Formicaleone

La poesia dev’essere un ponte tra la gente comune: intervista a Sotirios Pastakas

Sotirios Pastakas nasce nel 1954 a Larissa nella bella Tessaglia,  terra del leggendario Achille, come pure dell’argonauta Giasone, oltre che di creature mitologiche  tra cui i Centauri, i Mirmidoni. Giunge in Italia, (a Napoli nel 1972 e dal 74 a Roma), per studiare Medicina. Successivamente torna ad Atene e consegue la specializzazione in Psichiatria e lavora per 30 anni come psichiatra ad Atene.Ad un certo punto  il cambio di rotta: la crisi e la decisione di far largo al poeta e allo scrittore che da sempre nutriva dentro di sé. Una metamorfosi sofferta, ma inevitabile per giungere ad essere la persona che è oggi. Sotirios, va detto, è uno dei più rimarchevoli poeti greci viventi,oltre ad essere una persona squisitamente affabile e disponibile. È autore prolifico (15 raccolte di poesia, un monologo teatrale,un saggio, nonché un libro che raccoglie alcune poesie e racconti  di Vittorio Sereni, Alfonso Gatto, Umberto Saba, Sandro Penna, da lui tradotti in greco). Un legame di lunga data quello con il nostro Paese, non solo per i suoi anni universitari, o per la conoscenza della lingua italiana, che parla con scioltezza ed eleganza, ma anche peri premi e riconoscimenti ricevuti in più di un’occasione come il Premio Annibale Ruccello per la Poesia dello Stabia Teatro Festival nel dicembre del 2015, Ritratti di Poesia nel 2016 per la Fondazione Roma,  Premio Internazionale Nord Sud della Fondazione PescarAbruzzo. Oggi, Sotirios è attivissimo non solo come poeta, ma riversa il suo talento in diverse altre attività che fanno eco a quella principale.  Ha fondato riviste cartacee e digitali come Poiein (2001), ΑΨΕΝΤΙ(Assenzio, 2006), ΘΡΑΚΑ, (Tracia, 2013),Φτερά Χήνας  (Piume d’Oca, nel 2015), e appena da 6 mesi Eξιτήριον.In aggiunta, è anche produttore radiofonico e tiene corsi di scrittura esperienziale a Larissa, la sua città natale, dove, nel 2013, ha scelto di tornare a vivere. Le sue opere sono state tradotte in 15 lingue. Uno dei suoi libri,  pubblicato negli Stati Uniti,nel 2015, col titolo «Food Line» è stato tradotto da Jack Hirschman e Angelos Sakkis.

Secondo lei in che condizioni si trova oggi la poesia?

La poesia rimane fortunatamente sempre la danza coi sette veli di Salomè. La grande ammaliatrice. Siamo sempre in cerca di vederla nuda e rimane felicemente vestita. Nel denudarla capitano falsi riconoscimenti, sviste, sfarfalloni, una lotta continua tra false prospettive e incantatrici lunari di una innominabile bellezza. In altre parole: ci sono moltissimi poeti e rara poesia. Invano la bocca riesce a pronunciare il nome della femmina incantatrice: la Poesia.

Quali sono i pericoli e i vizi più grossi in cui la poesia può incorrere?

La poesia ai nostri giorni sembra un’ attività da copiatore. Un’ arte mimetica. Basta imitare il compagno di banco,  mettere le parole troppo spesso in riga, ed eccomi nominato poeta!Il vizio più grosso è appunto credere di avere un’ identità attraverso lo “scrivere poesie”, in un mondo che va ad occhi chiusi e che sperimenta l’assenza del significato della persona umana, dell’ individuo in quanto tale. Sembra che la poesia possa restituirle (restituire) un’ identità a questo oggetto antropomorfo dei nostri tempi e  senza qualità che è il soggetto moderno. Il vizio più grosso naturalmente è l’assenza assordante della metafora. Gli appunti da diario intimo che siamo abituati ormai a considerare “poesia” non hanno niente a che vedere con la Poesia che è generatrice di metafore.

Cosa le ha insegnato la Poesia?

La perdita. Il sacrificio dell’ io a favore dell’ essere. Il punto del non ritorno alla vita quotidiana. Amando la spesa al mercato rionale e quella al supermercato, le feste istituite, genetliaci, onomastici e feste nazionali, con amore popolare il poeta rimane sempre quello che si annulla e gode delle meraviglie del vissuto in assoluta assenza di sé. La poesia mi ha insegnato a vivere ogni minima frazione del mio tempo condiviso coi miei compatrioti, standomene al di fuori. E questa distanza siderale tra stare e fare, senza la quale sarei rimasto un essere umano a metà.

Poesia e crisi economica, politica, sociale, finanche culturale. Può la creazione artistica tenersene alla larga, bastando a se stessa?

Naturalmente nessuno può rimanere intatto, anche se ha vissuto un giorno solo. Jung rimane, in barba ai professori  (e per fortuna dei suoi accoliti), la mia guida. Devi superare gli schemi dell’ essere: la situazione del tempo vissuto è innegabile. Volente o nolente, sono una particella infinitesimale del farsi del mondo. Volenti o nolenti,  siamo testimoni del nostro tempo, nessuno ne può vivere al di fuori, e anche se non rispetto i convenevoli dell’ accademia e della letteratura sistemica, questo non mi impedisce di influenzare la dinamica del mondo solo con la punta del mio sguardo. L’ essere è libero dalle condizioni contigenti pur rimanendo schiavo della quotidianità.

In che modo, a suo parere, la poesia può dunque essere testimone e conquistare una comunità umana  nata dal materialismo e cresciuta nell’individualismo? Come  potrebbe stimolarne in positivo il cambiamento?

Riscoprendo e ritornando all’ oralità. La poesia deve essere un ponte tra la gente comune, deve costruire ponti per far incontrare la gente. Due secoli e passa di poesia fedele alle regole di stampa debbono essere piano piano dimenticati. Ormai la circolazione libera dei poemi in forma di pdf ci fa ritornare ad un’ oralità della poesia che sente più il ritmo della voce umana, del respiro, dello sguardo e della vicinanza del prossimo, della convivialità.  Scordatevi le regole della grammatica scritta, i giochi del tipografo e apritevi a una poesia orale che vi colpisca come un pugno direttamente al petto.

Una pausa a microfono aperto
un «grazie» con voce strozzata
occhi velati,
si incrina anche la voce
crolla come un ponte.
Un ponte è la voce
che unisce le due sponde
del Miljacka
per far passeggiare
la gente si incontra e scambiarsi
abbracci. Un ponte per far
camminare le poesie.
Sento la guerra
nella voce di Josip Osti,
colpi di mitraglia,
raffiche di Kalashnikov.
Amore e pace
nella voce di Jack Hirschman,
il perdono concesso ai torturatori
nella voce di Carmen Yanez,
l’umorismo mortale serbo
nelle battute
di Sinan Gudzevic,
la robustezza nella voce
di Tony Harisson
mentre narra
i suoi spettacoli
al Teatro Antico di Epidauro,
davanti al monumento
della Fiamma Eterna
e le sue esperienze
come corrispondente di guerra
dall’assedio di Sarajevo.
Perché la voce
che meriterà la poesia
deve essere provata
in tutte le condizioni,
deve aver camminato
su ponti fatti saltare
per divenire un ponte
essa stessa. Deve
aver cantato
non solo Bella Ciao
ma anche tutte le canzoni popolari.
La voce che articolerà
un giorno
la Poesia
deve aver raccontato molte barzellette,
risolto vari scioglilingua
nonsense e calembour.
Prima della recita
Jack Hirschman ci haracontato
di Edipo a New York,
lo hanno chiamato
motherfucker i tassisti
-all’unico ristorante
della Barshasha che serviva
cevapcici insieme ad un bicchiere
di chiaretto,
e dopo
ha cantato per noi Kalinka
e “fiume amaro dentro me”,
gli amici stretti
le amanti occasionali
e ufficiali,
la sua stessa madre.
Perché la poesia
e’ un gioco di scacchi
con pezzi enormi
fra la gente,
ha parole pedoni
e alfieri parole
torri corpose
cavalli sciolti,
poesie maschie da Re
e femmine da Regine.
Perché la poesia
è sempre una dei due
è sempre nera o
è sempre bianca.
Solo quelle non riuscite
rimangono come una partita
di scacchi in corso,
insieme bianche e nere
l’incompiuta
l’infinita
l’ermafrodita.
Quelle che non hanno camminato
mai agli antipodi,
non stanno in piedi
-perché la traduzione
e’ la borsa dei canguri
e quel che scriviamo
deve reggersi sui due piedi
in tutte le lingue del mondo
ha bisogno di farsi
strada nel mondo
senza paura,
sia nei viali illuminati
sia nei vicoli ciechi dei drogati,
divenire una strada
semplice e tranquilla
come piaceva a lui
da battezzare con il suo nome
Izet Sarajlic,
una piccola strada
nel labirinto della città.
La traduzione della poesia
e’ questa marsupiale
pita kebab
le cipolle infarcite nelle viscere,
un bicchiere di kefir,
questo sole
che gioca a nascondino
tra le nuvole.
Sono Raffaella, Pier Paolo
E Giancarlo Cavallo
che ci fanno cenno
dal tavolo di fronte,
sono il sorriso
di Eloy Santos,
il rap di Deborah Major,
la calvizie verticale
del poeta di Dubrovnik,
l’introversa poetessa
turca,i talismani
e le borse a tracolla di Aggie Falk,
la lente dell’occhio
di Mario Boccia, il vigile
guardare di Francesco Napoli
e la gentilezza innata
di Sergio Iagulli, la languida
passione nella voce di Maram al Masri
sono tutte queste pietre
le une accanto alle altre
a formare il ponte lastricato
con le poesie
sopra il Miljacka
in tutti questi dieci anni,
perché la poesia è sempre
la scommessa di chi
riesce a rubare
all’assurdo
la causa della sua esistenza,
a disarmarlo,
a renderlo indolore per noi.
La poesia è sempre
il ko finale
dell’ afasia, del lutto,
della mancanza di volontà del destino,
ha il naso rotto
di Paul Polansky.
Tutti i poeti sono pugili
anche se sono inetti
nella vita quotidiana
anche se non sanno guidare.
sostituire una lampada
o inchiodare un quadro
al muro e tremano
come le foglie di betulla
alle raffiche di Kalashnikov,
perché i poeti
si fanno lisciare
da tutte le lingue del mondo
fino al punto
che la morte non avrà
nessun potere su di loro,
perché la morte
non possiede ponti di parole,
sui suoi ponti
non camminano poesie.
La morte è un fiume
che fluisce attraverso
ponti crollati,
voci inudibili
nessun fonema da distinguere,
né gerundio, né verbo.
La morte non ha voce
strade case piazze
ne’ biblioteche ha la morte,
questa città che ci e’ stata data,
sta guardando la morte,
pronta a riempirla di edera
rampicante, per far
camminare i vermi
con la segreta speranza
che spuntino loro le ali.
La morte un colle verde
di ossa col muschio
dell’utopia,
ma non cambiano colore le parole
di Izet, che dalla sua tomba
qui in alto le disperde
ogni giorno nel cielo
di Sarajevo.

Sotirios Pastakas, SARAJEVO, da  “Corpo a Corpo” (Multimedia Edizioni, 2016)

Articolo di FILOMENA DI PAOLA

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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