Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Gioacchino Lonobile

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Gioacchino Lonobile
Gli antichi monaci cinesi inventavano dei problemi, detti Koan, per far meditare i propri allievi, in modo che convogliassero pensieri e sentimenti verso uno scopo. Non esistevano risposte giuste a un Koan: potevano essere molte e nessuna, perché il Koan era già di per sé la risposta, e appena se ne cercava un’altra esso moriva. Nonostante ciò, cogliendo l’ironia che le sue parole spesso nascondono, le risponderò che, come ben sa, la vita non è così semplice. Uno scrittore cileno, a cui è stato riconosciuto il giusto merito quando stava per lasciare il suo corpo terreno, in uno dei suoi migliori romanzi scrisse: “Questo racconto dovrebbe finire qui, ma la vita è più dura della letteratura” e su questo sono abbastanza d’accordo. Scrivere serve a dare un certo ordine alle cose, un senso logico – reale o fantastico – alla casualità degli eventi che attraversano le nostre esistenze. La casualità ha sempre messo un certo timore all’uomo, scrivere potrebbe essere un modo per esorcizzare tale paura. Lei ebbe a dire che la fortuna delle detective-stories ha origine nel fatto che essendo la Creazione, e con essa le nostre vite, un mistero a cui manca lo svelamento finale, leggere un giallo, dove il colpevole è smascherato ogni volta, ci risarcisce e ci consola, forse la sua osservazione andrebbe estesa a ogni scritto.

Poi molti le risponderanno che scrivono perché non ne possono fare a meno, come se fosse una sorta di maledizione a cui il Dio delle lettere li abbia condannati, spero per loro che non sia d’avvero così, ma siano solo portatori di quella qualità che loro stessi ritengono un grande difetto: la vanità.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Gioacchino Lonobile
Maestro, pensa sia davvero possibile un mondo senza parole? Ricorda quando scrisse che l’uomo di Neanderthal morì perché non sapeva parlare, mentre noi periremo per non aver saputo tacere? Ecco, penso che sia proprio questa la nostra sorte. Noi siciliani saremmo avvantaggiati: nei secoli abbiamo eliminato tempi verbali come il futuro, chiuso le vocali, abbiamo diminuito il numero di parole e le abbiamo contratte, sempre di più, fino a trasformarle in sillabe, in suoni o solo in gesti; abbiamo eretto mura, per non farci capire e per proteggerci dai nostri oppressori. Come scrisse un nostro famoso conterraneo, qui tutto ha una maschera, si dice una cosa per intenderne un’altra, e certe volte nemmeno si dice. Neanche per noi, però, sarebbe così facile eliminare del tutto le parole. Se lo facessimo non saremmo più uomini, forse saremmo esseri superiori, ma di certo non saremmo quello che siamo. Più che far silenzio per imposizione propria e ancor peggio di altri, converrebbe star zitti quando non si ha nulla da dire o da scrivere, come diceva qualcuno “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Sembra, però, che ad alcuni parlare e scrivere di qualunque cosa se non il Dio delle lettere di cui sopra, lo abbia prescritto il medico curante.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Gioacchino Lonobile
Nabokov dice ai suoi allievi prima e scrive ai suoi lettori dopo, che leggere è uno spreco di tempo,  ed è necessario imparare a perdersi in questo magnifico lusso. È vero, leggere potrebbe essere un lusso, se lo intendiamo come sommo piacere, ma più spesso pensiamo al lusso come qualcosa di superfluo, che allieta sì la nostra vita, ma di cui possiamo fare a meno. Lei lo chiama vizio, come si può fare dunque a meno di un vizio? Se scrivere contiene in sé sacrificio, impegno e a volte disciplina, leggere, invece, dovrebbe essere più simile a fare una passeggiata, a chiacchierare con un amico, ad ascoltare una canzone, a gustare un caffè nel proprio bar preferito, ad andare al cinema o a una mostra. Ma  non solo, come dice lei diventa un bisogno fisiologico come dormire, mangiare, in altre parole un atto indispensabile.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Gioacchino Lonobile
Maestro, non posso dire di condividere questa sua passione: prediligo la vita dei personaggi più di quella degli autori. Di questi ultimi, cerco di decifrare o meglio immaginare la vita dai racconti e dai romanzi, piuttosto che dalle lettere e dai diari, che, se non in casi eccezionali, mi risultano un po’ noiosi. Se mi permette vorrei svelarle una tecnica che ho messo a punto nel tempo, e che mi ha dato qualche soddisfazione: se un autore cita uno stesso evento in due o più sue opere, allora penso che quel fatto abbia fatto parte della sua vita. Per esempio, credo che un autore premio nobel abbia realmente visto una bambina che, morta molti anni prima, conservava intatto il suo corpo e veniva venerata come una santa; o che lo scrittore cileno, di cui le parlavo prima, avesse come padre un ottimo pugile dilettante, e che una volta incarcerato fosse stato aiutato da due sue ex compagni di scuola, incontrati casualmente, che dovevano essere i suoi carcerieri. E così tanti altri episodi che di solito non vengono menzionati nelle biografie ufficiali. Lo ammetto, immaginare la vita di un autore che si ama è una sorta di autoprotezione, del resto cosa importa? Céline?  Sì, un medico di periferia dal linguaggio colorito, non mi sembra di sapere altro su di lui.

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Gioacchino Lonobile, nasce a Toulon nel 1979. Dottore di ricerca in neuroscienze. Ideatore del festival letterario FAIR – Farm in reading – presso Farm Cultural Park. Ha pubblicato “Espadrillas Gialle” per 18:30 edizioni (2008) e “Meusa” per Subway (2010), altri racconti per le riviste Atti Impuri, Prospektiva, Nazione Indiana, TerraNullius, Nuova Prosa, Pastrengo, Risme. Ha pubblicato per il Palindromo “I giorni della vampa” (2016) e “Via Terra delle Mosche – stradario immaginifico di Palermo” (2019).

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