Formicaleone

Dolci deragliamenti – Intervista a Giulia Zazzi

Questa storia ha inizio il 12 dicembre 2018, un anno fa potrebbe dirsi, a mezzogiorno meno un quarto circa, prosegue nel pomeriggio dello stesso freddo mercoledì del mese e si protrae per un po’. Viene lasciata decantare tra l’oscurità di paesaggi innevati e le luci colorate di strade addobbate a festa. Abbandonata su treni in corsa lungo binari che costeggiano il mare. Viene lasciata fermentare come il mosto dolce e denso, come un impasto da maneggiare con cura da mani esperte; si è sviluppata come un feto nel ventre di una donna; è cresciuta, nel tempo si è ampliata,
su di essa si è poggiata la polvere dei giorni. Ha percorso chilometri, stazioni, ha superato ponti, si è riversata nelle periferie umide di posti remoti, ha festeggiato, brindato, bevuto, ha avuto cambi di rotta, ha subito qualche sconfitta, ha rischiato, forse, di essere dimenticata; è stata maltrattata, ha ricevuto auguri inaspettati, ha visto la fine e il declino di molte cose: idee, progetti, pensieri disarticolati e smorzati sul nascere. Questa storia ha instillato dubbi e perplessità nel chi l’ha raccontata, è stata un tormento per certi momenti, illuminazione per altri. Questa storia, come tutte, ha anche una fine, in fondo, dopo tanto. Si conclude oggi, 3 gennaio alle 12.52 – quasi nella
stessa ora in cui era stata concepita come idea più pura – mentre cerco di capire come tradurre una frase in francese, mentre provo a dare un senso a un vécu, a suoni impronunciabili. Nel mondo fuori di me imperversa una tempesta di neve; è mattina, ma il tempo sembra in qualche modo annullato, sospeso. In un frangente di pochi istanti, tra la luce bianca che trafigge le finestre e gli ultimi luccichii di un Natale in decadenza, mi arriva la risposta tanto attesa. Il nuovo anno inizia dolcemente.
Giocarsi tutto, rischiare ogni cosa.
L’idea iniziale da cui tutto muove, è sostanzialmente quella di porre all’ intervistato, una e una sola domanda che merita un’unica risposta con la quale ci si gioca tutto. Una domanda, una sola. E non è facile eh. Una domanda può mandare a monte un lavoro intero, può pregiudicare amicizie, rompere relazioni, compromettere rapporti personali. Con una domanda, soprattutto se scomoda e volutamente tale, ci si gioca il tutto per tutto. Ma una domanda implica anche qualcosa di più. Implica un pensiero molto lungo che la precede, implica il fermarsi a riflettere per tanto tempo, implica che anche la persona alla quale è rivolta deve pensare parecchio per dare una risposta consona, perché è quella la sua possibilità esclusiva per esporsi al mondo e raccontarsi, quello è il suo solo appiglio, l’unica strada percorribile. Quindi quella persona potrà scegliere di rispondere ampiamente o di dare una risposta secca e veloce, concentrata in un periodo fatto di poche parole.
Ma quella persona può anche divagare ed esprimere i più diversi aspetti della sua attività (in questo caso fotografica) e della sua vita stessa, in quella risposta. Il tutto risiede solo in un fatto di scelte, scelte e possibilità.
La domanda l’ho rivolta a Giulia Zazzi, thecatswillknow su IG, nata nel 1992 a Sondalo. Ha studiato Scienze storie e orientalistiche e vive e lavora tra Milano, Bologna e la Valtellina. Le ho chiesto in sostanza, questo:
Che senso ha, per te, tutta questa storia? Non parlo della fotografia in sé, non parlo dell’arte, ma della vita in generale. Perché farlo, te lo sei mai chiesta? Tra cento anni non esisterà niente, sarà tutto sommerso, ci sarà un caldo infernale, tu, io, saremo tutti polvere, da qualche parte, nei mari o sottoterra o in qualunque altro luogo ci abbiano sepolti. Ti sei mai chiesta perché farlo? Se ne vale davvero la pena?
Quella montagna là, che tu hai fotografato, con quelle stelle e quelle luci, quella neve, non esistono più ormai, nemmeno adesso, è tutto già mutato.
Riflessioni che vagavano in qualche stanza nascosta. Vagabondare come un vecchio mendicante, per cercarle, per arrivare all’anima delle cose, direbbe Gustave Flaubert. È questo sostanzialmente, il percorso intrapreso da Giulia per giungere a questa conclusione:ogni giorno darei una risposta diversa, e la fotografia fa parte di questo abituarsi al movimento, al cambiamento, alle infinite possibilità. Scoprirsi di passaggio dopo un vagare alla ricerca di luoghi in cui fermarsi, viaggiare su strade sconosciute in compagnia di volti che raccontano nuove storie, e di questo viaggio lento ogni foto è una fermata, la risposta al richiamo di un istante che non è statico ma contiene inesauribili movimenti.
A volte ho creduto che l’immaginazione fosse lontana dalla realtà, invece poi mi ritrovo partecipe di un dialogo continuo e indistinto, e la fotografia risponde alla ricerca di un linguaggio, uno di quelli possibili. Il mio linguaggio è intermittente, a volte c’è qualcosa tra gli occhi e il vetro, e mi piace aggiungere tracce agli strati, come restare a guardare un mistero che non si svela ma si nasconde. Un mistero infinito, trasfigurato in tante direzioni quante le soste nel mirino, di cui forse non resterà alcuna traccia.

Cita Gianni Celati, Verso la foce:

«Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé, ha bisogno di
andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce, dove dovrà
sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo
esterno forse ci porta più vicino alla nostra morte; ci porta ad essere meno separati da noi stessi».

Andare alla deriva sospinti dalla corrente, senza agitarsi eccessivamente. Lasciarsi cullare dalle onde, cercare la foce delle nostre esistenze, se essa risiede, da qualche parte.
È un infinito mistero però, tutto questo, è un languido deragliamento, è movimento.
Ma in fondo tutto è movimento, la vita stessa.

(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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