Formicaleone

L’agguato di Vincenzo Pardini

Andato in pensione, Giacinto Turbati poté finalmente dedicarsi a quanto di più amava: la caccia al cinghiale. Di media statura, tarchiato e forte, la faccia livida dei tipi sanguigni, per anni, aveva svolto il lavoro di macellaio in un ammazzatoio di periferia. Sebbene sposato e con un figlio adulto, aveva avuto una vita tutta sua, da lui stesso definita sotterranea, visto che, non di rado, oltre le prostitute, frequentava i trans. Un’abitudine subentratagli negli anni. All’improvviso, fra desiderio e ripulsa, i travestiti avevano iniziato ad attrarlo. Ma la goduria che gli davano finiva con l’avere il sopravvento. Sapeva dove andare e dove incontrarli: un luogo ai margini della via Aurelia, direzione Livorno, tratto nel quale gli era capitato di incrociarvi individui delle istituzioni e preti, come lui alla ricerca di uno svago oltre le righe. La passione verso battone e trans la sentiva analoga a quella per la caccia. Forse perché i luoghi dove incontrava i prostituti si trovavano nelle adiacenze di zone boschive, regno di ungulati e predatori, tra cui i lupi: ombre grigie che si dissolvevano, non dandogli il tempo di sparargli. Perché lui, a caccia, tirava su qualsiasi animale selvatico. Fucile in pugno, si sentiva onnipotente e libero, alla stregua di quando imbuzzava il davanti di una femmina o quando lo ficcava nel retro di un maschio. Passata la foia, sopraffatto da un senso di timore e di colpa, si allontanava dal luogo dell’incontro come fosse stato quello di un delitto. Nelle battute di caccia, invece, una preda tirava l’altra, e non restava mai appagato.

Nel terreno attorno casa, in un angolo, aveva il recinto con dentro mezza dozzina di segugi da cinghiale, animali dal mantello nero focato, acquistati da cinofili clandestini dell’Est, e abili nel trovare e inseguire gli ungulati; chi glieli aveva venduti, gli specificò che sarebbero stato ottimi anche per la caccia all’orso, e lo invitò a recarsi in Croazia, dove il plantigrado si poteva uccidere. Non fosse stata Teresa, la moglie, che in tutto lo contraddiva, ci sarebbe andato.

Intanto, anche quell’anno, s’era arrivati all’apertura della stagione venatoria dei cinghiali, agognata, oltre dagli agricoltori, dalla politica: moltiplicatisi a dismisura, i verri danneggiavano le colture e provocavano incidenti stradali. Per ridurne il numero, l’ordine era di abbatterne il più possibile. Nel frattempo, al bar del paese, si era unito agli amici di squadra, per studiare il terreno sul quale avrebbero dovuto intervenire. Una collina pressoché abbandonata, con vegetazione intricatissima, dove i cinghiali, con il loro passaggio, avevano aperto, fino alle vie carrozzabili, sentieri a forma di canale. Lui non prendeva granché parte alle discussioni dei compagni; preferiva tacere e assecondarli con sorrisi e movimenti di testa. Quello che gli interessava era poter scendere il prima possibile sul terreno.

Durante quei giorni, chiuso in mansarda, aveva lucidato e unto la sua Winchester Magnum, arma potente, che sapeva sfruttare al meglio, perché gran tiratore. Nei momenti che puntava la carabina sulla sagoma del cinghiale, e si accingeva a premere il grilletto, gli sembrava che non solo la sua mente ma anche il suo corpo fossero un tutto unico col metallo e il calcio della Magnum; quando poi esplodeva il colpo, e il cinghiale rotolava al suolo, provava un senso di gioia e di liberazione simile all’orgasmo che aveva con bildraffe e femminelli. Con la differenza che più uccideva e più avrebbe voluto uccidere, non tanto per essere il migliore, ma perché uccidere animali di grossa taglia gli dava un senso di onnipotenza, come se soltanto lui ne fosse stato il padrone. Gli sarebbe tanto piaciuto essere un cecchino di guerra.

Fu con questi pensieri, che una domenica mattina mise i cani dentro le apposite gabbie collocate sul cassone del fuoristrada Nissan. Al bar avrebbe trovato i compagni di squadra. Alla moglie aveva detto di non sapere a che ora sarebbe tornato. Lei, come sempre faceva allorché andava a caccia, lo tacciò di essere un egoista, dedito a se stesso e ai suoi divertimenti. Giacinto, che non aveva voglia di litigare, tacque. Il figlio, cassiere di banca, era ancora a letto. La domenica mattina si alzava tardi, e nel pomeriggio sarebbe andato dalla fidanzata. Con lui non condivideva nessun interesse e passione. Meglio così. Erano entrambi più liberi. Questo non voleva dire che non provasse affetto per il figlio, anzi ne provava molto, e il figlio lo sapeva.

Era una fredda mattina di novembre, il cielo percorso da nubi. Al bar gli amici lo accolsero con calore e il capo squadra gli assegnò il consueto compito: l’attesa del maiale alla posta. Fatta colazione, caffè doppio e due brioche alla marmellata, uscì insieme agli altri. In breve raggiunsero la collina, poche case sparse su un crinale dove tirava di continuo vento. Parcheggiati i veicoli lungo la strada, si iniziò a liberare i cani. I quali, subito, partirono, i nasi a terra. Poco alla volta i cacciatori, alcuni coi giubbotti arancioni, si inoltrarono nel folto. Giacinto si piazzò alla sua posta, vicina ad un bivio, tra due viottoli. Il vento recava gli odori del bosco e quelli aspri degli ungulati. Molti suoi colleghi portavano appresso bibite alcoliche. Cosa che lo preoccupava. Alticci, sarebbero potuti divenire pericolosi, per sé e per gli altri. La miglior caccia era quella che faceva da bracconiere, con l’ausilio di cordini d’acciaio, dove la bestia restava intrappolata, e poi l’avrebbe finita o a colpi d’ascia, oppure con gli strali della balestra, che teneva nascosta in un anfratto del bosco. Da qualche tempo aveva infatti l’impressione di essere osservato dal Corpo Forestale; alcuni suoi conoscenti, di recente, erano stati pizzicati, proprio mentre avevano catturato cinghiali e caprioli coi lacci.

La canizza s’era scatenata, cosa che induceva i selvatici a muoversi, tra cui i cinghiali, nascosti nei gineprai e le parti intricate della macchia. La posta gli sembrava buona; la canizza si stava avvicinando, e tra gli abbai, riconosceva quelli dei suoi cani. Il vento gli passava sopra la testa, e faceva stormire gli alberi.

Le mattine dei giorni di caccia si alzava presto. Doveva radersi con cura e fare il bagno, come quando andava in cerca di sollazzi sessuali, consumati col preservativo. Rispetto e amore verso il suo corpo non gli erano mai venuti meno. Sentirsi e sapersi in salute gli dava buon umore. Avrebbe continuato in queste considerazioni, non avesse veduto una sfumatura grigia profilarsi al di là del bivio; il tempo di prendere la mira e la sagoma s’era dissolta, lasciando appena intravvedere lo spennacchio d’ una coda. Un lupo vagava nei paraggi.

I cani avevano smesso di abbaiare, e tre dei suoi gli vennero appresso, la coda tra le zampe. La presenza dei lupi li aveva spaventati. Ma esplosero delle detonazioni. Un grosso cinghiale traversò i cespugli, divaricandoli. Gli sparò, ma non lo colse. Al caposquadra, gli abitanti della zona avevano raccontato di un verro fuori misura, che demoliva muri a secco e scavava il terreno alla stregua di una benna. Nessuno era mai riuscito ad ucciderlo. I cani erano ripartiti, allontanandosi verso il fondo della valle. Portati dal vento, gli giunsero rintocchi di campane. Ma anziché della Messa, gli parvero quelli di un funerale. Con amarezza, pensò ai genitori, ai suoceri e ad alcuni amici, morti da tempo. Ci fu una raffica di spari, e via radio lo avvertirono di spostarsi, di scendere giù: un grosso cinghiale si era infrattato e doveva essere fatto uscire. Arrivò che i cani stavano entrando nei rovi, ma la bestia sembrava aver raggiunto la parte più lontana, a confine con uno scoscendimento, da cui sarebbe potuta fuggire. I cani, adesso, abbaiavano a fermo; d’improvviso giunsero dei guaiti; un paio, sbalzati in aria, ricaddero tra le siepi: colpiti a morte, erano stati sospinti via dalle fauci del verro. Fu deciso di desistere, spostando la battuta altrove. Un branco di cinghiali, non si capì se levato dai segugi o dai lupi, uscì allo scoperto, e ne vennero abbattuti una decina. Legati alle funi, furono trascinati alle macchine.

Giacinto non era per niente soddisfatto. Aveva sparato una sola volta, mancando il bersaglio. Pensò che si sarebbe rifatto cacciando in proprio. Non lontano da casa, aveva appastato un paio di scrofe, le quali, ogni sera venivano a mangiare il granturco che gli deponeva vicino agli alberi. Non gli restava che appostarle. Si promise di farlo non appena fosse sopraggiunta la Luna piena. I compagni lo salutavano; il caposquadra gli disse che i suoi cani erano stati i migliori. Ma i cinghiali abbattuti erano tutti adulti. I giovani li avevano mangiati i lupi, sempre più numerosi e nascosti.

Radunati i cani, Giacinto si accorse che gliene mancava uno. Messi quelli recuperati nelle gabbie, tornò nel luogo della battuta, alla ricerca del disperso.

Era pomeriggio inoltrato, il cielo nuvoloso, e il vento spirava forte. Traversando le radure ritrovò quella dove, nell’Ottocento, nei pressi di una quercia che ancora esisteva, era stato ucciso e impalato un brigante. A gran voce chiamava il cane. Non compariva. Allora pensò che, ferito, fosse rimasto nelle adiacenze dello siepone. Arrivatovi, gli sembrò che dal bosco salisse il fragore di un’orda di ungulati. Gli era già accaduto di trovarsi di fronte ad un branco in fuga, ma non emetteva quel trambusto. Doveva, si disse, tenersi pronto. Stava per sganciare il fucile dalla spalla, allorché qualcosa di acuminato gli cinse un polpaccio. Uscito forse dallo siepone, il cinghiale gli aveva addentato la gamba e gliela stava stritolando. Cielo e terra gli apparvero avvolti in un rossore mai visto, e sentiva sciogliersi le membra. Tuttavia riuscì lo stesso a puntare la carabina contro l’enorme schiena della bestia. Ma non ebbe il tempo di premere il grilletto. Il verro lo travolse, e gli fu sopra, maciullandogli volto e testa.

Giorni dopo, del suo corpo, altro non fu ritrovato che qualche frammento di scheletro; nei cespugli, ridotti a poltiglia, giacevano gli indumenti, la cartucciera e gli anfibi; nel fango, la carabina e l’anello d’oro, a cui tanto teneva, con impresse le iniziali del suo nome.


VINCENZO PARDINI è uno scrittore e giornalista italiano, nato nel 1950 a Fabbriche di Vallico in provincia di Lucca. Si appassiona alla letteratura sin da giovane e, nel 1975, invia ad Enzo Siciliano alcuni racconti per la rivista Nuovi Argomenti che verranno poi pubblicati l’anno seguente. Collaboratore del quotidiano “La Nazione”, Pardini è autore di romanzi, raccolte di racconti e libri per bambini. Con la raccolta di racconti “La terza scimmia” (Quiritta, 2001) ha vinto il Premio Pasolini per la narrativa 2001 e con “Tra uomini e lupi” (peQuod, 2005) ha vinto il Premio Viareggio Repaci – Un libro per l’inverno 2006, ed è stato finalista al Premio Volponi. Dal suo romanzo “Jodo Cartamigli” (Mondadori-1989) è stato tratto il film di Giovanni Veronesi “Il mio West”. Il più recente romanzo di Pardini è uscito nel 2017 per Il Saggiatore ed è intitolato “Grande secolo d’oro e di dolore”.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

1 commento su “L’agguato di Vincenzo Pardini”

  1. Claudia Lanci

    Ho appena letto L’agguato, racconto bello e realistico.
    Il cinghiale ormai fa parte del nostro territorio, ci si convive con timore e rabbia. Le coltivazioni vengono sistematicamente distrutti, incidenti stradali son all’ordine del giorno.

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