Formicaleone

Stanze di Mimma Rapicano

Nella stanza della vecchia signora il televisore è acceso con il volume al minimo. La donna, distesa nel suo letto d’ospedale, sonnecchia. A tratti apre gli occhi e guarda fuori dalla finestra. Il vento gonfia la tenda e il sottile velo bianco arriva fin quasi a sfiorarle le mani. La signora accenna un sorriso, chissà quali ricordi le tornano in mente. Muove appena le dita, vorrebbe toccare un’ultima volta la schiuma bianchissima di quel mare oltre il quadrato azzurro.

Sofia nella sua stanza legge un romanzo di novecento pagine. È seduta in poltrona, le gambe appoggiate sul pouf. I suoi occhi sono fermi sulla quattrocentocinquantanovesima pagina. Il libro pesa più del normale e lo regge a fatica ma, nonostante le tremino le braccia, lei continua a leggere. Legge ogni giorno due ore di fila. Sofia ha un preciso obiettivo: terminare il romanzo prima che finisca l’estate.

Leo è chiuso nella sua stanza, da lì esce soltanto per mangiare e andare in bagno. Nella stanza ha montato una brandina da campeggio, scomoda per dormirci, ma lui cerca il disagio, volontariamente, si comporta come un penitente in cerca di redenzione. Tutto il giorno sta seduto alla scrivania, il capo chino su cataloghi, saggi e libri antichi, li consulta ossessivamente. E poi quaderni dalla copertina nera, penne, matite, una lente d’ingrandimento. Sparsi dappertutto, sul pavimento, sulla libreria, sul davanzale della finestra chiusa, ci sono minerali di varie grandezze e piccoli fossili. Puzza, la sua stanza, un tanfo insopportabile che si diffonde nel resto della casa. Alle sue spalle la parete è una piccola mappa dei suoi appunti. Ritagli di giornale e fogli scritti a matita sono attaccati con il nastro adesivo. Su alcuni è ripetuta una parola, una soltanto: Venenum.

È agosto. Fuori da quelle stanze la città è un alveare di travestimenti.

A pranzo e a cena Leo e Sofia si ritrovano uno di fronte all’altro. Mangiano in silenzio sul piccolo tavolo della cucina, le loro gambe quasi si sfiorano. Ogni tanto si guardano, impacciata lei, annoiato lui. Si sono già detti tutto o quasi. Per il resto aspettano.

Sofia passa da una stanza all’altra, un doveroso andirivieni che le costa fatica e confusione. L’aria in quelle stanze è satura di solitudine e amarezza.
Per un giorno Sofia lascia l’aspirapolvere nel ripostiglio, una piccola ribellione domestica. L’armadio della camera da letto è pieno di abiti che lei non indossa più. I cinquant’anni le hanno portato uno senso di inadeguatezza e un corpo che le si è trasformato troppo velocemente. Delusa e tradita. Ora i suoi abiti sono ampi e leggeri, nasconde la vergogna. Nasconderlo, quel corpo deformato e abbondante, era l’unica soluzione. Anche i sogni non hanno più posto nella sua stanza, le uniche compagnie sono delle piccole figure di carta che lei modella e ritaglia dalle pagine dei romanzi già letti. Gli abbracci e i baci non le mancano più. “Cosa saremo la prossima estate?”. I pensieri girano in tondo, sono api senza regina.

È il sedici di agosto, ora di pranzo. Sofia prepara la tavola, sa che il silenzio tra loro si riempirà di briciole di pane e uva fermentata.

Dopo pranzo riposano, ognuno nella sua stanza. Al risveglio, un bicchiere d’acqua rinfresca la gola, nient’altro. «Si invecchia male con i rimpianti» è l’ultima frase che Leo ha pronunciato prima di rinchiudersi nel suo mutismo e circondarsi di cose morte.
“Ci manca il coraggio per mollare e dire addio a ciò che è stato”, sospira Sofia davanti allo specchio. Cerca risposte. Lo specchio tace.

Il vento profuma di mare, la vecchia signora dorme e da un po’ non muove più le dita.

1 commento su “Stanze di Mimma Rapicano”

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