Formicaleone

Tomek e l’arcobaleno di ANDREA RAPINO

La luce era divisa in rettangoli uguali. Erano grossomodo una dozzina. Tomek osservò i bordi sfocati di ogni porzione di chiarore e si stropicciò gli occhi. Albeggiava, e fuori dalla finestra si intuiva un cielo opaco e pregno di nuvole, senza colori particolari. Gli venne in mente che da parecchio tempo non vedeva un arcobaleno.

Restò a guardare per un po’ il soffitto rosso prima di sedersi sul letto e accendere una sigaretta. Con i gomiti impuntati sulle ginocchia, se la portava a intervalli regolari sulle labbra, aspirava grosse boccate e sputava il fumo fissando il pavimento. Quando fu sul punto di scottarsi le dita gettò la cicca a terra, si alzò per calpestarla e prese a passeggiare nei pochi metri quadrati nei quali aveva passato l’ultima notte. Aveva dormito poco, ma non male. Nonostante avesse preso sonno tardi, preferiva non restare troppo a letto quel giorno. Del resto presto o tardi sarebbero venuti a svegliarlo.

Si mise in piedi, largo con la sua comoda tuta arancione, di fronte alla finestra da dove si intravedeva la campagna. Cominciò a scompigliarsi i capelli con una mano e continuò a pensare a quello che gli era venuto in mente nel dormiveglia, quando si era rivoltato tre o quattro volte nel letto prima di essere completamente lucido. Da sempre faceva così quando si alzava al mattino presto: rimuginava sulle immagini che aveva del dormiveglia, per avere l’impressione di essere ancora a letto. E stavolta ricordava i prati verdi intorno alla casa di quando era bambino, e a come li attraversava di corsa al ritorno da scuola.

Janusz bussò. Tomek torse il collo guardando verso il basso, e trovò la luce che penetrava da sotto l’uscio spezzata da due piedi. La porta si aprì. Janusz era evidentemente rasato di fresco. Immaginò che non appena si fosse avvicinato a lui avrebbe sentito il profumo del dopobarba.

«Buongiorno».

«Buongiorno».

I due si salutarono, ma Janusz, a differenza di Tomek, non accennò un sorriso.

«È ora».

«Così presto?».

«Sono quasi le nove».

«Pensavo fosse prima. Comunque sono pronto».

Tomek si avvicinò. Janusz e gli altri che erano con lui lo fissarono guardinghi e sospettosi. Tomek alzò le mani per rassicurarli e sorrise apertamente. Decise di dire una stupidaggine qualsiasi per stemperare la tensione: «Tranquilli, vi seguo: non scappo da nessuna parte». Mosse insieme a tutti gli altri, e insieme imboccarono il corridoio tetro con le pareti blu, dove i passi rimbombavano come gocce che cadono da un soffitto fradicio nell’oscurità. S’era messo in testa di doversi comportare bene, perché non voleva che si ricordassero di lui come di uno che dà grane: questa cosa lo fece quasi ridere, e perciò qualcuno degli accompagnatori fece una smorfia con la bocca.

Nessuno disse una parola fino a quando arrivarono nella stanza dove aspettavano Mirosław, Krzystof, Dariusz e Waldemar. Quest’ultimo si distingueva per una appariscente cravatta indaco. Appena il gruppo entrò tutti si arrestarono contemporaneamente, ad eccezione di Tomek, che sbadatamente fece un passo in più e se ne scusò a bassa voce. Janusz chinò il capo in segno di saluto, rivolto a Krzystof in particolare; successivamente ripeté lo stesso gesto verso Mirosław e si fece da parte. Tomek restò in mezzo agli altri, in piedi, girando il capo da un lato e dall’altro, cercando con lo sguardo gli angoli della camera.

Dariusz avanzò verso di lui e domandò: «Gradisci una sigaretta?». Tomek ci pensò un attimo e fece segno di no con la testa. Poi ringraziò e disse. «Posso avere un limone?». Dariusz si volse interdetto verso Mirosław e Krzystof, che a loro volta si guardarono perplessi, fino a quando Mirosław disse: «Beh, se non è un problema…». A Krzystof parve quasi una buffa coincidenza: i limoni erano una rarità da quelle parti, ancor di più in quel periodo, ma da un paio di giorni ne aveva un cesto sul suo tavolo. Così invitò Janusz ad andarne a prendere uno: tornò dopo un paio di minuti e lo porse a Tomek, che lo strinse in mano e cominciò a fissarlo intensamente. Era il colore più vivace in quella stanza, la cosa più brillante che vedeva da giorni. Gli tenne gli occhi addosso per tutto il tempo in cui Mirosław parlò, e lo ammirava con bramosia ogni volta che rispondeva a una domanda.

«Nome e cognome?».

«Tomek Preisner».

«Data di nascita?».

«Primo gennaio 1966».

«Nome dei tuoi genitori?».

«Jacek e Dorota».

«In nome della Repubblica Popolare Polacca, il tribunale distrettuale di Varsavia dopo attento esame riconosce l’imputato colpevole di omicidio premeditato a scopo di rapina con tutte le aggravanti e lo condanna per questo alla pena di morte. Il Consiglio di Stato ha rifiutato di concedere la grazia».

Il procuratore Mirosław Piesiewicz terminò, e Krzystof Adamek, il direttore del carcere, fece un cenno di approvazione. Tomek si impresse il colore vivo del limone negli occhi, e lo tenne stretto sotto le palpebre quando Dariusz glieli coprì con una benda scura. Janusz e le altre guardie carcerarie gli legarono le mani e lo accompagnarono fino alla corda che Dariusz gli cinse intorno al collo.

«Sono stato bravo. Almeno questa volta mi sono comportato bene», sussurrò Tomek. La botola sotto i piedi si aprì e gli impedì di continuare a pensare all’ultimo arcobaleno che aveva completato stringendo il colore mancante in mano. Waldemar, il medico legale, dopo aver accertato la morte, tolse il limone dalla tasca.


Andrea Rapino  è nato nel 1973 a Lanciano, in Abruzzo, dove vive e lavora come giornalista per il quotidiano regionale Il Centro. Laureato in Storia a Bologna, e specializzato in Giornalismo all’Università di Roma-Tor Vergata, ha pubblicato i romanzi «Giorni ruggenti», «Banda San’Antonio» e «Fili rossi», oltre a racconti in diverse raccolte.

(In copertina: foto di Prawny da Pixabay)

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