Formicaleone

Il taglio di capelli di ANTONIO BENFORTE

Improvvisamente, per un caso fortunato, cambiò lavoro e di conseguenza città. Andava a migliorare la sua posizione: maggiore stabilità, più soldi, premi produzione. Giù non aveva legami, quindi mise tutto ciò che aveva in un paio di valigie, prese il primo treno e partì verso il Nord, senza pensarci su più di tanto.

Cambiando regione si trovò senza punti di riferimento, alla costante ricerca di un nuovo senso di appartenenza. Nuova casa, giri di amicizie che stentavano a ingranare, il supermercato sotto casa aveva un altro nome e la disposizione degli scaffali difficile da memorizzare. I vicini di casa non lo riconoscevano, e malgrado i suoi sorrisi, quando lo incontravano nell’androne del palazzo non lo salutavano. Il sole nella città del Nord tutte le mattine faceva a botte con le nuvole, sembrava trovare la forza di uscire vincitore, ma poi scompariva, lasciando spazio a una pioggerellina fitta e carica d’angoscia.
Dopo qualche mese per assestarsi, quell’iniziale sensazione di spaesamento mutò, lasciando spazio a una progressiva sicurezza, una presa di coscienza sul posto che occupava nel mondo, e a che punto esatto della sua vita si trovasse. Si sentiva, di colpo, più maturo e consapevole.

La grande metropoli, che all’inizio lo aveva ingurgitato, non lo sputò via malconcio, ma lo accolse nel suo grembo. Pioveva sempre, ma col tempo ci si abituò. In metropolitana non aveva più paura di tutta quella gente accalcata che spingeva contro le porte scorrevoli, e le riunioni al lavoro filavano via veloci, una dietro l’altra, quasi non ci faceva più caso. Quando, a fine giornata, chiamava la mamma giù a casa, non era più solo per sfogarsi, ma per condividere successi, gratificazioni, l’idea di un futuro sereno che, piano piano, si apprestava a costruire. Dopo una decina di minuti, quasi sempre, si congedava dalla mamma e lei gli mandava un bacio dicendogli di coprirsi, perché faceva troppo freddo. Che poteva saperne, lei, che al Nord non c’era mai stata.

Una sola cosa non andava bene in questa sua nuova vita. Non aveva ancora trovato un buon barbiere. Per chi veniva dal sud come lui, avere un barbiere di fiducia era come avere un porto sicuro in cui trovare riparo dal freddo. Un buon barbiere era sinonimo di lunghe e animate discussioni sul calcio, disamine attente su chi ha vinto e chi ha perso nell’ultima giornata di campionato, un alternarsi confortante di complicità, sguardi ammiccanti e barzellette sconce. Qualche caffè preso in compagnia tra un taglio e l’altro, la lettura del giornale, il commento colorito ai fatti del giorno. Un rituale laico, in tutto e per tutto. E invece, nella nuova città, nella metropoli che in fondo in fondo ora iniziava a piacergli, l’unica cosa che non era ancora riuscito a trovare era un buon barbiere. Per questo motivo i suoi capelli erano ormai cresciuti tanto, quasi due mesi di ricci incolti e ingovernabili, che male si abbinavano ai suoi completi eleganti, le giacche firmate, le scarpe costose che finalmente poteva permettersi e che esibiva coi colleghi.

Era un sabato mattina quando entrò in un negozio anonimo all’angolo, in corrispondenza della fermata del tram 23, che poi imboccava la rotonda a ridosso del quartiere Lambrate. Una bottega né troppo grande né troppo piccola, né troppo vistosa né del tutto impersonale. Sembrava non voler osare, si sforzava di restare anonima, a parte per quel “for men” scritto in fucsia a rilievo sull’insegna. Un tocco di colore che faceva molto anni Ottanta.

Entrando, fece suonare un piccolo acchiappasogni con campanelli e piume, posizionato in alto, sulla grande porta a vetri. Salutò e fu accolto da un buongiorno detto a mezza bocca. La voce era di uno dei clienti più scontrosi, di quelli abituati a passare intere mattinate in negozio a non far nulla, a parte borbottare, sfogliare il giornale, lamentarsi. Per fortuna fu seguito dal bel sorriso, sincero, di chi si candidava a essere il suo nuovo barbiere.
“Rifinisco questa barba e sono subito da lei” disse lui.
“Non si preoccupi, aspetto con piacere” mormorò di risposta.
“Aspetti anche fuori, c’è il sole, la chiamo io” concluse con un sorriso.
Così fece. Il sole, all’esterno, era caldo e avvolgente. Dopo tanti giorni di pioggia, questo inaspettato calore metteva di buonumore, e gli dava un piacevole brivido lungo le spalle. Intanto lo osservava da fuori compiere il suo rito. Movimenti studiati, quasi come dei passi di danza. Era certo che lo facesse da anni, forse decenni. I movimenti di quell’uomo dal lavandino al ripiano delle forbici mettevano sicurezza, lo incuriosivano. Ogni tanto si toccava la punta del naso con il piccolo pettine nero. Poi mise un asciugamano intorno al collo del suo cliente, la lama nuova di un rasoio che scivolava morbida nella fessura ed era pronta a eliminare l’ennesima, ruvida, barba.

Il sorriso dell’uomo era una costante. Non andava mai via, questo lo notò subito, così come notò quella bella foto di famiglia sullo scaffale, proprio accanto al grosso specchio con la cornice in mogano. La cornice d’argento era l’involucro elegante di un’istantanea piena d’amore: marito, moglie, figlia piccola, sette, otto, al massimo nove anni. Tre sorrisi bianchissimi, quanti denti. Dall’abbigliamento, soprattutto della donna, capì che quella foto doveva avere sicuramente più di dieci anni.

Mentre ci rifletteva su, con un cenno del capo l’uomo lo chiamò all’interno, invitandolo ad entrare. Ancora quel sorriso. Era accogliente. Lo fece sedere sulla morbida poltrona di pelle nera, accendendo una luminosa radio Tivoli, che iniziò a buttar fuori dall’altoparlante una romantica canzone d’amore, cantata da una splendida voce black.

“Non li tagliamo da un po’, eh?”
“essì, direi un mesetto…”
“Direi almeno un paio, no?”
“Sì, come ha fatto a indov…”
“È il mio lavoro, lo faccio da 25 anni. So riconoscere una rasatura fatta bene da una fatta con i piedi, se l’ultimo taglio è stato realizzato con forbici nuove o già vecchiotte… Insomma… Questo salone qua è tutta la mia vita e ci tengo a fare le cose per bene”
“Non sbaglia un colpo, insomma” fece lui, sorridendo dalla poltrona, cercando complicità e ulteriore terreno comune.
“Almeno qui dentro, direi di no” e sorrise ancora, non smettendo mai di sforbiciare.
Continuò nella sua opera misurando le basette, raddrizzando la sua testa quando era necessario, spingendola con delicatezza più indietro sul poggiatesta. I suoi gesti finirono per cullarlo, dolcemente. Aveva bisogno di una simile cura, davvero un gran bisogno. Pochi movimenti, mai fuori posto. Quasi delle pennellate su tela, con grandi ciocche di capelli che ad ogni zack violento finiva o sul pavimento. La conversazione non finì mai per essere forzata o stucchevole.  Parlarono di politica ma senza andare troppo nello specifico. Era particolarmente bravo a fare conversazione, ad ascoltare senza chiedere troppo, a sapere quando fermarsi. Ogni tanto, il barbiere distoglieva lo sguardo, fissava la fotografia e sorrideva. Questo lo faceva sentire particolarmente a suo agio. Parlarono per venti minuti di seguito. Di calcio, senza infervorarsi – tenevano due squadre diverse, di tecnologia, dei nuovi cellulari che riuscivano a fare qualsiasi cosa, della città che nei weekend di sole sembrava particolarmente bella. Ancora vivibile, con un fascino d’altri tempi, in certi quartieri offriva ancora un lato di sé puro e incantato.
“Dieci anni fa era diverso, era davvero bellissima. Poi qualcosa si è rotto, tutti hanno iniziato a correre a testa bassa, a perdere identità, a perdere di vista le cose davvero importanti. A non godersi piú le piccole cose”
“Vero” annuì l’uomo seduto, che ormai finalmente i capelli corti e ordinati.
Alzandosi, andò verso il giaccone sportivo, a recuperare il portafoglio. Il sole fuori era bello caldo, la città sembrava davvero vivibile e bella. Oggi, davvero, non sarebbe piovuto.
Mentre prendeva il resto dalle mani del barbiere, guidati chissà da quale forma di riflesso condizionato, si ritrovarono entrambi a fissare di nuovo la bella fotografia dai contorni d’argento, che rifletteva la luce sullo scaffale.
“Io non ho nessuno, qui. Mi sono trasferito per lavoro. Se domani è ancora bel tempo, lei invece potrebbe andare anche al parco con loro, no?” disse, indicando la foto e quei sorrisi.
“No, non posso più” rispose il barbiere, e già aveva iniziato a spazzar via i suoi capelli da terra, con una vecchia scopa. “Le ho detto, nel mio lavoro sono il numero uno. Ma solo in quello”.
Quando si salutarono, il barbiere sorrideva ancora, ma per la prima volta quell’espressione gli sembrò forzata. Una maschera.

Lo ringraziò per l’ultima volta, provando un po’ di compassione per lui, e si guardò ancora di sfuggita allo specchio. Il taglio di capelli, quello sì, era venuto davvero bene.


ANTONIO BENFORTE è giornalista e scrittore e lavora come Social Media Manager per il Parco Archeologico di Pompei. In passato ha lavorato per l’editoria occupandosi anche di uffici stampa. Nel 2017, per l’editore Scrittura & Scritture ha pubblicato il suo romanzo La ragazza della fontana

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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