Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Andrea Pomella

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE) 

Andrea Pomella
Perché si scrive, ti chiedi? Si interrogano forse le cose di natura sul perché dei loro movimenti? Si interrogano le fronde degli alberi scosse dal vento? Si interrogano le nuvole che spasseggiano nel cielo limpido d’aprile? E le erbe che crescono a una velocità infinitesimalmente piccola? Si interrogano le acque piovane che scolano, i fiori appassiti che cadono staccandosi dallo stelo fiaccato, gli animali che persistono nel loro ossessionante e per noi inspiegabile fermento? E la terra, s’interroga? E il suo satellite biancastro? E i pianeti e tutti gli astri e le pietre stellari in perenne galleggiamento sospinte da forze eterne che s’incrociano e si contrastano? No, non si interrogano. Eppure il moto, ossia il cambiamento di posizione di un corpo in funzione del tempo, è ciò che è dato di principio, è l’assunto fenomenico che tutto accomuna. Il divenire. Essendo tutto in movimento in funzione del tempo, il divenire è lo scopo, il millimetrico, rigoroso scopo delle cose, il primordio operante della natura. Ma non solo. Il divenire è anche origine e principio di vita, perché se non fosse tale non sussisterebbe nella forma. Però noi uomini ci interroghiamo sulle ragioni del nostro operato. Siamo gli unici a farlo tra le forme organiche e inorganiche, perché siamo gli unici dotati di coscienza, e quindi condannati alla consapevolezza. Gli unici che se potessero abolirebbero il movimento. Scriviamo, e facciamo tanto altro, con la vana speranza di congelare il tempo, di poter essere e non divenire.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Andrea Pomella
Ho taciuto anche troppo, Gesualdo
. Ho taciuto nei primi mesi della mia vita, quando non ero capace di articolare un suono diverso dal pianto. Poi ho taciuto perché tutto ciò che sapevo dire era lallazione. E ho taciuto ancora per anni perché il mio linguaggio era egocentrico e composto solo da ecolalie e monologhi. E ho taciuto ancora, parlando solo all’anima delle cose. E quando il mio linguaggio si è espanso nel linguaggio sociale, ho taciuto perché sono entrato nell’età della rivolta. Poi, quando avrei voluto dire, mi hanno fatto tacere, piegandomi al profitto. Adesso no, adesso non voglio più tacere. Ci sarà l’eternità per farlo.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Andrea Pomella
Sai una cosa? Più invecchio e più capisco che cos’è leggere. E non è la cosa che ho sempre pensato. Non è far correre gli occhi su binari di lettere diligentemente ordinati e collegati fra loro di riga in riga, e di pagina in pagina. Non è l’attività meccanica della vista che bruca l’erba del libro-prato, si nutre e alla fine espelle. Leggere non è nella rincorsa, nel ritmo, nello scorrere degli occhi. Leggere è soprattutto nella contemplazione. È stare fermi a guardare le cose, penetrandole poco per volta, cercandone il senso. Quando guardo innamorato negli occhi di qualcuno, io leggo. E questo per me non significa saziare una fame, non lo faccio mosso da un istinto di appropriazione. Ma, al contrario, quando leggo, sento avvenire in me una riduzione, il mio corpo lentamente scompare, divento un taglio nello spazio, diminuisco di peso e di spessore, in ultima analisi muoio. Perché è la cosa letta che divora me. E quindi non sono il cannibale. Sono il suo pasto.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Andrea Pomella
È per questo, mio caro, che preferisco la cronaca ben fatta di una singola giornata al mondo alla lanterna magica dell’illusione. Se guardo il dottor Gachet di Van Gogh, vedo un uomo dal volto disilluso, col viso poggiato stancamente a una mano, un tavolo da giardino rosso, dei libri gialli e un fiore di digitale. Quell’uomo, quel tavolo, quei libri e quel fiore sono nominati, e come tali portati in vita, o meglio, sottratti alla vita per sempre. Quell’istante è la ricapitolazione assoluta di un’esperienza umana che accade e riaccade in ogni momento. Io cerco questo nell’arte e nella letteratura, cerco una mano che arrivi a toccarmi dalla poltiglia del tempo.

***

Andrea Pomella (Roma, 1973). Dopo aver pubblicato monografie d’arte ha esordito nella narrativa con “Il soldato bianco” (Aracne Editrice, 2008) a cui ha fatto seguito “La misura del danno” (Fernandel, 2013). Nel 2012 ha pubblicato il saggio narrativo “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” (Laurana). Nel 2018 il suo romanzo “Anni luce” (add Editore) è stato finalista al Premio Strega. Sempre nel 2018 per Einaudi è uscito “L’uomo che trema”, vincitore l’anno successivo del Premio Napoli. Nel 2020 ha pubblicato “I colpevoli” (Einaudi). Ha collaborato con Il Fatto Quotidiano e scrive per varie riviste culturali online, tra cui doppiozero e minima & moralia.

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