Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Giuliano Capecelatro

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE) 

Giuliano Capecelatro
Ho il timore, caro Bufalino, che, posto così, il quesito abbia in sé qualcosa di capzioso. Quasi, sarei tentato di dire, un risvolto metafisico. Perché sembrerebbe implicitamente conferire all’atto dello scrivere, contrapposto alle “immediate insurrezioni dei sensi”, uno statuto di straordinarietà, nel senso di attività posta al di fuori dell’ordinarietà del nostro vivere, per cui è necessario un affannarsi, una disposizione eroica, che sancisce una concezione aristocratica della scrittura. Ecco, io non ritengo che esista una così patente cesura tra vita e scrittura, una dislocazione su due piani che non comunicano.

La scrittura, anzi, qualsiasi scrittura, nasce ed è informata dalla vita. Anche quando batte la strada di spericolate alchimie verbali o di ardite e indecifrabili astrazioni. L’autore, nel descrivere una rovente scena di sesso, nel resocontare con accenti crudi la miseria di quartieri popolari, nel proporre situazioni impossibili in mondi fantastici dai nomi astrusi, nello spingere, come uno scienziato nel laboratorio, una sperimentazione ai limiti estremi, dispiega ed esibisce comunque il proprio personale manifesto sulla vita.

Non ci domandiamo mai perché ci laviamo, perché copuliamo, perché facciamo il pane, perché lavoriamo e così via; sono le ovvietà che sostanziano quella più generale ovvietà che è il vivere quotidiano. Per chi scrive, nel momento in cui lo fa, e talora anche oltre, la scrittura è vita, dal dato più banale, immediato, che è guadagnarsi il pane, a quello più ambizioso, di scrivere un capolavoro, a quello più fatuo, di acquistare gloria imperitura. Nel mettere nero su bianco, spesso con maggiore nettezza che nelle scelte e abitudini quotidiane, viene fuori l’atteggiamento che si ha nei confronti di quella vicenda banale e complessa al tempo stesso che è l’esistenza, cioè la sequela di atti in buona parte ciechi e convulsi che accorpiamo e impacchettiamo sotto il nome di vita, in cui ci troviamo precipitati non per una nostra scelta effettiva, ma solo per fattori casuali – l’incontro sessuale tra due rappresentanti della specie – e rigidamente deterministici, perché riproponiamo, con modifiche appena leggere, maschere che sono già apparse – mi si passi l’espressione pomposa e abusata – sul palcoscenico del mondo. Io sono! Io chi?

Sono alquanto scettico riguardo alle storie che narrano di vocazioni irresistibili, come quelle che si leggono nelle vite dei santi. Racconti che hanno il potere di veicolare e imporre nel senso comune lo Scrittore come un animale mitologico, straordinario appunto. Non che non ci siano; io, per dirne uno, ho conosciuto e frequentato, in giovanissima età, un poeta che, per restare ostinatamente fedele alla sua vocazione, non tanto per eroismo quanto per congenita incapacità di aderire al reale, faceva la fame e morì pazzo; lo ammiravo ed avevo per lui, un uomo sostanzialmente generoso, anche affetto, ma non ho mai neppure lontanamente pensato di seguirne le orme. E reputo che si tratti di casi eccezionali.

Ma, va da sé, non posso che attenermi alla mia vicenda personale. Scrivere, in qualche maggiore o minore misura, secondo i periodi e le temperie della vita, mi ha sempre interessato, ma non ho mai sentito chiamate mistiche che mi spingessero a fare quello e solo quello; la penna, per usare un’altra formula ormai mitologica in virtù del lavorìo del tempo che l’ha resa anacronistica, è diventato lo strumento che adopero, ma, se non si fossero verificate tutta una serie di coincidenze, avrei potuto finire per adoperarla come impiegato del catasto, onorevolissima occupazione peraltro.

E con questo? Si dirà: anche Kafka, era un impiegato; Joyce lavorava in banca e sognava di aprire un cinema per risolvere il problema del reddito; e Ariosto non faceva forse il galoppino per la casa estense? Insomma, si potrebbe riempire un’enciclopedia di casi simili, in cui l’esecuzione di un compito modesto, ordinario, si associa alla fatica letteraria, che rappresenta il vero scopo dell’esistenza.

Dunque, mi limito ad attenermi alla mia microscopica esperienza, che certo non raggiunge né si illude di raggiungere le vette somme, e nella scrittura vedo soprattutto un laborioso esercizio artigianale. E, confesso, non avendo messaggi ecumenici da sguinzagliare per le strade del mondo, è quello che più mi affascina. Non per umiltà, anzi, direi, proprio al contrario, in quanto ritengo nobile ogni forma di ποίεσις, che alle origini non è altro che il semplice fare, un’attività produttrice, e quindi creatrice, come infatti la concepisce Platone, che la eleva a simbolo del passaggio dal non-essere all’essere.

Da qui, dal vecchio, poliedrico ποίεσις, non dimentichiamolo, deriva il termine poesia, forma d’arte cui attribuiamo, o diciamo di attribuire, grandissimo valore, tanto da farne metafora per ogni espressione che colpisca particolarmente la nostra sensibilità.

Mi attira il corpo a corpo con la parola, che alla fine comunque ritengo vinca sempre, perché trascende il semplice, circoscritto, infinitesimo destino di un autore; mi avvince il bulino passato e ripassato con infinita, quasi ottusa concentrazione su un vocabolo, uno spezzone di frase, per ridurli alla ragione, e trarre quella certa impressione, quel suono, quel ritmo, perché la scrittura, un dato che troppo spesso viene trascurato, è anche musica, una partitura. Le parole hanno echi misteriosi che giungono da lontano: dal terreno in cui sono nate e si sono sviluppate, dai milioni e milioni di persone che le hanno impiegate, spiegazzate, deformate – con buona pace delle grammatiche e dei diligenti, e peraltro utilissimi, compilatori delle stesse – per il loro uso quotidiano.

Ed è su questo segmento di percorso diacronico che tu intervieni e su cui eserciti la tua temporanea, e spesso clandestina influenza (nel senso che tutto potrebbe ridursi alla tua solitaria esperienza, senza un solo lettore che ti accolga e giudichi), quando decidi di adoperare un termine invece di un altro, un’espressione invece di un’altra, perché senti, sei convinto, che sia quella giusta; e certamente lo è nel tuo modo di rapportarti alla parola e al suo utilizzo; diverso discorso è se così risulterà anche agli altri.

Ma più che della scrittura, io parlerei delle scritture. A molti si rizzeranno i capelli in testa, come se udissero una bestemmia. Per le vestali del tempio della Scrittura, scrittore è chi costruisce, erige un’Opera, cioè qualcosa che dovrebbe rivestire un carattere universale, che aspiri all’immortalità (mai termine umano fu più fallace e contraddittorio); gli altri al massimo, con molta generosità, li si può definire autori: come dire, la stessa differenza che passa tra un architetto e un muratore.

Certo so bene che ci sono Omero, Melville, Balzac, Dickens, Tolstoj, Proust; giganti, per citarne solo alcuni.  Ma la gamma delle scritture possibili è vasta; e in compagnia dei capolavori e dei loro artefici ci sono miriadi di opere e artefici minori, non per questo disprezzabili, non per questo meno allineati, lo si voglia o meno, nel campo della scrittura. A meno di non voler separare, con un netto colpo di spada, chi scrive capolavori inarrivabili da chi si ingegna a comporre romanzetti, raccontini, poesiole, divagazioni parafilosofiche. Il problema è: chi impugnerà la spada, e come opererà il taglio?

Le scritture, allora. Io ho avuto occasione di attraversare diverse scritture – le vestali mi perdonino. Dalla composizione di romanzetti sentimentali, messi giù per guadagnare qualche soldo in tempi difficili, alla scrittura giornalistica, in cui ho comunque provato a non aderire piattamente ad uno stile impersonale, che per la teoria dovrebbe essere la cifra di ogni prodotto della comunicazione, riversando qualcosa delle mie peculiarità e idiosincrasie, passando in seguito a ricostruzioni storiche di eventi e personaggi, fino al romanzo vero e proprio, abbordato con non poche perplessità.

Inventarsi una trama può essere anche molto facile; spesso non facciamo che acchiapparne qualcuna già nell’aria da secoli, vista come un semplice canovaccio, e rielaborarla, adattandola ai tempi; le nostre vite, biologiche e letterarie, non sono che continue riproposizioni. Del resto, un grande della letteratura mondiale, Thomas Stearns Eliot, insignito del Nobel nel 1948, su cui pesava l’accusa di plagio per “The waste land”, non faceva che asserire: i poeti immaturi copiano, i poeti maturi rubano.

Più di recente, e meno assertivamente, lo scrittore americano Jonathan Lethem ha elaborato una serie di riflessioni sul lavoro dello scrittore e sul rapporto di qualunque opera con quel sistema di testi interconnessi definito letteratura.

Si potrebbe continuare con gli esempi: l’Ulysses di James Joyce ricalca concettualmente e miticamente l’Odissea del divino Omero. E una delle cose migliori che, a mio parere, abbia scritto Jorge Luis Borges è “Pierre Menard, autore del ‘Chisciotte’ “, dove il protagonista, riscrivendo pedissequamente il capolavoro di Cervantes, nell’identico spagnolo del sedicesimo secolo, ne fa comunque un’opera radicalmente diversa.

Più difficile trovare uno sviluppo coerente dell’idea iniziale. La stesura dovrebbe risultare omogenea, i personaggi credibili, le situazioni, anche irreali, in qualche modo verosimili. Quindi arriva il confronto con la lingua. Il passo più impervio. Perché la lingua è un Proteo sfuggente, che ognuno si illude di poter addomesticare.

L’uomo è linguaggio. È la lingua che parla, che parlano i suoi contemporanei, che hanno parlato i suoi antecedenti. Per Martin Heidegger, esploratore dell’esistenza, la lingua è “la casa dell’essere”, cioè addirittura il tramite imprescindibile per attingere la verità.

Penso che nello scrivere, persino nello scrivere mercenari raccontini pornografici, o storielline lepide e superficiali, ci se ne renda conto o meno, ognuno instaura la propria verità. Certo, scrivere è imbastire fantasie, tessere invenzioni, mettere al mondo “esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi”. Vista in quest’ottica potrebbe considerarsi un’attività oziosa, superflua, per non dire nociva. Però… Picasso diede una definizione dell’arte, che può essere applicata pari pari alla scrittura: “una bugia che ci consente di conoscere la verità”. Verità, s’intende, tutta racchiusa nel breve recinto, spaziale e temporale, dell’umanità.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Giuliano Capecelatro
Oh, questa è una gran bella proposta, e una sacrosanta provocazione, caro amico, in tempi di ipertrofia di testi scritti. La sottoscrivo all’istante. Siamo circondati, assediati dalla carta stampata, molto, troppo spesso di pessima qualità. Una bonifica sarebbe auspicabile. Ma, prima di renderla effettiva, per non incappare in clamorosi insuccessi, occorre por mente agli scenari che verosimilmente deriverebbero da questa stagione sabbatica.

Partiamo dai protagonisti. Gli scrittori potrebbero crogiolarsi, i primi tempi, in una pacata soddisfazione, in una inebriante vanagloria, quasi un senso di sorniona potenza, sentimento che sonnecchia in ciascuno di noi se si ha consapevolezza di poter fare o non fare qualcosa, secondo i capricci della nostra volontà; un po’ la situazione in cui si deve esser trovato padre Zeus agli albori.

Ma dopo? Diciamo, a essere ottimisti, dopo venti giorni, sei settimane, quattro mesi a farla lunga. La noia comincerebbe a prendere il sopravvento, un senso crescente di insoddisfazione, di frustrazione prevarrebbe. Uno scrittore che non scrive cos’è? Un concetto vuoto. Una potenza privata dell’atto che la realizza, vale a dire una in-potenza. Scrivere è l’atto in cui lo scrittore, al di là dello stato biologico che ne costituisce la base di partenza (e di arrivo), prende corpo, la sua entelechia.

Certo, è possibile e legittimo riciclarsi anche per un breve periodo, trovare nuove ragioni per un temporaneo appagamento; diventare giardiniere, ad esempio, elevare le faccende domestiche a scopo primario della propria esistenza, entrare in politica.

Ma uno che per anni ha vissuto fianco a fianco delle parole, ingaggiando con queste fiere contese, oppure coccolandole come amanti incontentabili, che ha cesellato frasi destinate a veicolare profondi pensieri o dipingere avvincenti situazioni, uno, insomma, a cui la scrittura è entrata nel sangue, potrà mai accontentarsi? Il dubbio è lecito. Anzi, direi, è quasi certo che la situazione finirebbe presto per avvilirlo. E, c’è da temere, comincerebbe ad aggirarsi come un folle, guardando con occhi smarriti le penne sparse per casa, muovendosi istintivamente per afferrarle e subito ritraendosi per non mancare all’impegno preso, provando lancinante dolore nel pensare al computer negletto, alla macchina da scrivere impolverata.

Ma passiamo dall’altro lato della barricata. Tra le file dei lettori. Cosa determinerebbe questa astensione dalla produzione di grafemi più o meno intelligibili? C’è da fare una premessa. Se aumenta esponenzialmente il numero di quanti si votano alla scrittura, il numero di quanti si votano alla lettura resta considerevolmente basso, in particolar modo dalle nostre parti, l’Italia celebrata culla della cultura, complice con ogni probabilità un sole che illanguidisce animi e menti. Alcuni, un pugno di eletti, si ritroverebbero sconcertati, desolati, si rammaricherebbero, pesterebbero i piedi e si industrierebbero per far recedere gli scriventi dal loro proposito; inascoltati, potrebbero comunque consolarsi riprendendo tra le mani vecchi classici immortali; tra questi, una parte ristretta, per sopperire alla mancanza di materiale da lettura, deciderebbe con piglio indomito di prendere la penna in mano – o strumento egualmente atto alla bisogna – e si improvviserebbe scrittore; conversione che potrebbe mettere in seria crisi la categoria rimasta a braccia conserte.

La gran massa farebbe spallucce, tanto la lettura non è mai stata per loro un’effettiva priorità, e si consolerebbe – si fa per dire – esibendosi in altre attività: qualche gara sportiva, talk-show televisivi, ipnotici giochini elettronici, interminabili tornei di burraco. Una piccola, ma non proprio esigua, schiera, infine, neppure si accorgerebbe della latitanza di testi scritti.  La loro vita continuerebbe a scorrere ignara e felice.

E c’è ancora un soggetto da esaminare. La compagine editoriale. Quei signori, cioè, che tirano le fila del mercato. Perché, purtroppo, anche la scrittura, come le vacche, ha un mercato, e i signori in questione lo hanno ben presente e di questo soprattutto si curano, aspettandosi poderosi, cospicui ritorni ai loro parsimoniosi investimenti iniziali. Così gli eroici propugnatori della proposta dovrebbero vedersela con le potenti, agguerrite falangi delle case editrici, delle aziende, che raccattano parole, parole, parole, comunque, e da chiunque, assemblate.

In fondo, a ben vedere, chi scrive non è altro che un operaio inserito nella catena fordista di quell’industria che è la scrittura. I padroni del vapore, pardon, dell’editoria, dopo un primo smarrimento, non farebbero una grinza. Gli scrittori hanno appeso la penna al chiodo? Bene, ma ci sono tutti quegli ex-lettori, per pochi che siano, che non aspettano altro che cimentarsi a loro volta con le parole: Ed ecco la prima infornata, le nuovissime leve da immettere sul mercato, da vendere un tanto al chilo come imperdibili novità, splendide scoperte dei talent-scout della parola scritta.

E poi, via, siamo uomini di mondo, lo sappiamo, vuoi che non ci sia il vecchio anchorman televisivo desideroso di deliziare il mondo con le sue memorie? La diva/il divo smaniosi di far sapere ai propri fan come sia costellata di dolori la strada della gloria, o di consentire una sbirciatina tra le lenzuola? Il calciatore che ambisce a coronare una carriera di sogno con il lauro della scrittura?

E se tanti di costoro hanno un’idea appena appena rudimentale di cosa sia maneggiare una penna o una tastiera, la casa editrice che paga a fare tutta quell’accozzaglia di personaggi, i valvassini della scrittura, che mai scriveranno un libro in vita loro, ma sono tuttavia agguerritissimi e pronti a fare le pulci anche a padre Dante, nel caso tornasse in vita e decidesse di prodursi in un altro viaggio ultraterreno? “Ma caro Alighieri, ci pensi, glielo dico per il suo bene. Il personaggio di Beatrice fa acqua da tutte le parti. Asessuata, troppo disincarnata. Tanto vale far agire un angelo. Su, un po’ di vita vera, sangue e carne, e vedrà che facciamo bingo, un best-seller internazionale”.

Insomma, sì. L’idea di uno sciopero è buona, più che buona, necessaria persino, in un certo senso, da condividere ad occhi chiusi, ripeto. In astratto, la condivido senza meno. Però…. Attenzione. Ad essere realisti, rischia di essere una vox clamantis in deserto. E gli unici cui produrrebbe rimpianti sarebbero gli stessi scioperanti.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Giuliano Capecelatro
Se una notte d’inverno… o un mattino d’estate… o un pomeriggio di primavera… Per farla breve, amico mio, uno si rinchiude nella propria stanza, si accovaccia su una poltrona, si sistema all’ombra in un giardino, si distende su un lembo di spiaggia solitaria e… sparisce; letteralmente sparisce.

Perché concordo. Sì, concordo. Leggere può davvero produrre un’estasi, distaccarti da tutto, farti dimenticare ambasce, rate da pagare, il mutuo che non si estingue mai, i dissapori sul lavoro. Apre una parentesi nella vita reale, ordinaria. Parentesi benefica, momento di incanto e salutare straniamento.  In cui si accetta un gioco con le sue regole. Chi ha scritto dà le carte e mena la danza; chi legge dà per vere le finzioni che quello gli srotola sotto gli occhi; un po’ come i bambini che vivono e spronano come un autentico destriero il manico di scopa su cui sono baldanzosamente montati, agitando uno spadino di legno che li ha resi Lancillotto o Robin Hood.

Un gioco in cui non si è mai soli. Lo si è soltanto da un punto di vista fisico: sono io che prendo in mano il libro, lo apro, mormoro tra me, incuriosito, il titolo, sperando di ricavarne preziose illuminazioni su quello che mi attende, cerco il nome di un eventuale traduttore, o traduttori, e in tal caso non manca un’occhiata al titolo originale, foss’anche in giapponese, così, perché la curiosità e l’eccitazione sono forti; non lesino una scorsa ai risvolti della copertina, infine inquadro l’incipit, che quasi sempre contiene la chiave magica per entrare dentro un mondo altro, quella che consente ad Alice di fare il suo ingresso nel paese delle Meraviglie.

L’inizio. Ti può folgorare. “Chiamatemi Ismaele”, due parole (tre nell’originale); avviene in un fiat una trasmutazione per cui tu sei già Ismaele, scruti ansioso il mare e non vedi l’ora di levare le vele a fianco del variopinto Quiqueg, per correre dietro l’ossessione bianca del tormentato Achab. Ma ogni scrittore ha i suoi tempi narrativi. Altri inizi procedono con studiata lentezza, per gradi, più sinuosi, non meno coinvolgenti, ti introducono in una storia passo dopo passo. “Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile….”. Oppure ti fanno perfidamente assaporare una maddalena per imprigionarti in una implacabile macchina del tempo.

Estasi, sì, non c’è dubbio. Equivoca? Forse. Rapiti dall’estasi si può, con balzo felino dalla condizione ascetica alla prosa quotidiana, anche convincersi di essere davanti ad una tavola imbandita, e allora abbuffarsi di estasi, mangiare (esiste anche una via gastronomica all’estasi), divorare quello che hai davanti – espressione che, non a caso, viene usata di frequente – se la pietanza si presenta particolarmente succulenta.

Una delle mie primissime letture, Il libro della giungla di Kipling, mi affascinò a tal punto che davvero posso dire di averlo divorato – io che non sono mai stato un lettore veloce – in poche ore. Dalle primissime battute, che ancora mi sembra di ricordare, mi ero ritrovato dentro la giungla, a fianco di Mowgli e poi della magnifica Bagheera; e ancora oggi, dopo più di sessanta anni e montagne tra carta letta e scritta, rammento con emozione, pur non avendola più letta, la lotta vittoriosa col serpente della mangusta Rikki-Tikki-Tawi.

Una parentesi. Be’, anche qui bisogna chiedersi: lo è davvero, la lettura? A pensarci bene, no. Quell’estasi, direi, appare meno equivoca di quanto sembri al primo sguardo. Il suo effetto sembrerebbe piuttosto quello di ampliare, integrare la realtà. Restituirci una dimensione che ci è stata tolta, perché il meccanismo della vita ha regole rigide e inesorabili, ti concede qualche sorvegliato spazio di libertà agli esordi, poi ti inquadra in una condizione da cui non è facile liberarsi, impone il proprio gioco – il proprio giogo? – come modello naturale, assoluto, cui non puoi far altro che adattarti. O, se non ti va a genio, disadattarti.

La lettura, il gioco che innesca, può condurti a seguire le tracce di un bandito al fianco di un investigatore ganzo e sciupafemmine, a trepidare per l’imminenza di una battaglia di due secoli fa che cambierà i destini del mondo, a palpitare e commuoverti per le sorti di una donna che non sopporta più un ambiente angusto, provinciale, fino a decidere di uccidersi.

Sono fantasmi, si obietterà, si dileguano appena chiuso il libro, e tutto ritorna come prima, alla normalità. È solo una forma di evasione. Il che in parte è vero, e sembrerebbe chiudere il discorso: la lettura è un gioco, come il tressette, il monopoli, la playstation, tutto si esaurisce in quel breve spazio di tempo. Ma quei fantasmi, per noi, per il tramite della lettura, hanno assunto carne ed ossa. Sono entrati nel nostro universo, e alcuni ci si sono proprio installati in pianta stabile; sono diventati nostri fratelli, amici, compagni di strada; hanno sfidato le nostre intelligenze; hanno smosso le nostre emozioni, ci hanno fatto confessare di avere un debole, chi l’avrebbe mai detto?, per l’whisky e le pupe biondo platino, di trattenere a stento le lacrime di fronte a un principe che tutti sbeffeggiano perché troppo diverso dagli altri uomini, di sentire compassione e sgomento per quell’ufficiale che ha passato tutta una vita in attesa del nemico che non verrà mai, di ridere sganasciandosi alle imprese furfantesche di un gatto diabolico nelle strade di Mosca. Perché, nell’atto del leggere, dai sei agli ottanta e passa anni, siamo/torniamo tutti, abbiamo tutti bisogno di essere quel bambino che si è costruito una scimitarra con due pezzi di legno e sullo scopettone trafugato in uno stanzino, di nascosto dai grandi, sta per lanciarsi contro lo sceriffo di Nottingham.
Una finzione, già,… una bugia quindi, per tornare a Picasso, che ci consente di conoscere la verità. E sognare, almeno sognare se non proprio sperare, di cambiare il mondo.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Giuliano Capecelatro
Sono sulla stessa lunghezza d’onda. Come fare a non interessarsi a chi ti ha avviluppato nelle sue trame? A chi ti ha tenuto compagnia per un breve, o meno breve, tratto della tua esistenza? Che ti è stato, sia pure solo virtualmente, al fianco, permettendoti di vivere storie appassionanti, tenere, crudeli, colme di rumore e furia, o di eccitanti tempeste emotive?  Sembra impossibile che non ti punga il desiderio di sapere chi era, cosa faceva nella vita di tutti giorni. Cosa gli occupava la testa quando non si dedicava alla scrittura; quei momenti della giornata in cui deponeva l’attrezzo del mestiere e si immergeva nella rassicurante corrente dell’ordinarietà.

Se l’operazione di leggere si inquadrasse nel modello assiomatico di un teorema geometrico, lo sguardo sulla vita dell’autore ne sarebbe il necessario corollario. Così non è; pertanto tutto scaturisce da una delle fondamentali doti umane, talora negletta o sottovalutata come occupazione futile: la curiosità. Che ti spinge a dire al tuo muto interlocutore: “Fatti conoscere. Non riesco a vedere la tua faccia, il tuo corpo, le tue espressioni; non riesco a rendermi conto di che pasta sei davvero fatto”. 

E indagare tra le righe, ricostruire a pezzi e bocconi, la vita e le gesta di uno/a scrittore/rice, be’, questa ha sempre rappresentato per il sottoscritto una invincibile curiosità, caro Bufalino; da quando quel puro suono, quel nome e cognome – diciamo, uno per tutti, Robert Louis Stevenson – cominciò a pretendere di abbandonare il ruolo di fantasima, di mera etichetta appiccicata sulla copertina di un libro, come si fa con un barattolo di pomodori o di sottaceti, e assumere un corpo, delle fattezze, a muoversi e destreggiarsi in quelle attività tipiche di un essere umano, dallo svegliarsi, di solito al mattino, al prendere i pasti, a far fronte ai debiti, ad andare in visita dai parenti, al cadere innamorato/a, e via di seguito tutte le possibili vicende e vicissitudini della vita. E allora, per assecondare la pressante richiesta proveniente da quel puro suono, e la crescente, irrefrenabile curiosità, ben vengano diari, epistolari, memorie, prefazioni, biografie e quant’altro possa fornire notizie, fare uscire il nome dal cono d’ombra in cui è relegato e dotarlo di una corposa materialità.

Non ricordo davvero quale fu il primo autore di cui presi ad interessarmi. Dovrebbe essere stato Mark Twain, che mi aveva consegnato due splendidi regali con Tom Sawyer e Huckleberry Finn, di cui (di Twain, intendo) purtroppo oggi non ricordo quasi più nulla, se non che nella realtà si chiamava in tutt’altro modo e che aveva una spiccata attitudine all’umorismo. Ma il vizio, chiamiamolo così, di spiare uno scrittore dalla serratura – si fa per dire – è rimasto intatto.

Mi ha affascinato seguire il pingue Stendhal (anche lui dotato di altre generalità) per le strade di Roma fino ad approdare, sotto una pioggia scrosciante e in mezzo ad una piazza gremita, davanti al Quirinale per seguire dal vivo l’elezione di un papa, come un qualsiasi tifoso che vada a presidiare l’abitazione del calciatore prediletto. In realtà, il nostro ricopriva la carica di console ed era interessato alla partita politica che si giocava nel chiuso del conclave tra Spagna e Austria. Il grande scrittore era venuto ad assumere così, per gradi, l’aspetto, tra altri che avrei man mano scoperto, di un uomo abituato a navigare anche tra le insidie della diplomazia.

Né meno mi ha sedotto ricostruire, un passo dietro l’altro, il percorso che a Roma, da via Frattina, a quel tempo lontana dallo scintillante e pacchiano lusso di questi giorni, ma strada piuttosto ordinaria, imboccava James Joyce per arrivare a via san Claudio, dove aveva sede la banca in cui lavorava; be’, non più di duecento, duecentocinquanta metri. Per poi vederlo tornare e buttarsi in qualche osteriaccia a ubriacarsi o a dilapidare i soldi che il fratello Stanislaus generosamente gli inviava a ogni richiesta. Eppure, tra ciucche memorabili, liti con padrone di casa che lo mettevano alla porta, alterchi con vetturini (uno, nello schioccare la frusta, aveva colpito il figlio), in queste peregrinazioni tra urbane Scille e Cariddi, di sicuro teatro di accalorati monologhi interiori, nella sua testa prendeva forma uno dei romanzi capisaldi del Novecento, le peregrinazioni di Leopold Bloom, inconsapevole Ulisse tra i marosi e gli scogli di Dublino. E il raffinato sperimentatore di nuove formule narrative aveva finito per indossare la veste di uomo tormentato, scorbutico, eccentrico.

Curiosità, insomma; che si coniuga con passione e pazienza. In fondo, si tratta di comporre un puzzle. Oggi metto un tassello, domani ne aggiungo un altro, poi ne levo uno, perché ho scoperto che quella tal notizia non è veritiera, o è lacunosa, o alquanto imprecisa; un’altra volta gioisco perché ho trovato due, tre pezzi che s’incastrano a perfezione e cominciano a disegnare una figura distinta.  Così la fisionomia si delinea, e poco per volta tende a completarsi.

Ora cominci ad avere più chiaro con chi hai a che fare. La esamini, scopri punti di contatto: ma guarda, Tizio, che ha scritto quel romanzo che mi ha tenuto sveglio la notte, andava ghiotto per le alici, proprio come me; Caia, che sciorina un linguaggio scintillante, raffinatissimo, che, non lo nascondo, vorrei proprio rubarle, ospitava legioni di gatti, con cui passava piacevolissimi momenti a chiacchierare, proprio come faccio anch’io con quello scioperato di Tigre. Poi ti accorgi che, sì, certo, hai voluto correre dietro luci e ombre di questi evanescenti amici; ma, nel contempo, hai dato mano ad un puzzle parallelo, quello che, in questo faticoso scavo archeologico, riporterà alcuni tuoi tratti particolari, che prima non scorgevi, o non volevi scorgere. Perché è bene ricordarsi che, in fondo, si è sempre un po’ estranei, e dunque sempre alla ricerca anche di se stessi.

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Giuliano Capecelatro è nato a Napoli l’11 maggio 1947. Giornalista professionista, scrittore. Dopo varie collaborazioni a settimanali, quotidiani, radio, entra all’Unità, di cui diventerà inviato. Autore di libri di ricostruzione storica e di biografie romanzate, romanzi. Con il Saggiatore ha pubblicato La banda del Viminale (1996), ricostruzione del delitto Matteotti, Un sole nel labirinto (2000), biografia di Raimondo de Sangro, Tutti i miei peccati sono mortali (2003), biografia di Caravaggio, Le corna del duca (2015), biografia del duca Cesare della Valle in fama di grandissimo iettatore. Con l’editore Iacobelli ha pubblicato Passeggiate d’autore (2014), itinerari romani sulle tracce di personaggi celebri vissuti per qualche tempo a Roma. Con Ianieri ha pubblicato Una domenica d’aprile (2019). Un suo racconto, Un incrocio pericoloso, figura nella raccolta Allupa Allupa (Deriveeapprodi, 2006). Una sua intervista con Carmelo Bene è stata inserita nel volume collettaneo Il pallone è rotondo (L’Ancora del Mediterraneo, 2006).

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