Formicaleone

Il cavallo di Amilcare Caselli

Tanti anni fa mi feci prendere dalla passione del cavallo, la monta all’inglese e pure gli ostacoli. Durò un paio d’anni. C’era un maneggio qui vicino, a 3 o 4 chilometri dalla costa, sulla Salaria, poi un tratto a destra verso i colli. In quelle due estati ci arrivavo al mattino presto, col motorino. Facevo le stalle per non pagare e imparare. L’odore dei box, il fieno, il sudore dolciastro dei cavalli, il cuoio grasso e acido dei finimenti, ma io ci andavo per il ruolo che quei pantaloni elasticizzati a costine beige col rinforzo sotto al culo e il passo un po’ marziale degli stivali neri al polpaccio nel terreno sabbioso del rettangolo mi davano. Mettevo a turno solo due t-shirt, grigie e sempre più sdrucite, in perfetto contrasto col resto, il cap agganciato a un passante e un vecchio frustino ficcato nello stivale destro. Ci andavo per questo, il ruolo estetico in cui m’immaginavo, non per altro, e oggi posso dire che era lo stesso motivo per cui qualche volta andavo a sciare: la salopette aderente e quell’andatura da robot con gli scarponi ai piedi sul ballatoio degli chalet, fumando contro il sole. Con un amico stavamo pure pensando di comprare Stella, una lipizzana mezzo sangue, grigia e bianca, buona anche a saltare. Stella ti faceva sentire bravo, ma in fondo sapevamo che era solo fantasia, una cosa da raccontare alle ragazze.

D’estate c’era da accompagnare i turisti in passeggiata; io di solito chiudevo il gruppo mentre Gabriel, il gestore del maneggio rimaneva davanti a guidare il tragitto. Tra i cavalli per le passeggiate ce n’era qualcuno messo male per il caldo, l’età e le continue uscite, ma i cavalli, si sa, non si lamentano. Quel pomeriggio l’aria nei campi era ferma e bollente. In salita, stavamo arrivando in cima a un colle, da lì si vedeva il mare; come al solito ci saremmo fermati qualche minuto quando il cavallo nero davanti a me ebbe un lungo fremito, scartò di lato e cominciò a barcollare; le zampe posteriori non lo tenevano più, posò il culo a terra, il collo teso in aria, gli occhi sbarrati. Il ragazzo che gli era sopra nemmeno cadde, si ritrovò la bestia in mezzo alle gambe divaricate, che ora era sdraiata sul fianco e agitava le zampe a scatti, come un cane che sogna di correre. Non emise un suono se non dei respiri profondi, una schiuma densa gli uscì dalla bocca tra le redini e il morso. Scalciò sempre più piano e in dieci secondi morì, gli occhi e la bocca spalancati.

Ci ritrovammo in cerchio attorno all’animale, tenendo in mano le redini dei cavalli che allungavano il collo verso quel corpo a terra, allargando le froge per odorarlo e scuotendo a tratti la grossa testa come a volersi liberare da un tafano o dai finimenti. Gabriel mi disse di aspettare lì, di dare il mio cavallo al ragazzo rimasto appiedato e radunato il gruppo, tornarono indietro. Io rimasi lì, vicino alla bestia morta. Giù in fondo alla collina la linea di costa dell’Adriatico. Sentivo avvicinarsi il ronzio delle mosche come piccoli aerei da guerra attratti dal sudore. Le cicale, nascoste dalle ginestre, ripresero più forte appena il gruppo si fu allontanato. Il rombo di qualche tir arrivava dall’autostrada lì sotto a mezza collina, prima di sparire in galleria.

Fumai una sigaretta, poi un’altra, seduto sui talloni coi gomiti puntati all’angolo delle ginocchia, una mano a reggere il mento, rivolto verso il mare. Dopo un po’ mi spostai di qualche metro; c’erano già troppe mosche, grosse e lucide, attorno al cavallo stecchito. Il rumore di un trattore si fece sempre più forte, si avvicinava scalando la salita. Era Abramo, il contadino di una delle vigne vicino al maneggio. Nemmeno un saluto, oppure venne confuso dal frastuono del motore lasciato acceso. Scaricò le corde e una catena. “Tieni qui”. Lo vidi legare il cavallo per le zampe posteriori, assicurò il canapo alla catena che fissò al gancio del trapezio del trattore. Mi fece cenno di salire sul parafango e lo trascinammo giù fino alla strada che costeggia il maneggio, fino al bordo d’un piccolo spiazzo che dava sulla vigna. Al maneggio erano tutti andati via; il pomeriggio era agli sgoccioli di un tramonto sempre più rosso. Eravamo in quattro adesso attorno alla bestia stesa in terra: in due scavavano una fossa e noi si dava il cambio per fumare una sigaretta, asciugando il sudore con gli avambracci. Ci dicemmo un infarto, povera bestia, poco altro. Finimmo di scavare la buca nel terreno in discesa, vicino alla testa del cavallo. Arrivò un furgone con la scritta di una macelleria, ne scese un uomo con dei grossi coltelli e un paio di mannaie. Era Michele, il macellaio, che fece il suo lavoro lì.

Si lamentò quando, scannando dalla giugulare, vide uscire poco sangue scorrere dentro la buca. Disse che non andava bene, sarebbe stato da appendere, poi aprì ancora. Il pomeriggio si stava colorando di scuro. Andammo a prendere dei secchi pieni d’acqua, poi Gabriel trascinò fin lì un lungo tubo di gomma che aveva collegato a uno dei rubinetti del maneggio. Il macellaio ogni tanto imprecava a mezza bocca ma procedeva spedito. Tagliò la testa che in due caricammo nel furgone. Aprì la pancia estraendo le viscere. Uno di noi teneva il tubo e lui ci sciacquava i coltelli, le asce e le mani guantate di brillante gomma azzurra. Le budella e gli organi scivolarono nella buca, poi diresse il getto d’acqua nelle cavità. Staccò le zampe, le cosce, arrivando facile a recidere i tendini e gli zoccoli con decisi colpi di mannaia alle caviglie, e noi si sciacquava, pulivamo col getto del tubo. Scuoiarlo non fu facile; ne ammirai la tecnica con la lama tra il rosa e il bianco della carne, tirando forte e sollevando la pelle. Il figlio di Abramo, il contadino, avrebbe voluto tenere quel manto nero pensando a una specie di trofeo, un ricordo, o un tappeto davanti al camino, ma il padre borbottò qualcosa e la spessa pelle scivolò morbida e lucida nella buca col resto. Michele, riposte le spade lucenti, si rimise in macchina discutendo con Gabriel di alcuni documenti in copia che avrebbero dovuto compilare nei giorni appresso e quali pezzi spartirsi una volta preparata la carne, chiesero pure a me ma né io né il gestore del maneggio ce la sentimmo di accettare. Abramo, il vignaiolo, disse che sarebbe passato in macelleria. Il figlio del contadino aveva portato un sacchetto di calce; lo rovesciò sui resti strizzando gli occhi e la bocca, sbuffando e girando di lato la testa. Il furgone ripartì mentre noi con le pale colmavamo la fossa.

A quel punto il sole era finito, morto a Ovest dietro ai colli e la vigna aveva perso i colori. Tornammo al maneggio dentro la scena muta di un film in bianco e nero. Ci salutammo, io ripresi il motorino. L’aria in faccia mi asciugava il sudore, gelava la maglietta, respiravo forte sperando di togliermi dal naso e di dosso l’odore di stalla e di cavallo. Guardai l’orologio, erano quasi le nove e mezzo, pensai a casa, a quanto fossero preoccupati, e accelerai.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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