Formicaleone

L’uomo che non poteva dire ti amo di Francesco Mari

L’uomo aveva come una maledizione addosso, non poteva dire mai a nessuno Ti voglio bene e tanto meno Ti amo, e non perché fosse incapace di sentimenti, anzi era un uomo di sentimenti tenaci, radicati e fedeli, ma perché non appena provava a dirlo, non appena provava a esprimere a parole i suoi sentimenti, tutto il suo sentire svaporava via all’istante, si dissolveva come nebbia leggera, come fumo, e dopo all’uomo sembrava di non provare più nulla, che non gli fosse rimasto nulla fra le mani, che il sentimento forte e a tratti anche violento che aveva provato se n’era andato via con le parole, disperso, volatilizzato.

L’uomo si era convinto di avere un difetto nella voce, che il tono non fosse mai all’altezza dei suoi sentimenti, che gli uscisse sempre più debole e sommesso di quello che sarebbe stato necessario, o al contrario troppo alto e quasi stridulo, una specie di falsetto involontario sgradevole a sentirsi, respingente, artefatto, poco credibile, come se si stesse sforzando di dire cose non sue, in cui non credeva, che quasi si sentiva in dovere di dire.

Aveva imparato questa cosa su di sé fin da ragazzo, fin dalle sue prime esperienze amorose. Una ragazza con cui era stato fidanzato per due anni quando ne aveva ventuno, un giorno gli aveva detto – avevano fatto da poco l’amore e lei stava abbracciata a lui con la testa abbandonata sul suo petto – Non parlare, così gli aveva detto, preferisco quando non parli. Non gliel’aveva detto con cattiveria, aveva anche sorriso con una punta d’imbarazzo subito dopo, come a scusarsi: Riesco a sentirti veramente solo quando non mi parli, aveva spiegato, Se non mi parli e mi tieni stretta è come se il tuo amore fosse una medicina che lentamente si fa strada nel mio corpo e mi guarisce. Ma se provi a dirmelo sento la voce del dottore – qui la ragazza sorrise di nuovo, come per darsi coraggio. La voce del dottore? chiese l’uomo che allora era un ragazzo. Sì, ribadì lei, la voce del dottore che ricapitola la prescrizione leggendo la ricetta che ha appena compilato.

L’uomo, il ragazzo, non rispose niente, ma gli parve di capire cosa volesse dire la ragazza, e che quello che aveva detto fosse la pura verità. Così nel tempo aveva imparato a tenere per sé le parole dell’amore, ogni volta ch’era sul punto di pronunciarle si mordeva le labbra, finché in seguito non ce n’era stato più bisogno, tacere era diventato per lui una seconda natura, e perfino quando – molti anni dopo – la donna con cui era sposato, in piedi sulla soglia di casa con la mano stretta sull’impugnatura del manico del trolley, gli aveva detto: Me ne vado, non sopporto più i tuoi silenzi, perfino allora l’uomo non aveva rotto quella specie di voto fatto in gioventù.

Rimasto solo, si era acceso una sigaretta e si era messo a fumare affacciato alla finestra, nell’ora in cui il sole era già tramontato alle spalle del palazzo ma il cielo era ancora acceso dell’ultima luce del giorno. È colpa della mia voce, si era chiesto, che mi ha sempre tradito separandomi e allontanandomi da me? È la mia voce che è falsa e insincera? O sono io quello insincero e falso, e la mia voce è solo ciò che mi denuncia, mi svela a tutti per ciò che io davvero sono, un mentitore? È vero ciò che sento e che sta chiuso dentro di me come le corde e i martelletti stanno chiusi dentro il pianoforte, o è vera la musica stonata e dissonante che ne esce quando provo a premere sui tasti con le dita?

All’improvviso, pensando a questa domanda e sentendosi incapace di stabilire cosa è vero e cosa è falso nella sua vita, l’uomo è preso da avvilimento e disperazione. Vivrà fino alla morte con questo dubbio, incapace di sciogliere questo nodo. Dicono che dopo la morte tutto diventa trasparente come l’acqua sul greto di un torrente di montagna e tu puoi finalmente capire ogni cosa, sciogliere ogni dubbio, dissolvere ogni incertezza, senza sforzo, senza applicazione, come il naturale schiarirsi di un paesaggio quando la nebbia si dirada. Come un baleno un pensiero gli attraversa il cervello, e sollevando i gomiti l’uomo si erge dritto contro le ombre serali che salgono su dal cortile sottostante. Perché non finirla subito questa vita allora, dice a voce alta, senza più indugiare, adesso, saltando giù da questa finestra?

Un secondo dopo una risata lo raggiunge dall’alto, dal balcone a sinistra un piano sopra di lui, dove abita un anziano vedovo in pensione che ha lavorato tutta la vita in ferrovia, e ogni volta che lo incontra, lì sul balcone oppure in ascensore, nell’androne del palazzo o fuori per le vie del quartiere, volentieri attacca a parlare con l’uomo affacciato alla finestra. La risata dell’anziano vedovo non è una risata di scherno ma di approvazione, e lui la accompagna con un applauso e cenni di assenso della testa. La invidio, sa, lei che ha studiato, dice: io ho sempre solo lavorato tutta la vita, su e giù dai treni, su e giù dai treni, e accompagna le parole con una specie di risatina consolatoria. Però il teatro mi è sempre piaciuto molto, e fino a che la mia povera moglie è stata viva noi sempre, tutti gli anni, facevamo l’abbonamento al Teatro Comunale.

L’uomo alla finestra e l’uomo al balcone restano a guardarsi per qualche secondo senza dire niente. Poi l’uomo al balcone dice: Mi dica se ho indovinato? Era Shakespeare quello che ha declamato poco fa, non è vero? L’uomo alla finestra sulle prime non sa cosa dire, poi fa segno di sì con la testa. Shakespeare, ha indovinato. Però non mi chieda che opera è perché non me lo ricordo, e sorride con la testa rivolta in su verso l’uomo al balcone, che sorride e annuisce a sua volta con fare comprensivo, quasi saggio, come volesse dire Non si preoccupi, tanto non glielo chiederò.


Francesco Mari è nato il 18 dicembre 1966 a Napoli, città dove si è laureato in Filosofia presso l’Istituto Universitario Orientale e dove tuttora vive e lavora nel settore dei Beni Culturali. Nel 2014 ha pubblicato per Fazi Editore il romanzo comico-grottesco “La ragazza di Scampia” e, nel 2016 con Iemme Edizioni, la silloge di racconti “Gli amori interrotti”, omaggio al Calvino de Gli amori difficili. Segue con interesse il lavoro di riviste letterarie on line e piccole case editrici, convinto che al momento siano gli unici luoghi dove si pratica ancora un’idea di letteratura non basata sulla standardizzazione dei generi e delle mode editoriali.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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