Formicaleone

Tempo, sospensione e precarietà ne “Il vuoto” di Luca Vaglio

Mi pare che la mia mente sia altrove, in una dimensione vicina, ma diversa e parallela rispetto a quella in cui si trova il mio corpo.

La scrittura di Luca Vaglio, lo si capisce frequentando sia le sue prove poetiche che  quelle narrative, ha una consuetudine sorprendente con l’osservazione, l’inseguimento nemmeno troppo voluto di una voce, di uno sguardo o di un passaggio, l’indugio e tutto il piacevole spaesamento che ne consegue. I mondi che attraversa e descrive, sono affollati e nel contempo solinghi, le luci accecanti eppure secondarie, il tempo apparentemente infinito eppure conciso.  E’ leggendo Il  vuoto , edito da Morellini lo scorso gennaio nella collana Varianti, che si fa possibile l’incontro con tali ambientazioni, tratteggiate da una  scrittura controllata, intatta, priva di inutili pesi . Si tratta del primo romanzo di Vaglio,  che arriva dopo due interessanti prove poetiche, Milano dalle finestre dei bar e  Il mondo nel cerchio di cinque metri uscite ambedue per l’editore Marco Saya, tutt’altro che slegate dal discorso narrativo e dalle tematiche più care allo scrittore.

Incrocio gruppi di adolescenti, per lo più cinesi. Immagino che alcuni di loro siano usciti dai ristoranti orientali della zona. Un uomo e una donna sui trent’anni che camminano mano nella mano mi passano accanto.
Il rumore dei botti e dei piccoli fuochi d’artificio è intenso e continuo. I colpi, sparati a poche decine di metri, rimbombano nelle mie orecchie. Lo spazio attorno a me sembra invaso da una grande massa sonora, da qualcosa che pare avere un corpo fisico, individuato dal volume e dalla vibrazione.
Il frastuono è parte dell’arredo festivo, insieme alle luci natalizie appese alle arcate dei portici e ai cerchi di neon azzurri, gialli e arancioni che salgono lungo i quindici piani dell’elegante grattacielo in miniatura che domina lo slargo, fino alle grandi vetrate della terrazza Martini

Mattia Ventura si licenzia: fa il giornalista fino a poco tempo prima, ha trentasei anni, ma ora non ha più energie sufficienti a sopportare la vita di redazione, divenuta col tempo sempre più stressante e oppressiva. Compie un salto nel vuoto, lanciandosi nella nebulosa della precarietà e dell’incertezza lavorativa, un passo per molti avventato, per nulla conveniente.

Molti riescono a convivere con questo mix bipolare di vessazioni e pacche sulle spalle. A me ha sempre restituito una sensazione di ambiguità, di manipolazione straniante. Mi sono fatto l’idea che si tratti di una realtà in ombra, diffusa ma poco raccontata e che in Italia, in molti luoghi di lavoro, questi comportamenti seguano la logica implicita di tenere il gruppo sulla corda, favorendo logiche di appartenenza e dipendenza. 

Una decisione, quella di Mattia, che lo pone certamente in una condizione di disagio ma che, nel contempo, sa anche restituirgli una oramai dimenticata sensazione di libertà. L’assenza quotidiana di un obiettivo, la percezione di un tempo diverso, dilatato,  da spendere senza affanni nè scadenze, fa sì che Mattia si riscopra, si riappropri di una parte di sé, quella che aveva lasciato irrimediabilmente da parte negli anni. Il 2009 sta per finire e nei giorni immediatamente precedenti al Capodanno, Ventura  vaga nella sua Milano, soprattutto nelle ore notturne,  facendo sosta in piccoli bar e abbandonandosi all’osservazione di persone le cui vite sfiorano la sua. Nel suo vagare incontrollato per la città, un po’ in automobile, un po’ a piedi, Mattia è testimone e protagonista di un momento esistenziale a lui stesso inedito, perchè ambivalente, non chiaro, eppure interessante da attraversare. Sulla traccia incerta dei suoi spostamenti, coesistono imprevisti e piccole abitudini, incontri con umanità sotterranee e persone con una vita molto diversa dalla sua, come Leonardo, l’anziano uomo custode notturno di un parcheggio, che diventerà una presenza vicina, quasi confidente e lo aiuterà a risolvere un piccolo enigma. Al girovagare notturno di Mattia, fa da sfondo una Milano intima e al contempo multiforme, i cui rumori e le cui luci sembrano ovattati, attutiti dallo scorrere della vita stessa, dall’impossibilità (per fortuna!) di controllare e di conoscere interamente qualcosa, ma solo di sfiorarne le tracce, di attraversarne le traiettorie.

Vivo con disagio gli scontri dialettici. In questo non sono cambiato molto dai tempi dell’infanzia e dell’adolescenza. Un piccolo diverbio con un conoscente basta per farmi scivolare, per ore o anche per una giornata intera, in una condizione di malessere psichico. 

Quella di Luca Vaglio è una scrittura sensibile che non ha fretta né smania di esibire sensibilità. Il suo è un romanzo attuale, con un impiego rigoroso di suggestioni e di sprazzi improvvisi, un romanzo che riflette sì sulla precarietà e sullo snodo infinito delle sue conseguenze, ma che indaga anche un’idea di tempo esistenziale osservato a più livelli, secondo differenti percezioni: il tempo della realtà vissuta secondo uno schema rigido e inscalfibile da una parte, e il tempo dell’attesa indefinita , dell’indugio (consapevole o inconsapevole) dall’altra. E’ proprio nel tempo impiegato in nulla di stabilito, che ci si abbandona più facilmente a momenti di disorientamento, ma è vero anche il contrario. Il tempo non pianificato è anche in grado di restituire piccole o grandi intuizioni, e soprattutto appare come un ‘ancora di salvezza alla sbornia programmatica della nostra società.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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