Formicaleone

Of grace and meaning – Un’ intervista a Ken Kalfus

Io e Ken Kalfus siamo conoscenti di vecchia data, senza esserci conosciuti mai per davvero, tranne libri letti e qualche scambio di email. Ma un’amicizia, anche profonda, a volte si fonda su una manciata di cose, senza troppe pretese, del resto io preferisco la nudità del romanico alla vacua esuberanza del barocco. Dicevo, Ken Kalfus. Chi è, vi chiedereste. È uno scrittore americano che ho conosciuto per uno dei suoi libri più belli Uno stato particolare di disordine, a proposito di quel libro potete leggere quanto avevo scritto per “Il Cartello”, senza che io mi ripeta (https://www.ilcartello.eu/microcosmi/ken-kalfus-e-lamerica-dei-nostri-giorni/). Quello che posso dire però, è che lo scambio di email tra me e Kalfus si era concluso con la promessa di risentirci presto: “Please stay in touch, and we’ll look forward to other occasions, stories, answers and doubts”.

L’ultima volta che ci eravamo sentiti avevamo appunto parlato del suo libro pubblicato dalla Fandango nel 2006, un libro in cui veniva tracciato un paragone tra il disastro delle Torri Gemelle e la deflagrazione della relazione amorosa di una coppia – ogni relazione umana era una cospirazione, scrive Kalfus. Si parlava di disordine, appunto, di caos, ma anche di molto altro. Il paragone tra gli eventi tracciato da Kalfus era velato ma anche intenso, profondo, in un libro né retorico, né banale, in una storia scritta magistralmente, con momenti di ironia disperata.

Jonathan Franzen in un testo dal titolo Perché scrivere romanzi? pubblicato all’interno del suo saggio Come stare soli, racconta che nel 1991, quando nacque la sua disperazione nei confronti del romanzo americano, scrisse, in preda all’angoscia, una lettera a Don DeLillo su quel tema. DeLillo rispose e tra le tante cose disse che lo scrittore conduce, non segue. Passo che ho tenuto sempre a mente ed è proprio in ragione di questo che ho deciso di fare qualche domanda non solo sulla letteratura ma sulla società in generale a Ken Kalfus, le sue risposte possono costituire un valido elemento di orientamento nel mondo che viviamo oggi.

Quest’intervista non si può dire che inizi, piuttosto che ricomincia in una calda (forse troppo) domenica di luglio, con le campane che suonano a festa e io che cerco di scrivere qualcosa degna di nota al suddetto americano. Il 4 luglio, con gli auguri della festa dell’Indipendenza mi arriva una prima mail e qualche giorno dopo una seconda con le risposte complete. Vengono toccate tematiche molto importanti, come quella del pubblico letteralmente affamato of grace and meaninggrace come il primo (e unico) album di Jeff Buckley che conferisce all’intervista un tono molto americano – si parla dello scrittore non come una vittima o un reietto ma come colui che si prende cura di cose più grandi – caring about higher things – più grandi anche forse dell’uomo stesso, uno scrittore in dialogo col mondo delle idee platoniche, con l’Eterno, uno scrittore che maneggia delicatamente la bellezza. Kalfus ammonisce di scrivere tanto e leggere tanto, di variare, di esplorare, di non smettere mai; ricorda di non farsi imbrigliare nella trappola che ci porta a scrivere unicamente per l’altro in vista di un riconoscimento della società. Scrivere per se stessi: la scrittura dunque come un dialogo privato che si apre sicuramente ad un pubblico, ma che non è schiava di quel pubblico. Perché essa, nei suoi caratteri intrinsechi, ha e sempre avrà quello della libertà.

Qual è lo status dello scrittore oggi, secondo te?

Ci sono molti scrittori che si occupano di diverse discipline – oltre alla letteratura, c’è cinema, politica, giornalismo, pubblicità, ecc. – e il loro status e la loro capacità di continuare a fare quel lavoro, dipende dal pubblico. Penso che tu mi stia chiedendo soprattutto della scrittura letteraria, che ha chiaramente perso molto del suo pubblico. Tuttavia, le cose buone vengono scritte e trovano il loro pubblico, che è affamato di opere di grazia e di significato, Quando uno scrittore si connette con un lettore, succede qualcosa di importante, con implicazioni per la cultura, la società e le due persone.

Che senso ha la letteratura oggi, qual è il suo dovere morale in una società che manca di molti solidi valori di un tempo?

Nel complesso, l’impresa della letteratura mondiale promuove la comprensione tra individui e popoli, articola osservazioni vitali sull’esperienza umana, estende le capacità del linguaggio, acuisce il pensiero, eleva il sentimento e abbatte le strutture della società che non servono più al loro scopo. Questo era vero un centinaio di anni fa e credo che sarà vero tra cento anni. Personalmente, quando leggo la letteratura, e specialmente un romanzo, sono più consapevole della mia umanità e della mia individualità.

Perché e come sei diventato uno scrittore? Cosa puoi raccomandare a chi, come me, scrive ma non si sente riconosciuto dalla società per questo? Lo scrittore oggi è una specie di reietto?

Ho sempre voluto scrivere e scrivere da quando ero bambino (ho raccolto informazioni e ho battuto a macchina un giornale per la strada in cui vivevo e mio padre l’ha ciclostilato). Ho continuato a scrivere e leggere profondamente e ho lavorato al mio giornale universitario, che si è rivelato estremamente prezioso. Sono rimasto nel giornalismo tra i 20 ei 30 anni, ma ho continuato a scrivere romanzi e a studiare la letteratura in privato (non ho mai finito l’università). Guardando indietro, vorrei aver trascorso ancora più tempo a scrivere, specialmente a scrivere cose diverse e più tempo a leggere. Ho inviato racconti a riviste letterarie, ho avuto molti rifiuti, ma ne ho pubblicati uno o due ogni anno, e questo è stato sufficiente per farmi andare avanti, a parte il fatto che ero anche piuttosto frustrato. Lo sono ancora, di tanto in tanto. Quello che ti posso consigliare è che continui a scrivere e leggere, ponendoti sempre limiti più grandi da superare. Penso che sia importante, se senti che non ci riesci, sii aperto al cambiamento, rinnova il tuo modo di scrivere e l’argomento che tratti, e magari anche il tuo modo di vivere. Ovviamente, questo è più facile a dirsi che a farsi, ma prova altri generi di scrittura, per cominciare. È importante portare a termine le cose, non importa se sono ben scritte o meno. Dovrei avvertirti che scrivere per il riconoscimento della società può essere una trappola, una confusione di motivazioni, e anche se sei riconosciuto, potresti non trovarti soddisfatto. Il riconoscimento è bello, ma l’adempimento deve essere nel lavoro stesso. Lo scrittore oggi non è un emarginato. Anche se poche persone leggono il suo lavoro e magari valutano vagamente la sua professione, anche se lui o lei guadagna molto poco, le persone amano incontrare scrittori. È difficile essere uno scrittore, ma non pensiamo in alcun modo di essere delle vittime. Infatti, avere una buona dimestichezza con il linguaggio, prendersi cura di un bene supremo, come quello della scrittura, (caring about higher things) e avere la capacità di amare un grande libro, è una specie di privilegio.

Si stanno sciogliendo i ghiacci, cosa pensiamo di fare e come potremmo cambiare le cose se chi ha il potere è sordo?

Dobbiamo eleggere politici che non siano sordi. La situazione è ovviamente molto critica, e l’unica via d’uscita che riesco a individuare è un’azione internazionale intelligente. A questo punto, sembra improbabile che l’azione individuale sia efficace, ma dovremmo continuare a fare pressione sui nostri leader e ad informarci il più possibile. Dovremmo utilizzare le nostre capacità di scrittura per  parlare di questa minaccia nel modo più chiaro ma anche immaginativo possibile.

Non te l’ho mai chiesto ma ho sempre voluto: cosa stavi facendo l’11 settembre 2001 mentre le torri cadevano? Io festeggiavo il mio decimo compleanno e non è stato per niente bello, come giorno, neanche per me, è stato difficile soffiare su quelle candele, benché fossi solo una bambina.

Ero qui alla mia scrivania. Non abbiamo una TV e quando scrivo disconnetto internet (questa è una buona idea anche per te!). Proprio mentre stavo per sedermi, ho sentito di un aereo che colpiva il World Trade Center, ma ho pensato che fosse un piccolo aereo, e che mi sarei informato dell’accaduto più tardi. (In questo senso, ero molto simile a Joyce nel mio romanzo) [qui si riferisce alla protagonista del suo già citato romanzo A disorder peculiar to the country]. A proposito, mia madre, che viveva a Manhattan, ha anche ascoltato il report iniziale, ma aveva fretta di giocare a tennis a Central Park, così è corsa fuori dall’appartamento. Mio padre e mio fratello erano in un tremendo ingorgo stradale e hanno visto le torri bruciare dal 59th Street Bridge, credo. Ovviamente, gli attacchi alle torri furono terribili tragedie e terribili crimini. Ma nel mio romanzo desidero resistere alla nozione che li abbiamo immediatamente capiti o che tutti gli americani hanno condiviso l’esperienza nello stesso modo o che siamo stati tutti ugualmente segnati da loro. Queste false narrazioni hanno avuto uno sfortunato effetto sulla nostra vita pubblica e politica.

© Iole Cianciosi & Ken Kalfus

(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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