tutte le sue azioni emerge il desiderio di inseguire la propria passione, di metterla in pratica concretamente, senza soffermarsi a fare altro che non lo interessa, che non lo emoziona. Questo perchè il raggiungimento di ciò che si desidera ha un prezzo?

Nessun prezzo, se non la propria esperienza e la propria libertà, nonché il dolore: il fatto che per vivere pienamente occorre esporsi, occorre lasciarsi ferire.

Quali sono i conflitti che Ivan deve affrontare per seguire il proprio talento?

Ivan vive per gli altri, è naturalmente disponibile verso gli altri, in affetto e caritá. Lo dimostra, all’inizio del romanzo, l’incontro con Alex. Ivan scopre subito cosa manca al suo nuovo amico, e suona per lui, lo incoraggia nel suo sentimento per Vittoria, la ragazza che ama. In Ivan non c’è la retorica del sacrificio. Basta ricordare quello che fa per Raul, il compagno di scuola. Quello che ha perso Ivan lo riguadagna ogni minuto, moltiplicato, traendone il centuplo, un arricchimento straordinario. Si può dire che Ivan è senza fine, lui fa parte della lunga serie di personaggi orfani della letteratura mondiale, che continua nel tempo. Giacché ognuno di noi è orfano. La condizione dell’orfano va al di là della letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Non ho nessuna difficoltà a dire che per il mio libro mi sono ispirato a Storia di una vita, di Aharon Appelfeld, che invito tutti a leggere.

Nel romanzo una delle protagoniste è la scuola, seppur tratteggiata  sempre sullo sfondo delle vicende di Ivan.  Di cosa avrebbe bisogno la  scuola per essere davvero formativa?

Dovrebbe essere libera, non omologata dal monopolio dell’istruzione, che imbriglia noi umani con regole e regolette; un vero labirinto in cui insegnanti e alunni si muovono in continua difficoltà. Sono le famiglie che dovrebbero scegliere l’educazione da dare ai propri figli, in modo assolutamente libero, in piena libertá di scelta, e nel desiderio di conoscere una vocazione. Ecco, la scoperta della vocazione, questo rende formativa la scuola. Non il pensiero unico di oggi. Ad esempio, tornando a Ivan, lui ha una vera vocazione, che è qualcosa che non solo ha ricevuto ma che lui mette anche in atto, come mistero della conoscenza. Questo è quello che a mio parere occorre fare. Primo Levi insegnava La Divina Commedia nel campo di concentramento, non si preoccupava di chi avrebbe capito è chi no. Lo faceva e basta, e la gente lo capiva. Oggi ci si sente dire nei consigli di classe che quello che si vuol insegnare è troppo difficile, che i ragazzi non ce la fanno, sono distratti, mancano di concentrazione. Io, tante cose che non capivo, le ho capite con gli anni, e ringrazio i miei insegnanti di avermele dette. Ho la sensazione, attualmente, che non si voglia trasmettere la complessità, ritenendo che solo alcuni possano comprenderla. Insomma tutto dev’essere a portata di mano, cibo precotto! Si pecca dunque di elitarismo, o, peggio, si cerca solo di eseguire quanto richiesto dai programmi scolastici, senza affrontare il rischio educativo, che è sempre presente, come diceva don Giussani. Il coraggio non c’è lo si può dare! Ad abbattere il presente scoraggiamento propongo di ripartire dal mondo classico, dal mondo cristiano, dall’Umanesimo, cioè da quella visione profonda e significativa dell’uomo che gli ha permesso di raggiungere quell’impensabile di cui parlavo prima. Lì si gioca il nostro futuro, il futuro di noi uomini desiderosi di vivere.

Guardandoti indietro, riesci a scorgere un leitmotiv nel tuo percorso letterario?

 Direi che il tema del dono è centrale, e così pure quello della gratitudine. Ma per arrivare a una simile affermazione, l’azione dei miei libri si svolge sempre nel dramma. Ho un rapporto drammatico con la letteratura e con lo scrivere in generale. Diceva Artaud che è crudele avere bisogno. L’uomo è sempre nella dimensione del bisogno, ha bisogno di tutto e di più. Io credo che la dipendenza umana è profondamente radicata in noi, è la nostra radice, e spinge a una più forte comprensione del nostro travagliato animo.


VINCENZO GAMBARDELLA è nato a Napoli nel 1955 e vive a Milano, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi sulle riviste letterarie “Nuovi argomenti“, “Achab“, “ClanDestino“, “Pangea“, “Formicaleone” e altre, oltre che su alcune antologie di narratori italiani contemporanei. Ha pubblicato i romanzi “Seduto sulla tempesta”, “Il cappotto istriano”, “Vinicio sparafuoco detto Toccacielo”, “Splendore dei randagi”, la raccolta di racconti “Scricchiolii”, e il romanzo per ragazzi “Celestino sospeso”.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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