Formicaleone

Fame primitiva: la storia di Calafiore

Quella di Calafiore, Pino Calafiore, è una vita esente da ogni sorta di soddisfazioni. Il solo conforto, gioia apparente e transitoria, gli viene dal trangugiare qualsiasi cibo gli capiti sottomano, per tentare di riempire quella voragine interiore che dai tempi dell’università sembra non riuscire a trovare appagamento. In realtà Calafiore, archivista bancario di 49 anni perennemente a disagio con se stesso e col mondo, ha anche figlia e compagna, sprazzi di luce in un’esistenza decisamente buia. Figlia e compagna che ad un certo punto gli vengono portate via, proprio come il lavoro e la casa e quello che gli rimane allora è solo una grande, grandissima fame.

“Perché non riesco a saziare la mia fame. E non so neanche se si può chiamarla fame. Io mangio sempre. Ogni cosa che vedo, ogni sentimento che provo mi fa scatenare quella salivazione acida in bocca, mi apre un chiodo nella nuca, e devo infilarmi qualcosa dentro.”

Nel romanzo di Arturo Belluardo intitolato proprio Calafiore (Nutrimenti 2019), la storia del protagonista, amante del cibo o forse solamente di tutto quello che può essere ingoiato, si intreccia con la storia di Marta e Federico, giovane coppia di cannibali con l’intenzione di rovesciare il sistema. Quale sistema? Quello del potere che sfrutta i poveracci, quello di chi inganna per non essere ingannato, il potere metaforicamente espresso attraverso i programmi culinari che ogni giorno invadono le nostre televisioni. Siamo inondati da immagini di chi banchetta, vive e lavora dentro scenografie solo apparentemente perfette, che nascondono drammi, ingiustizie e cattiveria, un mondo fondato sugli illusori concetti di misura, equità, perfezione.

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“L’idea era quella di contrapporre un baco alla Belva. Un elemento imprevedibile e irrazionale, che agendo totalmente al di fuori degli schemi ingenerasse la crisi del sistema. Se il Lupo Mercantile, se il Fenrir Capitalista divorava le sue vittime con metodologie raffinate e invisibili, noi dovevamo reagire con un gesto primitivo, barbaro e sanguinario. Mangiarcelo”.

Calafiore viene rapito da Marta e Federico che hanno intenzione di smembrarlo per poi cibarsi del suo corpo, il tutto davanti ad una videocamera che possa testimoniare fatti e ragioni di quanto è stato programmato. Le cose prendono però una piega inaspettata e, nel corso di una narrazione a tratti grottesca, a tratti agghiacciante, prima del compimento del sacrificio tutti e tre si trovano a ripercorrere la catena di eventi che li ha condotti fino a quel punto, un punto di non ritorno.

Pino, terrorizzato, racconta come un fiume in piena dei suoi tentativi fallimentari di perdere peso, di eliminare una volta per tutte quel prezioso scudo di pelle morbida e rosea accumulato negli anni. Tentativi spacciati dalla società come risolutivi di un problema che ha però radici molto più profonde. E’ il racconto di un omone tondo da sempre ridicolizzato da tutti e talmente ingenuo da risultare incapace fino all’ultimo di scoprire il disegno ordito alle sue spalle. I dettagli delle sue insoddisfacenti vicende lavorative si intersecano alla perfezione con quelli della sua vita privata.

Marta e Federico raccontano davanti all’obiettivo la lotta intrapresa contro un sistema di potere che ci rende tutti vittime. Mangiare per non essere mangiati diventa lo slogan che sorregge l’intera impalcatura, che dirige ogni azione dei due al punto da spingerli fino ai piani alti della società, per divorare chi trascorre la sua vita divorando gli altri. Perché anche fra gli uomini fatti di istinti primordiali vige la legge del più forte e se sei debole il tuo destino è essere fagocitato. Nel romanzo viene affrontato un tema attuale, quello del caporalato di cui anche in televisione sentiamo spesso parlare, un sistema che si regge sulle braccia degli invisibili, di quegli uomini e di quelle donne senza diritti e senza voce. Il cannibalismo è il fenomeno nel quale i due ragazzi si trovano invischiati quasi accidentalmente, salvo poi servirsene per accedere ad una più alta scala di valori e significati. Il gesto primitivo, carnale, è stato strumentalizzato per sventrare un meccanismo altrimenti impossibile da scardinare ma gli stessi protagonisti, sperimentando per la prima volta il gusto del potere, macinandolo letteralmente sotto i denti, con l’intenzione di reiterare il macabro rito, diventano parte di quella società malata che condanna il male ma di fatto costringe a compierlo.

Arturo Belluardo affronta temi che ci toccano da vicino. Il rapporto con il cibo diventa metafora di una malattia che può affliggere non solo il corpo e l’anima ma la stessa società. La minuzia di particolari che attraversa il racconto, rende le scene più vivide che mai. La trasformazione di un tramezzino in bolo impastato di saliva ad esempio, viene narrata in maniera così realistica al punto che il lettore non riesce a liberarsi dell’immagine neanche passando al paragrafo successivo. Ci riconosciamo un po’ tutti in Pino Calafiore, un Galactus dei fumetti pronto a divorare mondi interi, perché ha fame! Fame d’amore, probabilmente. Sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato, pronto a rifugiarsi in un vizio insano, imbrigliato in un’apatia che gli impedisce di dare una svolta radicale alla propria esistenza, Calafiore siamo tutti noi. Siamo noi quando riusciamo ad essere autentici solamente nelle nostre pseudo certezze, quando incapaci di liberarci del nostro adipe diventato corazza infrangibile, impediamo alla felicità di fare irruzione nella nostra vita.

(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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