Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Claudio Morandini

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Claudio Morandini
Caro Bufalino, io mi consolo quando scopro che molti scrittori non sanno spiegare in modo convincente perché scrivono. Anche i più illustri danno risposte reticenti, impacciate, parziali – c’è chi si rifiuta proprio di rispondere e chiede di passare alla domanda successiva. Ci provo, comunque, per l’ennesima volta, ma solo perché lei insiste.

C’è nella scrittura una forma di piacere, che sta nella costruzione di qualcosa di bello, di preciso, ma al tempo stesso c’è lo stupore di vedere questa cosa, che forse diventerà un libro, formarsi in un certo senso da sé, alimentarsi internamente, come un organismo vivo, una pianta che noialtri sorvegliamo, potiamo, educhiamo, se ci riesce.

Aggiungo che scrivere è un allungare lo sguardo su ciò che è lontano da noi, ed è un comunicare quanto abbiamo scoperto o supposto di scoprire, è inviare una lunga, tortuosa missiva ai lettori, con la quale li invitiamo ad abitare il libro, a guardarsi attorno e a condividere con noi domande ed esitazioni, dubbi e stupori, e magari anche a provare ad azzardare qualche risposta. E questo mi pare bello e, a modo suo, importante.

E a proposito di vita: io, da scrittore, invidio il caos contraddittorio della vita, che probabilmente vedo in modo un po’ diverso da lei. La vita, quella sì che è letteratura d’avanguardia, indifferente al plot, alle convenzioni, alle leggi di mercato! Quando scriviamo dobbiamo per forza semplificare, distillare, sfrondare, schematizzare, chiudere, mentre là fuori, o qua attorno, tutto sfugge, divaga, si sfilaccia, si accatasta, si agglomera, poi d’improvviso si intorpidisce e rallenta fin quasi ad arrestarsi, poi riparte precipitosamente in mille direzioni diverse… Quanto mi piacerebbe dar conto degnamente di questo caos, in ciò che scrivo, invece di fornirne, quando va bene, un riassuntino stilizzato!

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Claudio Morandini
Eh, caro Bufalino, lei, che è un venerabile outsider può permettersi di dirlo. Ma se nel frattempo il Tempo Illacrimabile ci cancella, a noialtri, e veniamo dimenticati quando ancora siamo in vita? È quello che oggi capita a chi non pubblica almeno tre quattro racconti in attesa dell’uscita annuale del romanzone, o non firma articoli su carta o più spesso in rete, o non risponde a interviste o non chiede di essere intervistato. Ma oggi nemmeno questo basta più: allora inseguiamo la visibilità trasformandoci in personaggi, in macchiette che buchino lo schermo, allora ci agitiamo sui social (pardon), ogni giorno condividiamo, pontifichiamo, trinciamo giudizi, polemizziamo, duelliamo, chiamiamo a raccolta gli accoliti della nostra fazione e lasciamo che si agitino contro il nostro avversario, scriviamo in caratteri tutti maiuscoli la nostra euforica indignazione o la nostra indignata euforia – e quando ogni giorno non è più sufficiente, lo facciamo ogni mezza giornata, ogni due ore, ogni mezz’ora. Sennò qui, porti pazienza, qui si rischia di svanire, di venire derubricati, di essere triturati, di calare nel Limbo, e buonanotte.

Comunque potrei anche aderire al suo appello, caro Bufalino: tanto lo scrittore non smette di essere tale anche se non esercita la scrittura. Stiamo alla finestra, guardiamo fuori, e senza darlo a vedere lavoriamo a un romanzo (chi lo diceva, già?). Certo, fingeremmo soltanto di prendere congedo dalla pratica della scrittura, la nostra sarebbe solo un’astensione dall’inchiostro – penseremmo però di più, eserciteremmo di più immaginazione e memoria, in attesa della conclusione dello sciopero. Sarebbe comunque salutare.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Claudio Morandini:
Caro Bufalino, io giudicherei la lettura in modo un po’ più distaccato, per mia tendenza, per un mio modo – come dire – sabaudo di vedere le cose. Leggere nutre, d’accordo: appartiene alle attività vitali, ai piaceri naturali e necessari, è merenda mentale (è un vizio fare merenda? Secondo me no, ma qui la mia dietista avrebbe da eccepire). È vero, le scorpacciate letterarie fatte da bambino e da ragazzino rimangono memorabili – non saprei né potrei più leggere in quel modo, con quella dedizione, con quella concentrazione, con quella fame, con quella totale empatia. Ma oggi? Mi attraggono troppo le parole – cioè la storia privata, intima, non tanto dei personaggi, quanto proprio delle parole usate per rappresentarceli – e questo non mi consente più l’abbandono totale, raffredda la compenetrazione, ma lavora più profondamente nella mia memoria, influisce in modo concreto nel mio mestiere di scrittore, come fanno l’uso un certo tipo di penna o di foglio o una certa illuminazione o un certo tipo di carattere.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Claudio Morandini
Diari, epistolari, divagazioni… A me piacciono in particolare le autobiografie e i libri di interviste dei compositori, perché vi si parla di questioni di forma, di strutture, di orchestrazione e di altre questioni di costruzione musicale, senza l’assillo del senso (Manganelli diceva, da scrittore vincolato al senso delle parole, di invidiare alla musica proprio l’emancipazione dal senso, perché la musica non ha bisogno di altro al di là di sé stessa, e aveva ragione). Li colleziono proprio, e li divoro, quei libri, anche quando raccontano vite tutto sommato quiete, grigie, artigianali, interamente votate alla musica. A volte il compositore è così umile da lasciare ad altri il compito di scrivere, di dirigere: così per esempio ha fatto Petrassi con Carla Vasio, in una deliziosa “autobiografia”. Poi, certo, i compositori parlano anche di altro (poca roba, di solito: ricordi d’infanzia, amori, traslochi, tournée, incontri, case di campagna, vecchi parenti, acciacchi), e quasi sempre con un invidiabile understatement, come se temessero di infastidire, di spararla grossa: e sanno togliersi i sassolini dalle scarpe con contegno, senza fare scenate.

Ma – mi perdoni, caro Bufalino – i diari degli scrittori… Se li leggo, lo faccio sempre con sospetto. A differenza dei compositori, che hanno bisogno di credere nelle parole (almeno in queste!) come dotate di un senso che rimandi alla realtà, gli scrittori ci giocano. I loro diari sono wunderkammern di menzogne grandi, piccole, piccolissime – oh, ben nascoste, così ingegnosamente miscelate alle verità da diventare invisibili. Sono menzogne alle quali gli scrittori stessi finiscono per credere – suonano così bene, sono così giuste… I loro sogni, i loro ricordi, non parliamo dei loro amori, davvero tutto mi sembra – ma sarà un limite mio – frutto di invenzione, di affabulazione, da soppesare con circospezione, da leggere con un sopracciglio alzato, con mezza smorfia di scetticismo. E mi viene da chiedere: elaboriamo sofisticate ragnatele di bugie grandi e piccole con le parole perché è il nostro mestiere e ci viene bene, così lo facciamo anche quando si tratta di confidare qualcosina di noi, o non possiamo proprio farne a meno, e la nostra è – mi perdoni se stavolta sono io a ricorrere all’enfasi – una maledizione?

***

Claudio Morandini è nato nel 1960 ad Aosta, dove vive e lavora. Tra i suoi romanzi più recenti si ricordano Le maschere di Pocacosa (Salani, 2018) e Gli oscillanti (Bompiani, 2019). È tradotto in diverse lingue.
Gesualdo Bufalino è tra gli autori che ama di più – ma anche tra quelli da cui sente di doversi guardare, per non mettersi a bufalineggiare.

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