Formicaleone

Frontiera di RENATA ASQUER

Al porto di Valona, dove ci aspettava l’equipaggio, sarei arrivata in auto con mio cugino, il suo amico- il proprietario del mezzo- e altri due che non conoscevo. La mamma aveva già preparato ogni cosa e non sapendosi osservata aveva infilato nel bagaglio un fazzoletto con dei soldi e perfino un Topo Gigio: uno dei rimasugli della mia infanzia felice. Mio padre nel frattempo se ne stava immobile – gli occhi asciutti ma cerchiati – sul
divano a fumare. Erano anni che aveva smesso per via del cuore. Ma anche per colpa della miseria in cui ormai ci trovavamo. Per aggirare il capo della sofferenza, conficcata in gola come uno spillo, provai a ripercorrere i miei passi. Come folate di tramontana, in ordine sparso, sfilarono alcune sequenze della mia vita passata e anche alcune di quelle del presente. Tutte quante al di qua della frontiera che stavo per varcare. In ordine: mio padre giovane, in divisa da ufficiale, del tempo di Oxa, la mamma con due mie sorelle più grandi, una in braccio, l’altra tutta appoggiata a lei con la testina bionda riccioluta. Di seguito, rivedevo una foto mia abbastanza recente, assieme alle compagne del corso di italiano. Ed ecco la mia nipotina Haermela, di soli tredici mesi che avevo salutato due giorni prima. Con i suoi polpastrelli di gomma bianco-rosati toccava le mie lacrime e me le fermava divertita sulle labbra. Per ultimo mi apparve Yari, il mio ragazzo. La foto gliel’avevo scattata io stessa con la sua macchina fotografica da cui non si separava mai, neppure quando ci trovavamo di nascosto per baciarci e toccarci. L’immagine di lui ridanciano in una posa sopra un grosso masso a indicare una fantomatica direzione, risaliva al tempo in cui non immaginavo di dover lasciare tutto, come lui del resto aveva stabilito prima di me. Non sapeva come dirmelo – forse voleva lo indovinassi dalla foto?
Passeggiando tirava calci nervosi ai sassi. Ad un tratto mi aveva preso la testa tra le mani e mi aveva dato quel bacio infinito che sapeva troppo di disperazione. Non l’avevo capito allora, così quando ci sedemmo al tavolino del bar per un caffè, dopo una delle sue solite battute spiritose- questo soprattutto mi era sempre piaciuto di lui, che sapeva farmi divertire e rendere leggera la vita- mi disse improvvisamente serio: “parto domani, ma non voglio perderti.” Nel silenziosi si udì solo il tintinnio del mio cucchiaino caduto a terra e un singhiozzo appena trattenuto. Non potevo sapere allora che la separazione da Yari, dalla mia famiglia e dalla mia Patria era nel mio destino. nel nostro destino, e sempre per lo stesso motivo: per fame. E neppure sapevo ancora che col tempo avremmo tutti amato quel mare di fronte al nostro, gli odori e la gente di quella terra di frontiera che chiamano il Salento. Un fischio sottocasa – mio cugino – mi distrae dalle nostalgie. Ho voluto abbracciare i genitori, nonostante la nostra usanza: quando si parte per emigrare non si deve salutare nessuno! Contro la malasorte. Appena arrivata al porto saluto i passeggeri del mio peschereccio radunati già sul molo. Su tutte le facce la medesima espressione di desolazione. Ognuno sta pensando a ciò che lascia, ma anche ai terribili resoconti degli ultimi viaggi con gli scafisti. Meno male che dura poco. Se non c’è scelta, niente timore. Adesso una strana frenesia di festa si impadronisce di tutti quanti, come succede di solito ai soldati in partenza per il fronte. Una parola sola la spiega: incoscienza. Ci contiamo – ognuno senza dare a vederlo – , in tutto siamo sette ragazzi e cinque ragazze, due uomini di mezza età e una giovane mamma con il suo neonato in un
fagotto. Mi volto, dopo che sono salita a bordo. Alle mie spalle le mie belle montagne, gli Acrocerauni, mi sembrano ancora più maestosi. Quindi, un’occhiata veloce al cielo come a volermelo ingraziare. Mi accorgo che lo stanno facendo tutti anche gli altri.
Ogni passeggero ha la propria storia difficile e sogni simili ai miei: in questa barca siamo dunque fratelli. Ad esclusione naturalmente dei due uomini alla guida che rappresentano il nostro patto necessario con il Male. Il prezzo che abbiamo consegnato non consiste solamente nell’enorme somma di denaro racimolata a fatica – frutto di sacrifici familiari e personali –ma anche in questa sorta di roulette russa da noi giocata con la loro risaputa crudeltà. Dopo un po’ di tempo che siamo partiti, ecco che il mare inizia ad agitarsi e molti cominciano a sentirsi male. Con l’oscurità poi arriva anche il freddo. Ci penetra nelle ossa e gli spruzzi impietosi ci fanno trasalire. Ora non riusciamo a non distinguere bene i contorni delle nostre figure. Siamo ridotti a ventisei occhi che si guardano per prendere coraggio gli uni dagli altri.
Non sono passate che poche ore che si materializza l’incubo delle nostre angosce alla vigilia della partenza. Vale a dire la rottura del motore! Poco dopo, il verdetto: bisogna attraversare a motore spento. La maggior parte di noi non sa nuotare, perciò il panico comincia a gonfiare le nostre paure. Istintivamente molti guardano allora la madre col neonato addormentato in braccio, ancora ignara dell’accaduto. Ad un certo punto il motorista avvisa che dobbiamo buttarci in mare. “ Sì, avete capito bene, dannazione a voi!” e giù una sequela di bestemmie. “Buttatevi in acqua, le coste pugliesi non sono tanto lontane…se non volete che ci pensiamo noi!” Sotto le luci pallide del peschereccio, all’improvviso vedo un ragazzo alto e robusto piombare sul timoniere con il coltello puntato. “Non abbiamo nessuna intenzione di farci un bagno di notte. Abbiamo pagato fino a impoverire le nostre famiglie per questo viaggio e ora voi dovete garantirci la migliore traversata del mondo…altrimenti questo coltello infilzerà le vostre pance belle piene delle disgrazie altrui. La luna manda un bagliore inquieto mentre il giovane agita il braccio nella foga di gridare. Passa del tempo. Ora si ode solo il rumore prodotto dai due che trafficano con gli attrezzi; non hanno richiesto alcun aiuto, ma tre di noi si sono messi lì vicino per sicurezza. Intanto nel sottofondo il mare respira forte in modo monotono. Molti si sono appisolati, la testa ciondolante di qua e di là. Le onde si sono fatte più lunghe e piatte, mentre si possono notare i riccioli di spuma a ventaglio.
Il guasto finalmente viene riparato e si riprende a viaggiare. La notte non è più fonda e da una parte l’orizzonte si sta già schiarendo. Non siamo distanti dalla terraferma.
Mi vengono in mente allora le parole di mio padre e continuo a ripassarmele, come un mantra: nei momenti particolarmente difficili devi pensare ai tuoi traguardi.
Saranno questi a sostenerti, quando tutto sembra ormai perduto.
E queste mi saranno utili tra poco. Ad un certo punto si inizia a sentire il pianto del neonato; per ora è flebile, ma molto pericoloso. L’aiutante timoniere è mandato con un cenno a minacciare la donna. Cosa vuole la puttana, che l’elicottero ci scopra e che ci sbattano tutti quanti in una prigione italiana per colpa di quella bestia di suo figlio? Che trovi lei subito un rimedio, altrimenti… e coi gesti eloquenti fa capire cosa le potrebbe succedere se non ubbidisce all’istante. Nel frattempo –nonostante stiamo proseguendo già da un po’ a luci spente- a tratti il ronzio delle eliche sopra le nostre teste sta rimbombando nelle orecchie e nel cuore di ognuno di noi. Nella semioscurità gli occhi della madre sono fissi sul gruppo, poi si fermano su di me, seduta di fronte a lei. A chiedere un aiuto qualsiasi. Le è finito il latte stanotte, forse per lo spavento, spiega lei tra le lacrime. Allora mi sono ricordata delle patate lesse che la mamma mi ha messo a forza nello zaino. Qualcun altro intanto sta preparando dei bocconcini di mollica bagnata nell’acqua. Il piccolo ha mangiato piano tutto ma poi ha ripreso a piangere tenacemente. Ho tirato fuori dallo zaino una delle mie canottiera e l’ho offerta alla donna che finora lo copriva con il proprio corpo, mentre l’elicottero sta continuando a volteggiare implacabile. Quasi ci scoppia il cuore. Ma ormai si vedono gli scogli dove dovremmo sbarcare e nelle vicinanze nasconderci, fino al momento di uscire allo scoperto. Ognuno per la propria strada. Dopo un tempo interminabile il ronzio si è allontanato. Gli scafisti ci fanno scendere a spintoni nell’acqua che ci arriva fino al collo. Un ragazzo tiene il piccolo sulla testa, mentre la madre annaspa come può fino a riva.
Sotto quei cespugli, pur nel tremito incessante per il freddo, la fame e la paura dei fari, nonché dei cani- poliziotto, respiro un sentore familiare di alghe e tamerici.
Ce l’avevo fatta, nascevo di nuovo. Anche se oltre la frontiera, là dove non si torna, avevo lasciato un pezzo vivo della mia carne.

1 commento su “Frontiera di RENATA ASQUER”

  1. Claudia Lanci

    Questo racconto è una testimonianza molto importante, grazie all’autrice che ce l’ha regalata e ha messo a nuodo tutte le sue paure, le sue speranze ed il suo dolore nel lasciare le sue radici.

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