Formicaleone

Da collega a collega: lettera aperta a Eraldo Affinati di VINCENZO GAMBARDELLA

Egregio professor Affinati,
non so se dirò tutto in forma logica, ma posso assicurarLe che mi rivolgo a Lei dopo aver pensato a lungo in merito al valore e alla necessità di questa lettera.

Quando La vedo in televisione mi viene in mente un Suo articolo sul settimanale Vita del novembre ‘96, in cui Lei scrisse di avere un record: non essere mai intervenuto durante un collegio docenti. Da allora è passato molto tempo e io nel frattempo ho letto vari Suoi libri, sempre con interesse: “Bandiera bianca”, “Secoli di gioventù”, “La città dei ragazzi”, “Vita di vita”. In particolare mi colpì molto, anni fa, “Elogio del ripetente”; forse ne ho un ricordo falsato, gliene parlo solo adesso, in ritardo rispetto alla pubblicazione, ma ebbi la sensazione di un limite: nessun cenno ai colleghi, e così pure ai dirigenti, tanto meno alle altre figure presenti nella scuola, come se non si volesse affrontare pienamente il discorso. Quello che esiste è un corpo a corpo fra professori e alunni nel ring delle aule scolastiche, luogo da cui si esce per tornare a casa o per le classiche uscite didattiche, ma per il resto è soltanto solitudine, degli insegnanti e dei ragazzi, che tutt’insieme rappresentano un’unica mentalità. Nessun desiderio di cambiamento insomma, perché per cambiare bisognerebbe introdurre nuovi concetti, nuovi punti di vista, nuovi desideri. Ad esempio: com’è possibile dire che va tutto male e non proporre un’ombra di novità, nemmeno un pensiero che possa essere alternativo al disastro delle nostre scuole. Forse la scuola è talmente morta e sotterrata che noi non ce ne accorgiamo, non ci accorgiamo che se è morta deve rinascere, perché in effetti è proprio ritornando all’origine delle cose che scopriamo il vero senso del nuovo, come accade continuamente nell’arte o nella cultura (quando è in grado di farlo), ma direi anche nelle nostre vite. Non so quale intellettuale ha affermato, in preda alla disperazione, di entrare nelle scuole con lo stato d’animo di un minatore che entra nella miniera. Il che è emblematico. A me, in un altro modo, viene di pensare che gli edifici scolastici sono diventati delle grandi balene che si sono arenate sulla terra, senza più una meta, e noi vi entriamo come Pinocchio, ogni mattina in attesa dell’incontro fatidico, l’incontro che aspettiamo e che può finalmente renderci umani fino in fondo.

A questo proposito, ad esempio (ed è proprio di questo che voglio dirLe), per tornare al libro, non si parla dell’angoscia dell’insegnante, o soltanto marginalmente; non si fa accenno ai nodi che lo trattengono, lo bloccano, o della sua impreparazione, del rapporto che vive con la materia stessa che insegna, che spesso vive in modo noioso, che forse rifiuta. Altro che stabilire un rapporto con gli alunni, direi che per lo più manca il primo rapporto fondamentale, e cioè quello con la propria materia, che non è viva, sentita, vissuta, scoperta giorno per giorno. Ed ecco che nell’incertezza risorgono i fantasmi di una volta, tante rivoluzioni e riforme per ritornare a ciò che deprechiamo. Non è forse vero che i voti, oltremodo disprezzati e giudicati disumani, sono ritornati senza battere ciglio?

C’è poi il problema delle assunzioni, che prende gran parte delle riflessioni degli insegnanti, attirati dal posto fisso, per cui non si riflette sul senso di quello che si fa, e che è importante. Il senso viene dato per scontato o è sentito come secondario. Al primo punto c’è il numero dei professori che diventeranno di ruolo. La politica ha la responsabilità di questo. Il discorso sul sapere, sul significato della conoscenza è completamente assente, ne risulta un vuoto di motivazione e di conseguenza l’insorgere di ipocrisie, di frustrazioni, la paura di esprimere liberamente il proprio punto di vista, nell’obiettivo di migliorare, di portare un miglioramento che possa essere utile agli altri. Accade invece che si preferisce tacere per evitare di essere criticati, perché tanto non serve a nulla, non cambia niente. La voce dell’insegnante è sommersa dalla maleducazione e dalla invadenza della burocrazia, di conseguenza, non venendo ascoltati, i docenti vengono mandati allo sbaraglio, perdono ogni giorno strumenti per reagire, divengono una sorta di domatori, nel tentativo di affermarsi contro la pretesa che il sapere non esiste più, che esistono nuovi saperi, i quali hanno soppiantato le vecchie conoscenze, che la lezione frontale è un metodo in disuso, con le note disciplinari che non sortiscono nessun effetto, che, anzi, alimentano l’emulazione, e con l’unica prerogativa, quindi, di cavarsela da solo, di arrangiarsi, perché spetta a te insegnare, conquistare gli alunni, e tu devi trovare le strategie, devi soprattutto instaurare un rapporto. Vorrei sapere che genere di rapporti è possibile costruire senza il rispetto, senza l’ascolto, senza il desiderio di conoscere e condividere, senza l’orgoglio di riscattare la propria condizione, perché il sapere, la conoscenza, elevano gli individui. Un’amica collega mi dice: si ha la sensazione che i ragazzi hanno già tutto e che non abbiano bisogno di niente.

Ma c’è una triste mentalità che è grave e va abbattuta, ed è quella che circola nei film di Alvaro Vitali, o, in modo più raffinato, in quelli di Silvio Orlando, il quale, in una pellicola intitolata “Il portaborse”, afferma davanti ai suoi alunni che Manzoni è superato, non vale a confronto di un Dostoevskij, che mentre don Lisander scriveva e riscriveva “I promessi Sposi”, il genio russo dava alle stampe capolavori superiori a quelli del povero illuso e noioso Manzoni. Che cultura!, che messaggio! Direi che è il frutto di una generazione che ha dissipato i suoi insegnanti. Al contrario, nella scuola si manifesta una ferita, la nostra ferita, che tutti noi ricordiamo e che è l’esperienza che ci riguarda, a cui andiamo con timore nel ricordo: i sogni ricorrenti di esami non dati e che ci tormentano ancora; i volti dei professori che ci rimproveravano, o che ce l’avevano con noi e chissà perché. Mi viene in mente quello spettacolo teatrale del regista polacco Kantor, intitolato “La classe morta”, in cui degli adulti, se non addirittura anziani, ritornano fra i banchi, diventando quasi dei fantasmi che tornano a popolare un’aula scolastica, come a voler saldare un debito che non ha mai fine, quello del proprio destino, una sorta di stimmate che continua a sanguinare in noi e ci dà il senso del nostro vivere, che è l’approfondimento di un dolore che vivevamo già da ragazzi e non ci ha lasciato più (nonostante i cambiamenti inevitabili), per dirci di che cosa è fatta la nostra vita.

Ora, però, voglio tornare a bomba sul Suo libro e all’episodio del ragazzo che La definisce un bolscevico, alla Sua reazione che indica al ragazzo che ci sono solo Lei (il prof) e lui (l’alunno), e quindi bisogna vedersela da soli. Qui mi pare che venga fuori la solitudine dell’insegnante, che sottolinea il suo indebolimento, il degrado della sua funzione. Questa svalorizzazione del professore diventa cruciale, e a volte si esprime in forma di gioco, assume il profilo di un gioco cinico nei confronti dell’autorità, che è un gioco al massacro a chi fa ridere di più, mentre invece si tratta di una cosa seria, che quanto più si scherza tanto più diventa seria, anzi drammatica, e poi che gioco è quello di fare a chi offende più facilmente l’insegnante?, che insensatezza è?, come si può comprendere, tollerare?, che tolleranza è? Io dico che è importante far capire ai ragazzi, per non illuderli, che l’autorità è un dato della realtà, e quindi va insegnata, rischio la perdita di se stessi, della propria dignità di uomini. Se qualcuno dice che bisogna disobbedire, ebbene quella persona si sbaglia. Ne deriva l’annullamento che l’insegnante subisce giorno per giorno, con la prevaricazione quotidiana, applicata con metodo, sotto gli occhi di complici e dei bravi ragazzi che non sanno cosa fare, come reagire, che sono costretti a vedere questo spettacolo stupido e gretto.

Da più parti si continua a dire che occorre autorevolezza, non autorità. Distinzione manichea, a mio parere, che vuole solo significare che l’autorevolezza te la devi meritare, come se non fosse un dato di fatto che tu sei un professore, un adulto, una persona. A queste considerazioni ci si sente rispondere che la scuola è una giungla, e devi salvarti, se ci riesci, con le tue forze. Bell’insegnamento! Francamente è disarmante vedere ragazzi che non accettano il rispetto, e soprattutto è frustrante veder sminuire questi problemi ogni volta che si decide di affrontarli. A mio parere è una questione di modelli, occorre rimettere al centro il sapere, la conoscenza. Non basta dire che i ragazzi sono fondamentali, dire in maniera patetica che bisogna amarli, che il professore ha il compito di interessarsi a loro, e ogni tanto dire: “Beh, vediamo se vi ricordate quando è scoppiata la Seconda guerra mondiale”. Per poi ricominciare con la solita confusione, dovendosi guadagnare sul campo la fiducia degli alunni, e di conseguenza la loro disciplina. Si tratta di un discorso più da educatori che da insegnanti, così i livelli di cultura vengono sacrificati. Sulla carta è corretto, ma nei fatti questo produce un livellamento del sapere spaventoso. Indagini statistiche recenti ci dicono che è in atto un degrado della nostra lingua, che dall’uso di milioni di termini è passato, nel giro di qualche anno, ma inesorabilmente, a poche centinaia.

A questo punto voglio ricordarLe un racconto di Flannery O’Connor, intitolato “Gli storpi entreranno per primi”, dove si descrive un padre assistente sociale che per seguire un ragazzo di strada, negli Stati Uniti, trascura il proprio figlio, il quale ha anche perso la madre che è morta, ma il padre non fa altro che criticarlo, preferisce i delinquenti, infatti il ragazzo di strada si dimostrerà un irrecuperabile, nonostante gli sforzi dell’uomo. Egli è talmente preso dalla sua missione da non accorgersi che il vero bisognoso di aiuto è il figlio, che continua a guardare dentro il telescopio per scorgere le stelle. In realtà egli cerca la madre morta, indaga il cielo per riuscire ancora a vedere dov’è la madre. Il bambino finirà per impiccarsi.

Questo racconto dice che non esistono solo i bulli, gli screanzati, i maleducati, e quelli che non fanno il proprio dovere (perché a scuola esistono i doveri, non solo i diritti), ma anche i bravi ragazzi, intendo dire quelli timidi, riservati fino a morire, fino a sacrificare la propria personalità per il rispetto degli altri. Eppure questi ragazzi spesso vengono trascurati, i peggiori prendono il campo, fanno il bello e il cattivo tempo. Sarebbe ora di considerare anche loro, hanno difficoltà come tutti, anzi, forse maggiori degli altri, ma non lo danno a vedere. Bisognerebbe creare le condizioni per poter insegnare anche a loro, non basta dire “oggi è così” e bla-bla-bla. La verità è che gli insegnanti vengono mandati allo sbaraglio, prevale una concezione teorica dell’insegnamento, dicendo, poi, allo stesso tempo, che ognuno deve trovare la sua maniera, e tirando fuori discorsi sulla professionalità, come se la professionalità risolvesse tutto e non avesse bisogno di buone condizioni, adatte all’istruzione, allo spazio di ogni singolo. L’accorpamento degli istituti ha creato una disorganizzazione generale, i problemi si sono moltiplicati, e la didattica ha perso di qualità. Insomma occorre mettere al centro una riflessione su che cos’è la scuola, ma la riflessione deve privilegiare il cambiamento, deve approfondire, non negare qualsiasi opinione pur di non cambiare niente, oppure solo per il gusto di aver ragione, intervenendo continuamente a quei famosi collegi docenti, in cui Lei diceva (e qui la saluto cordialmente) di detenere un record. Lo so, Lei ha detto queste stesse cose in quell’articolo del ’96 (la vocazione dell’insegnante, ad esempio), ma allora perché non ribadirle e ancora con forza?

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

 

1 commento su “Da collega a collega: lettera aperta a Eraldo Affinati di VINCENZO GAMBARDELLA”

  1. Premmetto che non conosco né a chi sia indirizzata la lettera né chi la scriva. Ma approfitto degli ottimi spunti per dare anche la mia opinione per continuare a parlarne. Io penso che finché la categoria insegnanti di scuola pubblica avrà come obiettivo solo l’aumento di stipendio avremo di che parlare da collega a collega. Io sono d’accordo sul riportare la conoscenza al centro, laddove gli insegnanti non ne trasmettano. Però al momento la maggior parte delle volte mi pare che richiedere nozioni sia la sola cosa che sappiamo o vogliamo fare. Peccato che l’autorità derivata dal sapere, inteso come insieme di conoscenze, sia un’idea vecchia e da parrucconi. E lo dico anche a me stessa, quando mi ritrovo alle medie a insegnare cose che so benissimo che non ricorderanno mai più, ovviamente, non perchè sono bravi o cattivi loro o io. Nella scuola il mestiere dell’insegnante coincide eccome con l’educare, se non altro per il semplice fatto che si ha a che fare con individui in formazione, altrimenti si può scegliere di fare l’insegnante in altri contesti o ad adulti. Credo che l’inclusione sia l’unica strada possibile, assieme a classi di massimo 15/16 alunni, in cui allora sì ho tempo di far parlare tutti anche in un’ora. Così come credo sia fondamentale, a tutti i livelli, non solo alle elementari, stabilire delle ore di raccordo per la programmazione e per la discussione del clima classe e dei singoli casi e non solo relegare queste questioni a orette trimestrali in cui ci si riduce a comunicare solamente le insufficienze, a disquisire a seconda di simpatie e antipatie tra colleghi e a sfogarsi sui “casi impossibili”. Altrimenti di teoria e pratiche didattiche neanche a parlarne. Non mi ci metto neanche, infatti. La psicologia e la pedagogia della scuola forniscono ormai da vent’anni strumenti pratici per lavorare bene, ma a quanto pare in Italia non ho ben capito perché, snobbiamo la scienza e il sapere in questo campo. La scuola dovrebbe servire a dare a tutti gli stessi strumenti e le stesse possibilità e invece continua a reiterare il sistema di emarginazione o esclusione sociale. E non è colpa degli studenti ma dell’autorità ministeriale e di adulti a cui della crescita e dello sviluppo della persona non frega niente, sebbene sia per questo che vantano tale nostro – magro – stipendio.
    Per quanto riguarda il rispetto. La situazione è sicuramente tragica e più volte mi ritrovo a ragionare proprio sul senso del rispetto, che va insegnato di certo e che cerco di insegnare non tollerando affatto, praticamente, quasi niente. Detto questo: ahimé devo anche dire che il rispetto sì, va altresì meritato. E ci sono insegnanti e adulti che non lo meritano. Questa è la differenza tra autorità e auterovolezza. Non è una differenza da poco.

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