Formicaleone

Cinque poesie inedite di Federica D’Amato

Da soli
E diventano da soli quei bambini
soli splendenti, sbucati da un angolo
nero, esplosi dai vicoli delle mamme
tristi, dai seni cadenti
venuti all’anima per essere
ognuno solo se stesso
e l’infanzia com’è
quando in estate si abbracciano
tra le spine, da soli
come quella volta
che in una fiaba
siamo diventati
tu regina
io re

Ballata delle benedizioni  
Sia benedetta la silenziosa eloquenza dei gesti
tra la resina d’oro e la pietra d’onice
dei nostri anulari, atlantide sommersa della prima volta.
Siano benedette le spine, i cardi, l’erba selvaggia
delle americhe lungo le strade dei nostri vent’anni
che non si lasceranno camminare mai più.
I docili amici del dio, la domenica,
gli alberi piantati lungo i corsi d’acqua,
le beatitudini dopo pranzo
dell’operaio stanco, nel sole,
tutti i luoghi traditi dalle nostre promesse.
L’amore umido, feriale, cantando all’orecchio
il lontano messaggio delle isole,
coloro che attingono olio dalla conca del cuore
e la luce di giugno che apre sui rami le stagioni.
I cuori amanti degli amati,
le guance ardenti dei dimenticati.
Gli angeli che ci parlano scrivendo sui finestrini
dei tram le lettere dei trapassati e più in là,
oltre il vedere, gli occhi dei ciechi
che ci guidano, siano benedetti anche
quelli che imparano a guarire da loro stessi.
Il poeta quando cade in ginocchio
per tutti piangendo ai piedi della quercia
nel tempo della fine
quando il tempo è la sola cosa che ci appartiene.
Le stelle dentro alle toppe dei poveri
e le anime che fioriscono di piume,
i re bambini, le loro corolle di bucaneve
e le discese infilate dentro al grido
del ragazzo che per la prima volta cresce
essendo benedetti tutti coloro che senza
saperlo una volta si sono lavati nella neve.
Siano per sempre benedette le esplosioni delle comete
senza dolore e le mani sottili dei colpevoli,
i solitari che nella sera piangono il gelo
dei deserti nel chiarore del miraggio:
fontana che non si accenderà mai più.
Il signore grande Inverno
davanti ai camini dei vecchi
sia benedetto tra le righe dei faggi,
lì in fondo al bosco quando qualcuno
in un letto del cosmo si stringe al suo amore
perché benedetto dev’essere dai nostri
vestiti anche il freddo.
Sia l’acero benedetto, quando muore
e la sua ultima foglia in Canada cadendo
fa arrivare la neve in ogni suo fiocco
in ogni suo piccolo muso a forma di stella.
E le ore senza eroe
gli eroi senza vittorie
le regine senza re
i re che rinunciano
alle altezze dei troni.
Siano infine benedette
senza fine le lune,
le rimebelle delle donne
i mandorli, i ricordi e le montagne
quando resteranno
finalmente
sole.
Senza di noi.

generico-121963

Dopo la depressione
C’erano le correnti
io rincasavo tra le scale e il buio
pensavo dopo mesi finalmente
sono felice
ma c’erano le correnti
al fondo delle strade
una marea di coralli e giade
trascinate dal dolore
dove dove andate
portatemi con voi
datemi le briciole
fatemi baciare i pesci
dite a tutti che sono viva
dite all’acqua che la sete
dopo la tempesta
non è finita.

I nipoti
Questa notte vi ho sognato.
Eravate in tre.
Non più uno, non più due, ma
questo tornare su se stesso del seme
perché è così che deve
andare, prendere o lasciare.
Eravate un vestito del dopoguerra
quando il sole sorge per tutti
perché più nessuno vuole piegare
la bocca per darla al pianto
ma offrirla alla fame, in cielo, alto
all’acqua nella sete, al sorriso
se è maggio al semplice del bacio.
Eravate come adesso piccoli
le irripetibili reliquie
di quei santi che abitavano nei boschi
parlando agli animali.
Vestiti di foglie e tempo
luminosi come i fari di Lisbona
quella volta che ho visto il temporale
quella volta che vi ho visto nascere
sul mare, la nostalgia
infinita di volervi per sempre
creature mie
non mie
creature dolci di sogno strette
intorno alla sinistra del corpo.

Ragazzi in piazza con pallone
Ho vissuto cento secoli come un pazzo
correndo le aurore in guerra e la fine
del sole solo come chi non sa dove dormire.
Sono stato tutto
eppure oggi non so ancora cosa rispondere
a chi mi chiede da dove vengo
e dov’è che la pace ci attende.
Sono una scoria del tempo
e non saprò mai se affidare
i miei occhi all’amore
o alla furia delle foglie nel vento.
Sono come tutti solo
quello che dovevo diventare
ognuno se stesso e infiniti altri
eppure oggi
io oggi mi ritrovo bambino
a giocare per la prima volta
alla piazza e alla palla
contento come la linfa del fuscello
quando sgorga dalla ferita
finito come la coda di un pomeriggio
tra l’estate e l’autunno
tra la noia e la voglia
di sapermi eterno fino a domani.


Federica Maria d’Amato (1984) si occupa di letteratura e lavora nel campo dell’arte e del giornalismo. Laureata in Lettere moderne, specializzata all’estero in Filologia catalana, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, è tornata nel suo Abruzzo. Ha pubblicato le raccolte di poesia La dolorosa (Opera, 2008), Poesie a Comitò (Noubs, 2011), Avere trent’anni (Ianieri 2013, finalista Premio Frascati 2014); l’edizione italiana di Il libro dell’amico e dell’amato di Ramon Llull (Qiqajon, 2016; ospite, con Franco Cardini all’edizione 2016 del Festival Letterature di Mantova) e l’edizione italiana di Dove diavolo sei stato? di Tom Carver (Ianieri, 2012); il libro-dialogo con Davide Rondoni, I termini dell’amore (CartaCanta, 2016) e il saggio epistolare Lettere al Padre (Ianieri, 2016). Il libro di pensieri e aforismi Un anno e a capo (Galaad Edizioni) e la raccolta di poesie A imitazione dell’acqua (Nottetempo Edizioni) sono i suoi ultimi libri.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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