Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Antonella Ossorio

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE) 

Antonella Ossorio
Caro Professore, spesso me lo chiedo anch’io. Fatte le debite eccezioni, la pratica della scrittura è quanto di più aleatorio e destabilizzante si possa scegliere di realizzare. Attenzione, non a caso ho usato il termine “pratica”: definire la scrittura un mestiere può essere un azzardo che presto o tardi finisci per pagare in termini di sguardi di sufficienza da parte dello scettico di turno e di domande del tipo: Ah, quindi sei uno scrittore/una scrittrice? Ma ti pagano? E quanto ti pagano? Ogni quando? E dagli torto: Mestiere > ogni attività (…) appresa, in genere, con la pratica e il tirocinio, che si esercita quotidianamente a scopo di guadagno (vocabolario Treccani). Ecco: la pratica “celo”, il resto in buona sostanza se non manca del tutto quantomeno si fa desiderare. Diciamo la verità, a vivere esclusivamente di scrittura sono ben pochi. E allora, anziché vergognarsi come ladri ammettendo di affondare fino al collo e oltre in questo vizio senza costrutto, si fa prima a definirsi insegnanti, impiegati o quant’altro ci collochi in una casella sociale dai contorni meno oscuri. Eppure del mestiere la scrittura possiede tutte le caratteristiche emotive: il coinvolgimento assoluto, il dispendio di tempo, la fatica mentale che il più delle volte diventa anche fisica. E allora mettiamola così: se anziché al significato guardiamo all’etimo del termine ecco svelato l’arcano: mestiere > dal francese antico mestier derivante a sua volta dal latino ministerium: ministero, ufficio > anticamente, bisogno, necessità. Insomma, quanto a uno sguardo superficiale può apparire falso magari invece è vero. La scrittura è un mestiere al quale ci si dedica soprattutto per rispondere a un proprio bisogno. Se ne vale la pena? Certo che sì. Perché? Mistero! (dal greco mistérion, cosa segreta).

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Antonella Ossorio
Egregio Professore, ponendomi questa domanda Lei m’invita a nozze. Fui, sono e sarò una sacerdotessa del silenzio. O, meglio, della lentezza; tutta quella che serve, o almeno mi serve, per dare forma e sostanza al bisogno di cui sopra. Per quanto questo sia démodé, mi è necessario prendere tempo. E certo: scegli l’uva, pulisci i grappoli; pigia e diraspa, raccogli il mosto; aggiungi i lieviti e i nutrimenti per far partire la fermentazione, aggiungi dell’acido. Poi aspetta, prima d’imbottigliare ce n’è di lavoro da sbrigare. E quando hai imbottigliato porta ancora pazienza, prima di bere ti tocca ancora aspettare per qualche mese/anno/secolo. Allegoria banale, ma trovo che funzioni. Concludendo, per il resto del mondo – nell’improbabile ipotesi che se ne accorga – questa lentezza genera un’assenza che a sua volta si traduce in silenzio. Per lo scrittore, parafrasando Hrabal, un silenzio troppo rumoroso.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Antonella Ossorio
Lo confesso, appartengo alla spregevole categoria di quelli che fanno le “orecchie” all’angolo superiore delle pagine. Il fatto è che non ho mai considerato i libri oggetti di culto, i miei li maltratto un po’, spesso li annuso, in qualche caso li bacio con tenerezza piuttosto che con deferenza, perché questo è il mio modo di voler bene. Più che mangiarli li assorbo, ora lo so mentre da giovane lo facevo del tutto inconsapevolmente. Essermi nutrita (ecco, mi contraddico) di letteratura sudamericana negli anni in cui cercavo un’identità ha fatto di me quella che sono e non soltanto come scrittrice. Come mai ero attratta proprio da quel tipo di narrazione e da quegli autori? A furia di chiedermelo credo di averlo capito: essendo sensibile alla bellezza sapevo riconoscerla in qualunque forma mi si presentasse, ma il vero amore lo riservavo a ciò che mi corrispondeva. A Macondo, o negli immediati dintorni, ho trascorso l’infanzia, dal momento che in merito a spettri e sortilegi all’epoca i Quartieri Spagnoli la sapevano lunga e te la raccontavano tutta. Ma se quelle storie mi hanno portata fino a me, in seguito sono state essenziali per aiutarmi a spingermi oltre. Come brave maestre, mi hanno detto: piccere’ (o forse chiquitita), noi il nostro l’abbiamo fatto ma fuori c’è molto altro. Coraggio, va’.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Antonella Ossorio
Oddio, Professore, adesso mi mette in imbarazzo. E va bene, lo dico: sui diari sono talmente impreparata da non andare oltre “Il giornalino di Gian Burrasca”; ma suppongo che, essendo stato scritto da un distinto signore quarantanovenne, nemmeno quello faccia testo. Quanto agli epistolari, confesso che mi annoiano, in particolare le lettere d’amore. Un esempio su tutti, l’epistolario del Foscolo studiato alle Superiori diverse ere geologiche fa e che mai mi sarei sognata di riprendere in mano per un rapido ripasso se Lei non avesse tirato in ballo la questione. Niente da fare, io ci ho provato, ma quella che all’epoca era una confusa sensazione di fastidio ora mi si ripropone tale e quale, se non altro con delle motivazioni: trovo quegli scritti artificiosi e compiaciuti al limite del narcisismo. Magari è un retaggio del passato, forse applicandomi di più avrei superato l’ostilità nei confronti del Suo genere prediletto, sicuramente imputabile a un mio limite. Resta il fatto che preferisco di gran lunga il racconto o il romanzo; perché no, anche quello epistolare – ad esempio, ho amato molto “Che tu sia per me il coltello” di Grossman – purché si tratti di un testo nel quale l’autore gioca a carte scoperte senza che il lettore abbia la spiacevole sensazione di spiare attraverso un buco di serratura qualcuno che, sotto sotto, sa benissimo di essere osservato. Mi perdoni la franchezza, spero che malgrado questa nostra divergenza di vedute Lei non mi consideri una brutta persona. Con ammirazione e gratitudine.

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Antonella Ossorio è autrice di testi per bambini, ragazzi e adulti pubblicati da Einaudi, Rizzoli, Giunti, Electa, Neri Pozza e altre Case Editrici. Ha curato la raccolta “Rime per tutto il giorno” (Einaudi Ragazzi) e ha tradotto dal francese alcuni volumi di Bayard Editions. Il suo romanzo Se entri nel cerchio sei libero” (Rizzoli) scritto con Adama Zoungrana, nel 2010 è stato inserito nel White Ravens, catalogo stilato dalla Internationale Jugendbibliothek di Monaco di Baviera che ogni anno seleziona i migliori 250 libri per ragazzi pubblicati nel mondo. Nel maggio 2014 è uscito il suo romanzo La mammana” (Einaudi, i Coralli – Premio Società Lucchese dei Lettori 2015). Nel 2018, per Neri Pozza, ha pubblicato il romanzo “La cura dell’acqua salata”.

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