Formicaleone

Oggi è un giorno qualsiasi di Iole Cianciosi

Oggi è un giorno qualsiasi, la sera qualunque di una domenica come tante altre, fatta di momenti di silenzio, attimi di felicità, pensieri, qualche indistinto sprazzo di luce dietro i vetri della finestra quando sorgeva il sole, discorsi, persone, acqua, pranzo, cena, colazione.

Meditate che questo è stato e valutate anche che questo non sarebbe dovuto accadere per forza. Le giornate normali sono ordinarie rispetto a cosa? Al caos? Alla follia? Non è stato sempre così, nella storia. L’acqua delle volte mancava, i discorsi anche e la luce pure. Soprattutto la luce, coperta dal cielo bianco di Auschwitz che prometteva tempesta. Personalmente non ci sono mai stata, ma ho cercato di pensare a come sia potuto succedere. Inutile dire che le radici dell’odio sono piantate molto più sotto rispetto a quanto si possa solo immaginare. Sono radici robuste, estese e diramate in tanti filamenti che è difficile quantificare, perché non sono unicamente nello spazio. Sono anche nel tempo. Non mi preme raccontare quanto è stato, si racconta ogni anno e probabilmente se ne parla tanto spesso che l’Olocausto – benché qualcuno in un modo tanto stupido quanto vigliacco, abbia tentato di negare – è oggi un elemento con il quale siamo portati a confrontarci quotidianamente. Dobbiamo farci i conti, perché siamo uomini. L’Olocausto, oltre ad essere stato un sistema molto complesso di fatti atroci e sciagurati, è soprattutto la tragica ma anche più alta manifestazione del male.

Un male inflitto volontariamente e ponderato con assoluta lucidità non dalla testa di un folle, ma dalle menti sane di un gruppo di persone che sono state nella storia e che hanno operato tranquillamente architettando il tutto in modo ampio e in maniera “grandiosa”.

La lista dei nomi sarebbe lunga e in essa rientrerebbero personalità distinte che hanno operato in tempi e secondo modalità diverse, alle quali sono state attribuite differenti nomenclature; per cui non possiamo parlare di un Olocausto, ma di tanti Olocausti; il termine sarebbe usato impropriamente, tuttavia è stata volutamente scelta questa parola perché essa rappresenta il punto massimo di ogni massacro, la più alta manifestazione del Male non per numero di morti – lasciamo i morti fuori da casistiche o percentuali – ma per il modo in cui è stato ponderato il tutto. Un progetto definito che l’omertà dei tanti ha lasciato fare, per cui, siamo tutti colpevoli.

Quando aveva 24 anni Paul Auster, scrittore americano di famiglia ebrea, si trasferì a Parigi. Uno dei suoi primi, se non il primo appartamento nella capitale francese, fu in Rue Jacques Mawas, 3.

In quel bilocale ammobiliato e luminoso c’era anche un pianoforte, un pianoforte scordato.

Chiamò qualcuno per accordarlo e arrivò un’affabile e loquace cinquantenne cieco. Si misero a parlare e il francese a un certo punto disse al ragazzo venuto dal New Jersey che un tempo, in quel quartiere «abitavano molti israeliti, ma poi scoppiò la guerra e andarono via».

Il termine israelite è dispregiativo, Paul capì subito che il pingue e amichevole accordatore era lui stesso scordato e cieco anche nei pensieri. Si irritò e rispose: «Ah… e quando sono andati via, dove sono andati?» l’accordatore allora si zittì e arrampicandosi sugli specchi per salvarsi anche da se stesso tentò una risposta: «Non ne ho idea. Ma la maggior parte non è tornata».

La vita va avanti, perché la vita va avanti sempre, nonostante i giochi sporchi della morte. La luce fenderà dietro i vetri opachi delle baracche dei campi, sopra il filo spinato cadrà la neve, ma non dobbiamo, non dobbiamo mai dimenticare.

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