Formicaleone

Del diritto di resistere, ovvero: elogio del mestiere dello scrittore

«Ma è bene che analizzi meglio la mia resistenza»
John Cheever

Sono le 15.35 del pomeriggio, di un freddo pomeriggio, aggiungo. Rifletto sulle parole di Bauman relative all’Olocausto, penso non tanto all’epoca storica, agli eventi che hanno costellato questo enorme, incredibile, atto grottesco. Penso piuttosto ai protagonisti, penso agli sconfitti.

Non ricordo bene il testo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 ma ricordo che fu uno dei primi atti ad introdurre il diritto di resistere (art. 2), certo in quel contesto si parlava di una resistenza all’oppressione, quindi era una resistenza sostanzialmente di tipo politico, più che ontologico. Non era una resistenza nei confronti di un ente generale come la vita, era una resistenza sostanzialmente pragmatica, contro individui in carne ed ossa o almeno nei confronti di ciò che queste persone, costituite legittimamente o meno come gruppo, rappresentavano.

Oggi chi si fa portavoce di questo diritto? Credo che chi lascia la propria terra per cercare condizioni di vita migliori sia uno di questi, una di queste persone che resistono. Credo anche che i precari lo siano. Credo soprattutto, però, che i portavoce ideali di tale imprescindibile diritto siano gli scrittori e non è un’idea snob. Gli scrittori non sono i radical chic, gli scrittori per me non stanno dentro un palazzo con le vetrate aperte sul mondo e guardano da lì il panorama. Lo scrittore conduce, non segue citando una lettera che mi sta molto a cuore che scrisse DeLillo a Franzen, una lettera che avrei voluto ricevere personalmente. Lo scrittore insegna questo sacrosanto diritto, lo scrittore produce dei documenti frutto o meno della propria immaginazione che hanno l’obiettivo di rinvigorire gli animi, lo scrittore elabora delle strategie di sopravvivenza alla realtà tramite l’immaginazione. Lo scrittore amorevolmente dice: se ce la faccio io, ce la farai pure tu.

La scrittura ha il potere enorme di salvare le persone, chi scrive salva se stesso e nel contempo gli altri dal baratro della disillusione, dall’abisso del disincanto. È dal primo gennaio che rifletto sul disincanto, che penso a cosa posso aggiungere io in merito, ragiono sulla prospettiva da cui considerarlo. Ma adesso non è tempo del disincanto, ora è tempo di resistere, ora più che mai. Ecco che fa lo scrittore: incoraggia le persone ad andare avanti nonostante tutto. Nei Diari di Cheever c’è tanto di questo che scrivo, perché lui ragiona tra sé e sé, lungo i molti anni della sua vita, sui modi tramite i quali può intraprendere una scrittura che sia ancorata all’esistenza nella sua misura più piena, riflette su come può campare una famiglia, lui, talentuoso ma alcolizzato, innamorato della moglie ma amante anche di altre donne e uomini. La scrittura di John Cheever deve essere monito per l’uomo contemporaneo, perché è una scrittura dimessa ma non scoraggiata, è una scrittura a volte costernata ma mai manchevole di gioia. John Cheever era un tipo che coglieva la bellezza della vita nelle sue più piccole manifestazioni – bastava la luce del crepuscolo, la neve leggera sui campi, i pescatori in autunno, i colori dei salici, le nuvole in cielo – ed è questo che noi dobbiamo impegnarci a fare: coltivare il dialogo col mondo nelle sue minute ma intense realtà, dobbiamo essere tenaci di fronte agli sberleffi della vita e intraprendere nuove strade se su quelle vecchie si sono abbattute delle ingiustizie ignobili. La società contemporanea ha prodotto grandezze ineguagliabili ma altrettante sciagure: la rete ferroviaria a lunga percorrenza e i pogrom, la rivoluzione industriale e l’Olocausto.

Ma torniamo a parlare di scrittura. Ho citato John Cheever qualche riga fa, i suoi Diari che leggo con calma, che mi gusto lentamente con il preciso intento non solo di sentire la sua voce che si fa sempre più forte e pregnante, che partecipa e dialoga con la voce della mia coscienza, con il mio io interiore, ma anche di accorciare i decenni che ci separano per osservare con attenzione la sua esistenza da più vicino, per accostarla alla mia.

Nei Diari di John Cheever sono presenti al contempo, come nella vita di ognuno, gioie e tristezze, come quando scrive «ero così felice che sembrava esserci, nel mio modo di pensare, una traccia di isteria» ma poi aggiunge pagine più avanti, giorni più avanti «concludo, mezzo addormentato, che ogni gioia è un’illusione: l’amore è una prostituta in un cantiere navale».

Oggi lo scrittore chi è? Il prodotto del suo ingegno è sempre lo stesso, ma il valore che viene attribuito alla sua opera si discosta dal passato, mentre il valore intrinseco resta chiaramente lo stesso. La sua opera è diventata merce, i libri sono diventati merce di scambio, neanche tanto valutata, l’ho vissuto sulla mia pelle dopo aver compiuto l’atto indegno di rivenderne alcuni, nuovissimi, ma noiosi per me. Sbarazzarmene rappresentava una cesura con un certo periodo, era la volontà di rinascere a vita nuova. Me li hanno svalutati molto, ed è stato un po’ come ricevere una sberla dritta in faccia dal karma: era quello che mi meritavo, in fondo. Lo scrittore di per sé oggi è da un lato molto vicino alle problematiche di questo mondo globalizzato, dall’altro molto lontano. Alcuni credo non abbiano trovato ancora un loro posto del cuore, altri sono ben lieti di poggiare i loro deretani su poltrone comode di studi televisivi. Io non sono né per l’una, né per l’altra linea di tendenza. Credo, come sempre, che ci voglia il giusto bilanciamento tra l’essere presente e l’essere celati. Non è che dobbiamo fare tutti come Thomas Pynchon, che ha quasi ottantatré anni ma l’unica sua foto che si trova in circolazione risale a quando era nel pieno della giovinezza.

Tornando al discorso relativo al diritto di resistere, che poi è o sarebbe dovuto essere il cuore della presente trattazione, oggi 23 gennaio 2020, nel primo pomeriggio di una giornata di sole e neanche molto fredda, sono passata per sbaglio, sotto quella che è stata nel breve soggiorno bolognese, la casa di Giacomo Leopardi. C’è una lunga scritta incisa sul marmo che si apre col nome del poeta marchigiano e si chiude con le parole poeta del dolore. Pensavo però, tornando a casa lentamente, che si potrebbe sostituire dolore con resistenza. Non chiaramente una resistenza nell’accezione politica del termine, ma una resistenza privata di tipo esistenziale, la resistenza ai dolori della vita. Ed ecco che Leopardi, insieme a Cheever – chi l’avrebbe mai detto, due uomini così lontani nel tempo e nello spazio – diventano qui ed ora, delle figure di importanza capitale, dei personaggi emblematici per un certo modo, simile ma non uguale, di affrontare la vita. Oggi, immersi nelle tortuose strade di una globalizzazione che ha reso il mondo un posto enorme e minuscolo al contempo, un luogo di luoghi e di non luoghi, l’insegnamento di un poeta e di uno scrittore costituiscono dei riferimenti validi cui appigliarsi per non naufragare, appunto, nelle correnti di un torbido mare.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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