Formicaleone

Paradiso e inferno di Jón Kalman Stefánsson: tra l’Islanda, Milton e l’uomo

Il mondo era tutto davanti a loro scriveva John Milton in Paradiso perduto.

Era l’Heimsendir[1], la “fine del mondo” o il suo inizio. Si potrebbe sostituire, però, a “mondo” il termine “mare”. Acque scure e profonde delle quali non si vedono i contorni, correnti in subbuglio nella notte gelata li sovrastavano e tentavano di inghiottire le loro anime, e con quelle gli ultimi brandelli di speranza e di parole.È in mezzo alle acque artiche che si ragiona sulla vita, su quanto possano valere le nostre esistenze che il mondo lacera e divora, che il destino sovrasta e orienta.Tutto viene spogliato del suo carattere accessorio, delle sue velleità, delle circostanze, delle apparenze, ogni cosa è ridotta alla sostanza, per cui vediamo dei corpi trasparenti che posseggono unicamente il peso dello spirito e nulla più

avevamo un corpo e allo stesso tempo eravamo immateriali, avevamo una voce e allo stesso tempo eravamo muti»[2]

i cui sogni solamente li mantengono ancorati al mondo, sulla riga di quello che scriveva Pasolini[3].Nelle lettere di Flaubert, ad un certo punto, comprare scritto:

mi sono sempre sforzato di andare all’anima delle cose

Il lavoro di Stefánsson è proteso verso la stessa rotta del francese, riflette sull’essere umano, sulle sue fragilità, sulle paure, sui sogni, e soprattutto su come l’uomo si rapporta alla vita e sul modo in cui affronta la morte; nel fare ciò utilizza un tono onesto, un linguaggio pulito, terso, spogliato di tutto quello che era possibile togliere, giungendo, infine, con uno spirito di ricerca meravigliata, all’essenza.

Non sono tanti, i lampioni, al Villaggio, e sono anche ben spaziati; in realtà sono come la vita: qualche momento luminoso separato da giorni di tenebra[4].

Tra questa gente, tra le lucette delle case antiche che si accendono dal primo pomeriggio in un lembo di terra ai confini del cosmo, vi sono due personaggi il cui anticonformismo velato si manifesta tramite la letteratura. Uno dei due è il protagonista e paradossalmente un nome proprio per buona parte del libro non ce l’ha, è semplicemente il ragazzo, l’altro si chiama Bárður. Si dirigono, spiriti nel gelo, in una baracca di pescatori per uscire quella notte stessa, in mezzo al mare, a pescare.Ma più che pescare, amano leggere,

tutto quello che rende la vita degna di essere vissuta[5].

Fatto sta che non si vive di sole parole: la vita si muove secondo un congegno pragmatico e fattuale. Salpano dalla costa fatta di ombre dense e quella partenza ha il portato fragoroso di un addio nel mesto silenzio della notte fatta di riverberi tremanti e qualche eco. È struggente l’allontanamento dall’insenatura frastagliata, di quei pescatori che la certezza di fare ritorno, non ce l’hanno. Partire in fondo, è un po’ come morire, recita il detto. Con quella dipartita si fanno strada interrogativi antichi come il senso della vita, la solitudine, il paradiso e l’inferno: «inferno è non sapere se siamo vivi o morti»[6] non è altro che “essere morti e rendersi conto di non aver avuto cura della vita quando se ne aveva la possibilità”[7], parafrasando l’islandese.

Precarie esistenze affannate nell’oscurità, tormentate da dubbi. E nel corso di quella uscita in mare si rompono anche gli equilibri iniziali, si pongono le condizioni tali da dare seguito alla vicenda dell’eroe – in questo caso il ragazzo – affinché egli compia delle peripezie, affronti un viaggio, combatta il male.

Potrebbe essere questa la funzione del danneggiamento o mancanza di cui parla Vladimir Propp in Morfologia della fiaba. L’eroe viene privato di una cosa che gli apparteneva e a questa privazione segue una partenza: dopo infinite raccomandazioni infatti, «il ragazzo è pronto a partire»[8], affronterà una tormenta di neve che quasi lo ammazzerà e alla fine giungerà al Villaggio. La locanda di Geþirúður lo attendeva col suo tepore vellutato e la sua luce imbottigliata dietro vetro.

Non è sbagliato analizzare l’opera di Stefánsson proprio tramite le “31 funzioni” tracciate dall’antropologo di San Pietroburgo, in quello che è stato un saggio dal portato rivoluzionario circa lo studio sul folklore applicato alle fiabe popolari della tradizione russa. Paradiso e inferno è un libro talmente puro, limpido, da assomigliare a una fiaba. Ed è proprio in questo che sta la grandezza di Stefánsson: aver fatto di una fiaba, un romanzo. Scrittura abissale, sacra, profetica, umile e vera, comincia in sordina con un avvertimento che è monito e promessa, ma anche preghiera più accorta: «siamo quasi tenebra»[9]. Solenne e mistico, affronta la vita e la morte con rispetto e delicatezza.

Il suo lavoro è paragonabile al modello di fare scultura cui si fondava l’opera di Michelangelo: liberare il marmo dal peso della materia che ostacola la sua forza espressiva, forme che si librano «per forza di levare»[10] e non «per via di porre»[11].

Valori eterni si presentano poco a poco, dapprima sfumati, poi dai contorni più nitidi:le domande di Stefánsson ci appartengono e le risposte ognuno di noi può tirarle ad indovinare, ma restano nella loro moltitudine, frantumi dispersi in mezzo alla neve.Il tempo di cercare spiragli di luce tra le tenebre che incombono e il conturbante rivolgersi in prima persona al lettore, in apertura, quando si legge:

Ti parleremo di gente che viveva ai nostri giorni, più di cent’anni fa, persone che per te sono poco più che nomi su croci sghembe e lapidi rotte. Vita e ricordi che si sono consumati secondo l’implacabile legge del tempo. […] Le nostre parole sono come squadre di salvataggio che non rinunciano alla ricerca. […] ti consegniamo le nostre parole, queste squadre di soccorritori smarriti e dispersi, insicuri del loro ruolo, tutte le bussole rotte, le carte geografiche strappate o superate, ma tu accettale comunque. Poi, staremo a vedere[12].

È una storia fatta di vivi e di morti, ogni tanto questi ultimi intervengono ad esporre i loro ricordi e i loro rimpianti – «i ricordi di quei giorni in cui eravamo sicuramente vivi, quei giorni in cui nevicava o pioveva sulla nostra vita, quei momenti caldi di sole, scuri di notte»[13] – a parlarci della condizione in cui si trovano, di quello che hanno sentito nel momento del trapasso, e a porre, paradossalmente a noi vivi, l’esasperata domanda: «dov’è Dio?»[14]. Ma non per tutte le domande vi è sempre indubbia risposta; alcune sono destinate a rimanere tali per sempre.

«Non siamo più in vita: l’innominabile ci separa da te. […] Bisogna riconoscere che abbiamo temuto la morte fino all’ultimo istante della nostra esistenza e vi abbiamo lottato contro finché abbiamo potuto, finché qualcosa non è entrato dentro di noi e ha spento tutte le luci.»[15]

Si insiste sulle parole, parole intese più che altro nel senso di “storie da raccontare”, con lo stesso valore chiarificatore che aveva il mito nell’antichità, ma nell’accezione che il concetto acquisisce negli studi a riguardo di Karl Philipp Moritz, che considerava il μῦθος

della specie della poesia, specie dell’arte[16].

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one, cantava John Lennon: i sognatori sono pochi, ma si tratta sempre di compagnie allegre ad alto tasso malinconico. Gaudenti per le premesse che si pongono, nostalgiche perché in fondo anche loro sanno che quelle premesse potranno realizzarsi forse mai. A far compagnia al beatle c’è un uomo islandese che nasce come insegnante e bibliotecario, poi diviene poeta e infine scrittore di romanzi, nato a Reykjavík nel 1963, cantore modesto di abissi affogati nell’eterno. Pone domande e confonde risposte:la notte e la morte, le tenebre e le stelle come puntini d’incanto nei cieli ai confini del mondo, quando l’universo mobile dei vivi non sembra più e allora si diventa tenebra. In un posto così non puoi evitare di porti tali interrogativi, non puoi schivare il tentativo di chiarire i conti col destino e organizzare il caos scomposto dei giorni.La vita e il tempo si fanno la guerra e solo raramente la pace torna, sotto forma però di fallace armistizio. I ricordi affiorano come piccole onde nella corrente e vengono costantemente sommersi. Quello che alla fine resta sono i racconti, trasandati mitemi in contrasto col tutto e in precaria armonia col genere umano.

È un libro ancorato al tempo e alla terra di chi parla, non lo si può capire pienamente su due piedi, se non si è almeno di padre o madre islandese, è una questione di sangue.Si porta il fardello genetico, come un macigno sul cuore, di non poter essere compreso.

Le sere d’inverno sono lunghe, qui da noi, stendono il buio tra le cime delle montagne, i bambini si addormentano e il chiasso si quieta, abbiamo tempo per leggere, pensare. […] magari cominciamo a pensare alla morte, alla solitudine [17].

Si può solo sondarne la grandezza tenendo conto dei limiti che si trascina dentro e porta attorno, barriere che lo allontanano da chi non è di quella terra. Non è un male, è un bene. Stefánsson ha avuto il coraggio che oggigiorno pochi hanno: quello di mantenere nella zona dell’autoctonia un’opera estrema. Ha avuto la forza di non omologarsi alla narrativa mondiale, di restare indigeno, nazionale, indipendente, di non tradire le sue origini, di non conformarsi: proprio come i suoi personaggi.

Non a caso questa autoctonia rimarcata spesso ha fatto parlare della sua opera come il più bel libro della letteratura islandese degli ultimi anni. Ma la grandezza dello scrittore va oltre, risiede nel fatto di aver garantito a quella che era un’opera ad alto tasso nordico, un nesso che la lega a tutta l’umanità.La solitudine è il silenzio che traspare tra le parole scure, affidate come cose fragili e preziose, al lettore, che le deve accarezzare, e trovare le carte per decifrarle, per comprendere la loro profonda sacralità: come un iceberg si sviluppano immense e nel profondo dello spirito umano, annegate. Sono domande, appigli, preghiere, speranze, promesse, bagliori dimessi, berretti di lana, stivali caldi, fiordi accoglienti.Possiamo condensare il portato magmatico del romanzo dell’islandese con qualche frammento che, per restare in tema, ci salva in finale:

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi [18].

Ed era negli anni, aggiungerei, in cui eravamo anche profondamente fragili.

[1] Jón Kalman Stefánsson, Paradiso e inferno, trad. it., Milano, Iperborea, 2011, p. 113.
[2] Ibidem, p. 102.
[3] «Anch’io ho dei sogni che mi tengono ancorato al mondo», Pier Paolo Pasolini, Il mio desiderio di ricchezza, in La religione del mio tempo.
[4] J. K. Stefánsson, op. cit., p. 178.
[5] J. K. Stefánsson, op. cit., p. 21.
[6] J. K. Stefánsson, op. cit., p. 101.
[7] Cfr. J. K. Stefánsson, op. cit., p. 103.
[8] J. K. Stefánsson, op. cit., p. 91.
[9] Ibidem, p. 7.
[10] B. Varchi, V. Borghini, Pittura e Scultura nel Cinquecento, a cura di P. Barocchi, Livorno, 1998.
[11] Ibidem.
[12] J. K. Stefánsson, op. cit., pp. 9-10.
[13] Ibidem, p. 103.
[14] Ibidem, p. 101.
[15] Ibidem, p. 101.
[16] Fritz Graf, Il mito in Grecia, trad. it., Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 15.
[17] J. K. Stefánsson, op. cit., p. 131.
[18] Ibidem, p. 13.

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