Formicaleone

All’arte la sua libertà: riflessioni sulla poetica di Alberto Burri

Arriva sempre un momento in cui dalla teoria bisogna passare ai fatti, sporcarsi le mani, immergersi fino alla punta dei capelli nel fango e vedere come va. Una rivoluzione per redimerci da tutte le involuzioni, da ogni paura passata, dagli scintillanti e scaltri cambi di rotta, dalle scuse infondate, dalle bugie raccontate. Questo momento arriva nella vita di tutti e arriva più volte tramite piccole rivoluzioni quotidiane in certe direzioni e secondo rotte prima volutamente evitate. Questo è successo anche alla vita di Alberto Burri, durante la Seconda Guerra Mondiale, in un campo di concentramento in Texas, ad Hereford, nel bel mezzo del nulla, oggi posto ameno, capitale mondiale del manzo.

Non è propriamente vero affermare che in quel criminal camp americano quel giovane medico umbro sia diventato un artista e in fondo non importa nemmeno sapere quando, nello specifico, in che giorno, mese o anno, possa essersi sviluppata nella mente di Burri l’idea di diventare quello che è diventato. È comunque interessante notare che le prime sperimentazioni in materia siano germinate proprio dentro a un campo di concentramento: la libertà, in fondo, si nasconde nei luoghi più improbabili e impervi, e l’arte, come la luccicante scritta del Palazzo della Secessione viennese recita, tra le tante cose è soprattutto libertà (der Kunst ihre Freiheit).

Quindi viene da pensare che più di ogni altra corrente, poetica o stilema, il sistema artistico impostato da Burri, nato in determinate condizioni storiche e fautore di un certo modo di concepire l’opera d’arte, sia, maggiormente di altri, libero, nell’accezione più propria del termine.

L’Informale italiano e in generale l’informare europeo si sono sviluppati in maniera molto meno pragmatica di quello americano, soprattutto perché gli europei dovevano necessariamente confrontarsi con una tradizione autorevole, che determinava scelte e prese di posizione. Come se il passato, in un caotico vociale, indirizzasse verso alcune strade più che altre. Ma Burri se ne infischia e comincia a dare fuoco a dei sacchi, lacerarli, cucirli, a sperimentare con quanti più materiali possibili e con materiali soprattutto poco nobili, il fare arte. Le sue opere nascono dal basso: inusuali e rare nel mondo dell’arte… a volte è vero che dal letame nascono i fior.

Catrame, sacchi di plastica e juta, smalti, pomice. Monumentale, materico e dal cromatismo acceso, perché oltre alla materia, ci sono i colori, tinte che non passano di sfuggita, come il rosso vivido di certi sacchi combusti.

Decostruire la forme per fare materiale amorfo capace di conservare però tutta la sua sostanza, la sua concreta materialità e la grazia. Una grazia e un equilibro che destabilizzano, un controllo della situazione in mezzo al caos, alla deriva. Non è facile, a pensarci bene: tutto quello che ne sarebbe potuto venire fuori sarebbe stato un grosso, madornale pasticcio. Ma le cose, per fortuna di tutti, andarono a finire in modo diverso. Nel suo modo di concepire la pittura Burri riesce, parafrasando Battiato, a restare calmo e indifferente mentre tutti intorno fanno rumore.

Aveva ragione, l’ufficiale medico di Città di Castello, a dire che era inutile che rilasciasse poi tante dichiarazioni, perché aveva detto tutto quello che aveva sentito il bisogno di raccontare tramite le sue opere. L’arte, specialmente quella contemporanea, non è una semplice contemplazione dell’opera, è qualcosa di diverso, per capirla dovremmo uscire fuori di noi, abbracciare una visione del mondo insolita rispetto a quella che utilizziamo di norma e poi, una volta fatto questo, tornare alle nostre esistenze e notare come esse siano in qualche modo differenti o difettose.

Immaginate Donnie Darko nelle sue visioni allucinate in un universo parallelo, metteteci un ragazzo travestito da coniglio e tornate a casa, la sera, stando attenti a non morire prima. Questo per dire che l’arte contemporanea non è un semplice cammino, ma è un percorso ad ostacoli con qualche fosso: bisogna imparare a saltare dove si deve e a schivare le buche; e in definitiva a comprendere che tutto può mancarvi ma non la materia.

La materia, sempre la materia e i suoi cambiamenti di stato, forma, non-forma, luoghi, non-luoghi, sfondo-immagine, pensieri che svaniscono e la vita che riemerge sempre. Mi piace pensare che le opere di Burri siano sostanzialmente questo: una paradigma della sua esperienza di sopravvissuto e della volontà dell’universo di auto- conservarsi. Assunto che con tutta probabilità non risponde alle leggi della fisica, ma della fisica, sinceramente, poco ci importa.

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