Formicaleone

Scelte, segreti e ripensamenti ne La cantina di Mauro Fabi

La città è semi deserta come sempre in agosto: la calura è insopportabile e la periferia è una distesa smisurata di cemento e solitudine. Chi può parte per il mare, fosse anche soltanto per un giorno. Anche il commissario Raimondi si godrà a breve il meritato riposo, manca poco alla sua partenza per la Sardegna ma la scomparsa improvvisa di Giulio Spadoni lo costringerà a rimandare la vacanza. Non capita di frequente che un uomo scenda in cantina a prendere il canotto per il figlio, in vista di una tranquilla domenica da trascorrere al mare insieme alla famiglia, e non si veda più riemergere. Il commissario Raimondi potrebbe lasciare l’inchiesta a un collega e partire per la sua vacanza programmata da tempo, eppure non lo fa, qualcosa di segreto e di insondabile lo lega indissolubilmente a quel caso. Si snodano a partire da questa trama, parole, ambienti e sensazioni che fanno de La cantina , l’ultimo libro di Mauro Fabi edito nel 2018 da Avagliano , un romanzo tagliente e intenso, la cui vicenda alterna nel lettore sensi simultanei di tenerezza e di mistero; senza il minimo orpello o la più piccola distrazione e nemmeno un vocabolo in eccesso, la storia di Raimondi- questa polverosa vicenda abilmente travestita da romanzo giallo-  diventa pian piano la possibile storia di chiunque. Quella cantina da dove Giulio Spadoni non è più riemerso, inabissata nei sotterranei di un vecchio palazzo, non è solo il luogo sudicio dove se ne stanno confusamente ammonticchiati pile di libri, buste, ricordi e vecchi arnesi, ma è soprattutto la metafora di un’esplorazione esistenziale, la più importante, la più dura, la più cruciale: quella all’interno di se stessi.

Aveva imparato che gli uomini sono strane creature che possono abituarsi a tutto. Lui stesso ne era un esempio.

(pag. 19)

Ed è proprio facendo perquisire in lungo e in largo quella cantina, soffocante e sconfinata come il passaggio di un labirinto, che il commissario Raimondi entra a contatto con la vita dell’uomo scomparso e lo fa proprio esaminando il contenuto di interminabili scatoloni, dai quali emergono passioni inspiegabilmente sepolte da Spadoni e fotografie felici di un passato distante, quando il futuro non sembrava essere un pericolo. Se è vero che possiamo conoscere molto di una persona dalle sue parole e dallo sfoggio che fa dei propri sentimenti o pensieri, è anche vero che i silenzi e i non detti di un essere umano sono spesso miniere ricchissime di “materiale esistenziale”, in grado di rivelare molto di più del loro contrario.  Spesso sono più feroci le onde invisibili, recita così uno dei più bei versi di Margherita Guidacci.

Non è casuale che tocchi ad un uomo come Raimondi – sin dal principio della lettura è impossibile non affezionarsi al suo personaggio – cercare di risolvere il caso e, inoltrarsi a sua volta, non solo nella vicenda di Spadoni ma, di riflesso ,anche nella sua personale, altrettanto densa di zone d’ombra, di dolori inespressi, di tormenti taciuti, complici una vita sentimentale irrisolta e complessa e un grave problema di salute. Non è forse l’incontro reale e ravvicinato con l’altro, il vero addentrarsi nella sua esistenza, la possibilità di osservare tutti gli elementi interni ed esterni che ne influenzano quotidianamente passi e scelte, non è forse questa la maniera infallibile per guardarsi dentro a propria volta e rintracciare, anche inconsciamente, paure, scelte e comportamenti comuni? Lo specchio dell’altro dunque come ricerca, come possibilità di salvezza ma anche come nuovo insormontabile timore, uno sguardo che può essere in  un solo colpo liberazione oppure prigionia.

Ho scritto La cantina nel 2006, quando avevo appena pubblicato Il pontile con Nottetempo. Volevo scendere in profondità, raccontare il graduale distacco di due uomini dalle cose della vita, un processo di identificazione attraverso la malattia; volevo scrivere un romanzo metafisico nel vero senso della parola. Metafisico e esistenziale. E volevo farlo attraverso la finzione del noir. Un uomo scompare, un altro lo cerca, ma non nel senso tradizionale dell’ indagine poliziesca, bensì attraverso una ermeneutica degli oggetti che lo scomparso lascia nella sua cantina. Negli anni che sono trascorsi tra la prima stesura e quella che Avagliano ha da poco pubblicato ho, come sempre, sottratto materiale narrativo, finché sono giunto a un romanzo che si legge in poco più di un’ora, che sembra un giallo e che invece è tutt’altro. Ho, in questo senso, ingannato i lettori.

Mauro Fabi

Un inganno necessario e importante quello di Mauro Fabi che con La cantina, rivela ancora una volta il suo talento di scrittore autentico, elegante e fedele alla propria voce, che sa essere chiara e nel contempo sibillina ed è capace di creare ,attraverso il proprio linguaggio,  storie dall’ equilibrio illuminante. Alla riuscita narrativa di Fabi, non si può non associare il contributo intenso e preciso della sua voce poetica,  vivissima e presente forse ,chi lo sa, soprattutto quando Fabi scrive in prosa.

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MAURO FABI è nato a Roma nel 1959. È giornalista e ha collaborato con L’Unità e Le Monde Diplomatique. Dirige il magazine culturale Via Po del quotidiano nazionale Conquiste del lavoro. Ha pubblicato i romanzi La meta di Luan (Mursia, 2000) e Il pontile (Nottetempo, 2006), e le raccolte in versi Il motore di vetro (Palomar, 2004) e Fiori in pericolo (Avagliano, 2007) . Altre due raccolte poetiche sono uscite in Francia nel 2010 e nel 2012, rispettivamente con i titoli Le domaine des morts e Tous ces gens qui meurent.

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